Dentro i muri, un volto di Ferrara

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ph Manuela Mazzesi

 

Succedeva già un paio di anni fa, quando portata dalle circostanze a non potermi allontanare troppo da casa, finivo con il percorrere sempre le medesime viuzze. Nel tessuto topografico ferrarese quella zona “ha un’orditura che la differenzia dalle circostanti” scriveva Gualtiero Medri ne Il volto di Ferrara nella cerchia antica. Anche Giorgio Bassani nel suo Dentro le mura afferma che “a percorrere via Salinguerra anche oggi, il tipo di silenzio del quale si è circondati (sentite qui le campane delle chiese cittadine hanno un timbro diverso, come sperduto) (…) contribuisce a dare l’impressione che ci si trovi già fuori dalla cerchia delle mura urbane, ai limiti dell’aperta campagna”.

Solitamente da quelle vie finivo sempre col passarci per andare in un altro posto, con lo sguardo panoramico di chi attraversa. In quei giorni invece non dovevo recarmi da nessuna parte, l’unico pendolarismo accettato era quello tra la vita reale e la finzione. Mi ero dunque messa ad uscire con una “guida” speciale nello zainetto, l’avevo acquistata già qualche anno prima ma l’avevo sempre letta standomene comoda sul divano. Ora, passeggiandoci, questa mi era diventata cara perchè aveva la facoltà di condurre in un altrove temporale. Si tratta della Nomenclatura ed etimologia delle piazze e strade di Ferrara di Gerolamo Melchiorri, anno 1918.

 

ph Manuela Mazzesi

 

Devo, a questo punto, dichiarare una passione per le guide turistiche “scadute” che informano di trattorie scomparse, monumenti traslati, ferrovie senza più binari. Ecco allora che farsi accompagnare dal Melchiorri in una passeggiata tra l’antico Castrum e quella che prima del Mille era ancora un’isoletta nell’alveo del Po, è stato il mio atto di evasione contro l’odierna modestia di voler limitare l’appagamento al visibile.

Uscendo dalla mia casa nella strada detta Porta d’amore, incontravo dopo pochi passi il n.29 che a tutt’oggi risplende “di insolita grazia” e lascia vedere ancora una cornice di cotto con dieci testine di angioletti. Sono forse dicerie eppure mi piaceva leggere che nel Cinquecento vi dimorava una fanciulla desiderata da molti giovani e che rimasta orfana per la peste fu curata e raccolta da un ragazzo che poi, terminata l’epidemia, la condusse dal parroco della chiesa vicina per sposarla, per un atto di “puro amore”.

Appena sulla sinistra giravo in via Assiderato che “corre tortuosa fino alle mura delle città”. Qui la supposizione del Melchiorri che si trattasse della corruzione della voce dialettale “Sidrata” significante “Cedrara” mi conduceva ad una veduta antica: la percorrevo in entrambi i sensi immaginando il luogo coltivato a cedri o altri agrumi, perchè a leggere lì per lì pareva di evocarlo come in un lucido sogno.

 

ph Manuela Mazzesi

 

Attraversavo poi la via della Ghiara, ovvero il vecchio ramo del Po di Primaro, per cercare il civico 6. e lì sull’architrave di marmo sapevo da sempre decifrare solo una parola: “formica”. Mi metteva allegria e non sapevo che signicato attribuirle ma ecco che il Melchiorri mi veniva in aiuto traducendo i distici scritti sul marmo, in latino: “Il poeta augura che la casa, forse sua, rimanga finchè una formica abbia bevuto tutta l’acqua del mare; e una tartaruga abbia percorso tutto il globo terracqueo”. Solida nel tempo era rimasta e io ero ancora lì ad ammirarla.

Da lì giravo per vicolo di Boccacanale con l’intenzione di proseguire verso Via Coperta dove sorge una delle dimore più illustri. Prima che venisse distrutta e poi riedificata vi aveva abitato in affitto nientemeno che il padre di Ludovico Ariosto. Viene anche detta Casa del Capitano e a lungo rimanevo a osservare i suoi merli ghibellini a coda di rondine che erano alla moda nella Ferrara del Quattrocento o sostavo sotto “al vulton dil stregh”, un volto oscuro e un tempo talmente fatiscente da far pensare al popolo che proprio lì la notte si dessero convegno le streghe. Me ne stavo col naso all’insù, destando perplessità nei pochi che passavano e che simulavano un’aria affaccendata, di chi il tempo e il poco spazio concesso lo sa usare per davvero.

Fattasi ora di rientrare sentivo sempre di volermi spingere un pò più in là e un apprezzamento poco convinto del Medri mi convinceva a ritardare un pò. In una noticina scriveva che “vi è ben poco da segnalare” su Fossato dei Buoi e invece per me l’idea di camminare dove un tempo vi era un corso d’acqua per far abbeverare le bestie, un fossato che cingeva il castello turrito dei Salinguerra, mi riempiva di emozione. Se la fortezza era totalmente scomparsa, il viottolo esisteva e ne era il confine e se ci atteniamo alla Chronica Parva di Riccobaldo là dentro il terreno era stato così grande da contenere pomari, orti, vigne, prati e poi un vallo, i terrapieni e le torri svettanti. Con la mano che toccava le pareti (certo i muri non erano più quelli di un tempo o forse sì, qualcosa era rimasto dentro i muri?) mi veniva da pensare a quella fiabà del Pitrè in cui Ninetta si cala nel pozzo e da un pertugio da cui proveniva luce “vide di là un giardino delizioso, con ogni sorta di fiori, alberi e frutti”. Così mi sentivo e trattenevo l’immagine in me, come se respirasse.

 

ph Manuela Mazzesi

 

Poi via lungo Fondobanchetto a destra, mi fermavo davanti ad un piccolo portale rustico di pietra in cui ancora oggi si legge a malapena il monogramma “Giulio Cesare Bonfiol MD” e dovevo fidarmi del Medri che nell’altro capitello era riuscito a decifrare una scritta oggi totalmente scomparsa: “el presente mi godo e spero in meglio”. Con questo verso tratto da una canzone del Petrarca Mai non vo’ piú cantar com’io soleva andavo terminando il giro. Lo terminavo nella certezza di aver camminato a cavallo del Tempo, là dove la memoria del passato illuminava un precario presente, fatto di “giretti” silenziosi, apparentemente angusti ma profondi come un pozzo. Che a ben guardare “dentro i muri” ci sono spazi infiniti per chi non va correndo e non sa sempre cosa cercare.

 

1 commento

  1. Descrizione splendida di un romanticismo quasi nebbioso x una città ” Ferrara” che ha fatto della nebbia.dei vicoli e delle leggende il suo Sangue.
    SPLENDIDA

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