Visto da noi: La donna del fiume

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Suzhou River (questo il titolo originale dal nome del fiume che attraversa Shanghai) è uno dei primi film di Lou Ye, importante esponente della cosiddetta “sesta generazione” dei cineasti cinesi, non sempre in sintonia con la cinematografia ufficiale del grande paese asiatico

È, infatti, un film dalla storia complessa e controversa.

Girato nel 2000, dopo una serie di rapidi passaggi in rassegne e festival soprattutto nel Nord Europa, è circolato nel nostro continente per un certo periodo per approdare in Italia solo quest’anno, dopo il restauro e un invito alla Berlinale 2022.

Ebbe problemi anche in Cina ove il film, fatto uscire all’estero senza la preventiva autorizzazione, fu censurato e al regista fu vietato per questo di lavorare per due anni.

Eppure è un’opera che è stata in grado di sfuggire all’usura del tempo grazie ad uno sguardo estetico, sia per forma che per contenuto narrativo, capace di scoprire nella contingenza una valenza universale ed essenziale, irriducibile direi, che quella contingenza, mentre la espone, insieme giustifica e travalica.

Un respiro anche drammaturgico per così dire condiviso, che risolve in una figuratività strutturata i lampi e i riflessi della profonda incoerenza di cui la vita ci fa dono, non voluto ma comunque necessario alla nostra umanità.

Suggestioni forse, o i riflessi in una fotocamera di un fiume che scorre nei suoi argini, disinteressandosi dell’umanità che intorno sopravvive ma sa trovare in quello scorrere un senso, un significato per giustificare sé stessa.

Una storia di doppi che per struttura specularmente mimetica suggerisce in fondo le goethiane Affinità elettive, insieme ai desideri sovrapposti, che si irrobustiscono verificandosi quasi l’uno nell’altro, delle riflessioni di Renè Girard sui triangoli o multipli mimetici.

Protagoniste due coppie, quasi un prima e un dopo, che ad un certo punto intrecciano le loro vite e la loro relazione e in questo sovrapporsi di storie personali, che ovviamente non racconterò, ritrovano un significato di sé ed una identità che andavano perdendo.

Al centro di tutto una sirena, la stessa sirena dai lunghi capelli biondi, ora bambola, ora ballerina di night, ora apparizione improvvisa del fiume che sembra incarnarsi man mano in corpi diversi ma speculari.

Il mito della sirena affonda, infatti, nel profondo del nostro percepire il mondo, un mito che custodisce, dall’antichità alla modernità, da oriente a occidente, l’idea di una donna legata ad un altrove, spaziale, temporale e soprattutto psicologico da cui si sente irresistibilmente attratta, come la Donna del Mare (titolo straordinariamente analogico) di Henrik Ibsen.

Sapremo cercare questo altrove quando la sirena si allontanerà?

Del resto è, questo, un film originalmente singolarissimo, ma ricco di corrispondenze sia narrative che sintattiche o linguistiche, corrispondenze capaci di stratificarsi e confondersi senza perdere, ciascuna, una propria specificità.

Tra le prime ovviamente il capolavoro hitchcockiano La donna che visse due volte, cui rende un omaggio esplicito sin dalle prime inquadrature per poi differenziarsi in profonda fedeltà, in ciò seguendo i mutamenti antropologici che, tra le due opere, hanno segnato i comportamenti e le relazioni nella nuova generazione che, non solo in Cina, si confrontava con una modernità, liquida, instabile e priva di forti riferimenti.

Essendo sentimenti, affetti e relazioni di questa giovane umanità, anch’essi profondamente instabili e sottoposti alle folate del tempo che li circonda.

Perché dunque cercare di confermarli, di fermarli questi sentimenti, questi affetti e queste relazioni? Quando si allontanano basta aspettare la storia successiva, mentre l’imbarcazione si lascia trasportare dalla corrente della vita.

Ma è altrettanto leggibile a mio avviso, nella grammatica minimalista del racconto, capace di andare nel profondo più di qualsiasi eccesso retorico, una dinamica che ci porta alla Nouvelle Vague di François Truffaut ovvero, ancor più, di Eric Rhomer, Godard o altri esponenti.

A tale suggestione è altresì riferibile la cinepresa a spalla, che rende le immagini sfuggenti come i riflessi del fiume, sensazione accentuata da una fotografia volutamente nebbiosa, mobile e quasi in fuga come quegli sconosciuti oggetti trasportati dal fiume.

È, dunque, lo stesso confine tra realtà e sogno che viene messo in discussione e in fondo non saremo mai sicuri che quello che vediamo sia veramente accaduto.

Bravi i protagonisti, in particolare la doppia Zhou Xun allora alle prime prove ma giustamente destinata ad una importante carriera.

Un film che ci auguriamo possa essere adeguatamente risarcito dei tanti anni di silenzio.

Regia: Lou Ye, con Zhou Xun Jia Hongsherg, Hua Zhongkai, Yao Anlian, An Nai. Paese: Germania, Cina. Durata:83 min. Distribuzione:Wanted Cinema. Sceneggiatura: Lou Ye. Fotografia:Wang Yu Montaggio: Karl Riedl. Musiche: Jörg Lemberg. Produzione: Coproduction Office, Essential Filmproduktion GmbH.

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Ho conseguito la Laurea in Estetica al DAMS dell'Università di Bologna, con una tesi sul teatro di Edoardo Sanguineti, dando così concretezza e compimento alla mia passione per il teatro. A partire da quel traguardo ho cominciato ad esercitare la critica teatrale e da molti anni sono redattrice e vice-direttrice di Dramma.it, che insieme ad altri pubblica le mie recensioni. Come studiosa di storia del teatro ho insegnato per vari anni accademici all'Università di Torino, quale professore a contratto. Ho scritto volumi su drammaturghi del 900 e contemporanei, nonché numerosi saggi per riviste universitarie inerenti la storia della drammaturgia e ho partecipato e partecipo a conferenze e convegni. Insieme a Fausto Paravidino sono consulente per la cultura teatrale del Comune di Rocca Grimalda e sono stata chiamata a far parte della giuria del Premio Ipazia alla Nuova Drammaturgia nell'ambito del Festival Internazionale dell'eccellenza al femminile.

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