INDA ’22: Edipo Re, Ifigenia, Agamennone, trittico poderoso e vibrante

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Ortigia sembra un’ascia lanciata nel mare, una mannaia che sta per abbattersi nel blu. Sono i giorni intorno alla morte del grande regista Peter Brook e nemmeno le granite al pistacchio di Bronte o i cannoli alla ricotta riescono a riequilibrare lo stato d’animo colpito e affranto. Il teatro è in lutto, viva il teatro. Si passeggia in un panorama di occhiali da sole e ventagli, nell’acqua decine di barche, vicine agli scogli, con musica dance e tuffi e materassini e bastoni per i selfie. Se il benvenuto ad Ortigia ce lo dà simbolicamente Archimede con la sua statua filiforme all’entrata dell’isoletta, quasi ombra della sera etrusca, la chiusura è dettata dall’imponente solidità del Castello Maniace dove, tra i suoi archi freschi svevi e le feritoie squadrate che guardano il largo orizzonte, le grandi teste di Davide dall’Osso nel cortile ci rimbalzano di visioni. Ma è dentro la sorpresa maggiore, più intensa: decine e decine di ballerine, quasi in un vortice, senza corpo, in un movimento orario, sembrano ruotare attorno ad un perno ma di loro rimane soltanto il telaio e la struttura del tutù e del body, delle forme, ricordano delle api attorno ad una colonna marmorea, o fiori celesti dalla corolla rovesciata, in un progetto legato al tema del femminicidio. Rimane l’involucro della bellezza, della leggerezza mentre il corpo che abitava quei costumi è sparito, volatilizzato, corroso, evaporato. Assolutamente da segnalare anche un’altra meravigliosa e illuminante mostra, Edipo. Lo sguardo in sé, a cura del Sovrintendente dell’INDA Antonio Calbi a Palazzo Bellomo; qui i lavori commissionati o selezionati da Calbi (in questi anni ha dato un forte impulso e nuova linfa al Dramma Antico) trovano spazio accanto alle collezioni permanenti in un dialogo fervido ed effervescente di rimandi e spunti tra opere d’arte. Edipo e i suoi occhi insanguinati declinati attraverso le mani, le idee e le visioni di Arnaldo Pomodoro o Mimmo Paladino, Antonio Marras o Andrea Chisesi, Daniela Dal Cin o Emilio Isgrò e decine di altre firme: non una mostra ma un viaggio dentro la nostra cultura, dentro la famiglia, il senso di colpa. Tra il pubblico (siamo tornati alle quasi 4.000 persone a sera) a seguire la prima delle tre rappresentazioni, Edipo Re di Sofocle, anche l’attuale sindaco di Corinto che ospiterà l’anno prossimo alcune repliche dell’opera del regista canadese Robert Carsen. 2700 anni fa Siracusa fu fondata proprio dai Corinti; il legame tra le due città marittime mediterranee è ancora saldo nel tempo e resistente alla Storia.

 

Edipo Re

 

