A passo poetico. Sul nuovo libro di Elisa Barbieri

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“La poesia è un dono fatto agli attenti”: si potrebbe forse sintetizzare così, con Paul Celan, il senso di A passo poetico. Praticare la poesia in cammino di Elisa Barbieri (Mimesis Edizioni, 2021), frutto di molti anni di ricerca attorno agli stratificati rapporti tra attraversamento degli spazi (naturali e urbani) e scrittura (autobiografica e poetica), la cui prospettiva l’autrice chiarisce nelle ultime pagine del volume. “Ciò che riguarda il lavorio del poeta – le sue tecniche, i suoi stili, i suoi metodi, i suoi segreti” spiega Elisa Barbieri “non è oggetto di questo saggio, che vuole concentrarsi invece sulla postura esistenziale del poeta, nella convinzione che sia essa ciò che rende il poeta tale, ancora prima delle scrittura”.

In tal senso, al di là dell’oggetto specifico del saggio, crediamo che l’attitudine estetica, dunque letteralmente conoscitiva, che esso analizza renda possibile inscriverlo in una più larga storia delle arti contemporanee ritenendo non forzato -pur nelle macroscopiche peculiarità di diversi autori, stili e discipline- tracciare una genealogia di attenti che tiene insieme John Cage e Yoko Ono, Gino De Dominicis e Franco Vaccari, Robert Walser e Eva Hesse, solo per citare i primi nomi che ci vengono in mente.

È una prospettiva pienamente democratica, da “tutti gli usi della parola a tutti” di rodariana memoria, ciò che Barbieri scandaglia e caldeggia (usiamo questo verbo per significare la temperatura e l’obiettivo di una scrittura che vuol essere affatto partecipe, diretta, finanche esortativa).

 

 

Un attraversamento, quello di A passo poetico, che si nutre di saperi, incontri ed esperienze diversi: su tutti vale ricordare almeno la Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari, nella cui serie blu di Quaderni il saggio è pubblicato, e il curioso Centro Speciale di Ricerca sui Concetti, gli Spazi e le Figure dell’Ozio dell’Università di Friburgo.

Il discorso di Elisa Barbieri attinge a molteplici ambiti culturali, geografici e linguistici, nonché a epoche anche molti distanti tra loro, per dimostrare -come ogni buon saggio cerca di fare- la necessità dell’apertura dei sensi e del sé, della “esplorazione senza traguardo” e dell’attenzione sottile al paesaggio che si attraversa (nonché a quello interiore) come prerequisiti per farsi poeta, termine che nell’etimologia, vale forse ricordarlo, rimanda all’atto creativo, finanche creaturale.

A tal proposito: tra i molti stimoli che il volume propone quelli che più hanno messo in movimento il nostro immaginario sono, appunto, i molti richiami etimologici. Non sfoggio di cultura in sé, ovviamente, ma un modo preciso di ricordare la necessità di un più consapevole rapporto con la lingua che parliamo e da cui, spesso inconsapevolmente, veniamo parlati.

“Dateci maestri, che celebrino il terrestre”: così Rainer Maria Rilke conclude le sue Lettere a un giovane poeta, che Elisa Barbieri cita, insieme a numerosi altri frammenti e autori. Come le briciole di Pollicino, vitali quanto impermanenti, nutrienti proprio perché fugaci, aiutano a trovare e ritrovare la strada verso “la libera esplorazione del reale”, in una prospettiva conoscitiva che, come ben sintetizza l’autrice, “lo affranca dall’univocità della sua apparenza, per aprirlo a ogni polisemia”.

Dire grazie, almeno.

 

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