È un impianto semplice quello che ci accoglie, una struttura dai cromatismi bilaterali, netti, di facile lettura, universale: ad una scalinata bianca fanno da contraltare le decine di figure in nero, luttuose. Il contrasto tra lo ying e lo yang è potente, suggerisce un suggestivo Guernica, ricorda i cieli di Delacroix. La gradinata bianco latte non colpevole ci guarda, osserva i nostri spalti e sembra guardarci con innocenza, senza giudizio; lì sopra ci siamo noi, ci siamo stati noi pubblico, noi cittadini, noi popolo sparso e disperso nel tempo, nelle epoche, nelle ere. Noi siamo dentro la vicenda e dobbiamo prenderne parte, come in ogni democrazia che si rispetti. Guardiamo a specchio anche senza alcuna superficie riflettente a rimandare la nostra immagine, la nostra assenza e, anche senza vederci, abbiamo consapevolezza di essere lì, nella Storia millenaria dell’uomo e del Teatro. I tamburi di guerra e il lungo corteo funebre di uomini e donne in nero cammina alzando una polvere pastosa e compatta, nebbia da tagliare, con in braccio abiti neri/defunti è un momento di rara profondità, vigore e fragore emotivo, un continuo viavai di cadaveri simbolizzati, di corpi essenzializzati, mummificati e intrappolati nelle loro corazze abitative delle vesti (il particolare per il generale) rattrappiti e carbonizzati come mummie di Pompei, come portati in dono, offerta e sacrificio in questo altare-pira diventato Campo di Marte. La Luna in alto è uno spicchio d’aglio aromatizzato al limone, un taglio di Fontana semicircolare. I mosquitos recitano la loro parte da protagonisti. Giuseppe Sartori è Edipo (quest’anno ha vinto il Premio come miglior interprete ’22), Paolo Mazzarelli è un Creonte manager con valigetta ventiquattrore, Graziano Piazza è Tiresia, Maddalena Crippa è Giocasta, unico ruolo in bianco, punto candido che fa ancora più rumore in mezzo a tutta quella pece. La messinscena di Carsen è al tempo stesso drammatica ma anche ironica quando tutti i dettagli identificano la strada scoscesa che inconsapevolmente ha intrapreso Edipo mentre il diretto interessato proprio non riesce a capirne lucidamente i passaggi e gli errori, i fraintendimenti e le cadute. “Tutto il popolo è malato, la città sta morendo, senza compianto giacciono a terra i suoi figli”. La maledizione degli Dei sta colpendo e colpirà Tebe fin quando non si troverà l’assassino di Laio. Edipo è il primo a prodigarsi ed a cercare di risolvere l’enigma anche se tutti attorno a lui gli consigliano vivamente di non indagare oltre. È Edipo che cerca con forza la veridicità degli eventi a discapito anche della propria vita: “Se ti è cara la vita non indagare” gli dicono, “Io voglio conoscere la verità”, ribatte insistente e noncurante delle conseguenze. Edipo che ha ucciso il padre, non sapendo che era suo padre, Edipo che ha sposato sua madre non sapendo che era sua madre: “Sono nato da chi non dovevo, mi sono unito a chi non dovevo, ho ucciso chi non dovevo”. Sartori si trasfigura e si porta addosso il personaggio divenendo una cosa unica, lo assorbe, lo fagocita, ne è ammaliato e digerito, ora nella determinazione adesso nella ricerca di consolazione, ora come giudice, infine come peccatore, sempre moralmente ligio e integerrimo, granitico nei suoi valori. Piazza, i cui capelli e barba bianchi fanno da naturale cornice a tutto il nero attorno (della sua pelle abbronzata come dei costumi dei figuranti) ha la forza di far ruotare gli altri attorno a sé, di calamitare l’attenzione sui suoi passi e la capacità di cambiare il clima di una scena (l’applauso finale, anzi il boato della platea, come nell’arena, ne decreta il successo e il giusto tributo ad un attore molto amato). La Crippa è lancinantemente straziante dividendosi tra moglie appassionata prima e madre addolorata e distrutta successivamente, Mazzarelli incarna perfettamente lo spirito della giustizia che però non cerca vendetta, alter ego di Edipo, Rosario Tedesco è il Capo Coro (un coro non meramente scenografico ma un vero e proprio carattere e personaggio, ben delineato e curato, funzionale e non semplicemente riempitivo numerico) che entra in ogni scena, le introduce, le analizza, un ruolo delicato e ben affrontato. Edipo prima di autoesiliarsi, si toglie la vista: “A che serve ancora vedere se non si vuole vedersi?”. Nonostante tutto, il protagonista è un personaggio positivo, coerente e fiero e giusto, che si fa martire e accoglie su di sé la sventura, come esorcismo, la responsabilità della sconfitta, si dona come parafulmine per il bene collettivo del proprio popolo e della propria città. “Edipo Re” è un giallo a ritroso alla scoperta dell’assassino che era sotto gli occhi di tutti fin dalla prima scena, un dramma dove tutti ne escono perdenti.

 

Ifigenia in Tauride

 

Colpisce anche la scena di Ifigenia in Tauride per le linee e le geometrie curate: tre grandi finestroni ed ogni oggetto già presente, o quelli che arriveranno successivamente, rinchiusi dentro teche trasparenti, tra il museale e l’obitorio, tra la mostra di sé e la bara, come a racchiudere reperti di un’altra Era per conservarli, per documentarli, categorizzarli. Si respira morte fin dalle prime battute, dai vagiti della tragedia di Euripide, dove Anna Della Rosa, interprete capace e caparbia e mossa dal fuoco del teatro, la fa da padrona, in bianco con il teschio della cerva come maschera. Anche qui siamo davanti a tanti, sovrapposti, infingimenti, quello di Agamennone che vorrebbe sacrificare la figlia per ottenere la benevolenza degli Dei, quello di Artemide che al momento dell’uccisione la sostituisce appunto con un daino. Anche qui, come in Edipo Re, prepotente esce il rapporto, confronto e scontro, tra figli e genitori, dove sono proprio le giovani generazioni a soccombere davanti alle meschinità degli adulti che giocano con le loro vite ancora ingenue. Anche Ifigenia è “vittima delle colpe paterne”. Se In Edipo domina il nero, qui è il bianco a risaltare, ma è un bianco mai solare ma glaciale, freddo, plumbeo, appunto senza sangue. In sottofondo gracchia e scrocchia quello che pare un vecchio vinile. Ma il dubbio è, e resta tale: Ifigenia è stata salvata da Artemide o è comunque passata ad un’altra dimensione, comunque di morte? È divenuta sacerdotessa del tempio consacrato alla Dea nella terra barbara dei Tauri (costumi a metà tra il medievale e Guerre Stellari) ma rimpiange casa propria, Argo, il fratello Oreste (Ivan Alovisio dalla recitazione mai artificiosa). Appaiono altre teche in questa sorta di museo, con le spade o il grammofono o una testa di toro, con le lance o un agnello, con una nave in miniatura o con le ossa. E anche qui gli Dei ci tengono a beffare i miseri e mortali uomini: due soldati greci vengono catturati e condannati a morte. Proprio Ifigenia deve mettere in atto l’uccisione (contrappasso del torto subito; come Isacco con Abramo) fin quando non capiscono che uno dei due è proprio Oreste, il fratello che ha ucciso la madre perché colpevole d’aver colpito a morte il padre. Ifigenia e Oreste si ritrovano, si riconoscono in un confronto empatico e carico di pathos. Dopo un lungo scivolamento, è nel finale che Jacopo Gassmann ha dato il meglio di sé con alcune trovate lucide e luminose che hanno chiuso il cerchio: le tre grandi finestre che si aprono e scoprono le vestali in mise da suore appena uscite dal sorrentiniano The Young Pope, l’ingresso di un felice tecnico dei microfoni (ancora Rosario Tedesco, qui, se possibile, più incisivo e decisivo), una platea di una sala cinematografica dove i giovani protagonisti sembrano aver assistito alla rappresentazione di un tragedia senza tempo (una Storia Infinita), scoprendo con sorpresa di essere oniricamente dentro il dramma che hanno appena visto.

 

Agamennone

 

E arriviamo ad Agamennone a cura di Davide Livermore che riprende una parte della grande scenografia della rappresentazione dello scorso anno, Coefore/Eumenidi, con il grande occhio-palla-mondo ad impregnare ed impegnare voluttuosamente la vista concentrica del pubblico. Nel grande specchio sul fondale ci specchiamo. Come già abbiamo avuto l’occasione di scrivere nel 2021, qui si va per accumulo e sovrascrizione di elementi e dettagli, alcuni fuorvianti, di tocchi e trovate: una bambina con le trecce in stile Alice senza Paese delle Meraviglie, il palco disseminato di barchette, i vecchi generali rattrappiti, e affetti pare da demenza senile, sulle sedie a rotelle, i medici e le infermiere in questo ospizio. L’occhio è centrale (ci ha ricordato la serie tv Stranger Things) e catalizza inevitabilmente i nostri: qui scorrono esplosioni e monumenti, nuvole che si rincorrono nel vento, uragani danteschi. Se in Edipo e in Ifigenia erano state protagoniste le giovani generazioni con le loro sconfitte, qui è un anziano, un adulto, Agamennone, a patire e perdere. Oreste ci ricorda Amleto mentre Clitennestra è Gertrude e Egisto è Claudio. Ma il tutto ci risulta barocco, come i palazzi di Ortigia, un gusto dell’orpello, una visione opposta ad esempio alla lezione asciutta di Carsen. Non possiamo non sottolineare Gaia Aprea che letteralmente tiene il palco e cuce e anima la scena con personalità, Laura Marinoni, una Clitennestra dark – Lady Macbeth, la forza combattiva di Linda Gennari in una Cassandra potente e sensibile, scapigliata e posseduta, Maria Grazia Solano, la sentinella che apre la piece sulla struttura in alto e la chiude con un canto a cappella toccante e spiazzante di Glory Box dei Portishead che ammutolisce l’intero teatro: “Sono così stanca di giocare, di giocare con questo arco e freccia, abbandonerò il mio cuore, lo lascerò alle altre ragazze per giocare, perché sono stata un tentatrice per troppo tempo. Solo, dammi una ragione per amarti, dammi un motivo per essere, una donna. Perciò non smettere di essere uomo, soltanto getta un sguardo dalla nostra parte quando puoi, semina un po’ di tenerezza, non importa se piangerai”. Il Mito ci mostra le dinamiche umane, ci fa vedere chi siamo. Il Mito ci guarda dentro. Tutti. Nessuno escluso.

 

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Sono laureato in Scienze Politiche alla Cesare Alfieri di Firenze, sono iscritto all'Ordine dei Giornalisti dal 2004 e critico teatrale. Ho scritto, tra gli altri, per i giornali cartacei Il Corriere di Firenze, per il Portale Giovani del Comune di Firenze, per la rivista della Biennale Teatro di Venezia, 2011, 2012, per “Il Fatto Quotidiano” e sul ilfattoquotidiano, per i mensili “Ambasciata Teatrale”, “Lungarno”, per il sito “Words in Freedom”; per “Florence is You”, per la rivista trimestrale “Hystrio”. Parallelamente per i siti internet: succoacido.it, scanner.it, corrierenazionale.it, rumorscena.com, Erodoto 108, recensito.net. Sono nella giuria del Premio Ubu, giurato del Premio Hystrio, membro dell'A.N.C.T., membro di Rete Critica, membro dell'Associazione Teatro Europeo, oltre che giurato per svariati premi e concorsi teatrali italiani e internazionali. Ho pubblicato, con la casa editrice Titivillus, il volume “Mare, Marmo, Memoria” sull'attrice Elisabetta Salvatori. Ho vinto i seguenti premi di critica teatrale: il “Gran Premio Internazionale di critica teatrale Carlos Porto '17”, Festival de Almada, Lisbona, il Premio “Istrice d'Argento '18”, Dramma Popolare San Miniato, il “Premio Città di Montalcino per la Critica d'Arte '19”, il Premio “Chilometri Critici '20”, Teatro delle Sfide di Bientina, il “Premio Carlo Terron '20”, all'interno del “Premio Sipario”, “Festival fare Critica”, Lamezia Terme, il “Premio Scena Critica '20” a cura del sito www.scenacritica.it, il “Premio giornalistico internazionale Campania Terra Felix '20”, sezione “Premio Web Stampa Specializzata”, di Pozzuoli, il Premio Speciale della Giuria al “Premio Casentino '21” sezione “Teatro/Cinema/Critica Cinematografica e Teatrale”, di Poppi, il “Premio Carlos Porto 2020 – Imprensa especializada” a Lisbona. Nel corso di questi anni sono stato invitato in prestigiosi festival internazionali come “Open Look”, San Pietroburgo; “Festival de Almada”, Lisbona; Festival “GIFT”, Tbilisi, Georgia; “Fiams”, Saguenay, Quebec, Canada; “Summerworks”, Toronto, Canada; Teatro Qendra, Pristhina, Kosovo; “International Meetings in Cluj”, Romania; “Mladi Levi”, Lubiana, Slovenia; “Fit Festival”, Lugano, Svizzera; “Mot Festival”, Skopje, Macedonia; “Pierrot Festival”, Stara Zagora, Bulgaria; “Fujairah International Arts festival”, Emirati Arabi Uniti, “Festival Black & White”, Imatra, Finlandia.

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