Zingari: una persecuzione senza fine. I romanzi di Mariella Mehr

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La bambina non ha un nome né una storia. Adottata da una famiglia in un piccolo villaggio, anch’esso senza nome, subisce continui soprusi fisici e psicologici da parte di tutta la comunità, chiusa e bigotta, che respinge tutto ciò che non corrisponde ai suoi canoni.

Mariella Mehr, scrittrice e poetessa svizzera di etnia nomade Jenisch, nata nel 1947 a Zurigo, è scomparsa il 5 settembre 2022. Mehr viene sottratta piccolissima alla madre e assegnata a varie famiglie affidatarie e istituti in base a un programma eugenetico promosso dal Governo svizzero. Subisce quindi numerosi ricoveri in ospedali psichiatrici e il carcere. Dal 1975 ha sistematicamente denunciato con articoli giornalistici la condizione dei nomadi e scavato nella dimensione del dolore e della prevaricazione con i suoi numerosi romanzi e raccolte di poesie, tradotti dal tedesco con empatica precisione da Anna Ruchat. Nel corso degli anni novanta ha pubblicato la così detta trilogia della violenza. Ha ricevuto numerosi premi letterari, oltre al dottorato honoris causa in filosofia dall’Università di Basilea. 

PSICHIATRIA / VIOLENZA

Gli Jenisch hanno una lingua propria, si definiscono diretti discendenti dei celti e sono presenti soprattutto in Svizzera (circa 35.000, di cui solo 5.000 nomadi) e in Germania.

Furono i nazisti tedeschi a avviare a metà degli anni trenta la “lotta contro la piaga zingara“, diretta oltre che a Rom e Sinti, anche ai cosiddetti “vagabondi erranti zingari” come gli Jenisch, che vennero rinchiusi e sterminati nei campi di concentramento. Il programma eugenetico sistematico dei nazisti si inquadrava comunque all’interno di teorie in voga nei primi anni del Novecento, condivise da altre nazioni europee, per il controllo del “diverso”.

In Svizzera già nel 1926 era stato avviato ufficialmente il programma Kinder der Landstrasse, promosso dal Governo nei confronti dei figli appartenenti a famiglie di etnia nomade e realizzato dall’associazione privata Pro-Juventute, con il supporto delle autorità federali e cantonali, di istituzioni religiose o “benefiche” e della psichiatria. Il programma portava a istituzionalizzare i genitori Jenisch come “malati di mente”, tentando di far adottare i loro figli da cittadini svizzeri “normali” e eseguiva sterilizzazioni in nome del miglioramento della specie umana. Mariella Mehr ne è stata vittima fin dall’infanzia, perché sebbene nata dopo la seconda guerra mondiale, e nonostante l’orrore indicibile che i sopravvissuti all’Olocausto si trovarono ad affrontare, il programma rimase attivo ancora per due decenni (anche in Svezia fino al 1974, gli zingari continuarono a essere sterilizzati).

Il destino di Mehr si ripete quando a diciott’anni le viene tolto il figlio appena nato. La rabbia contro le istituzioni fa crescere in lei uno spirito ribelle che la conduce a subire numerosi ricoveri in ospedali psichiatrici e quasi due anni di carcere femminile.

 

 

Alla sua storia, e al percorso psicoterapeutico che le ha permesso di uscire dalla follia in cui era precipitata, Mehr ha dedicato il suo primo romanzo, Steinzeit, in cui ricostruisce le violenze subite fino alla maggiore età: ancora bambina viene rinchiusa al buio e picchiata, subisce le “viscide attenzioni” del padre affidatario, la violenza sessuale di un medico, elettroshock e terapie chimiche, mentre viene indicata come un caso disperato e emblematico di una razza geneticamente tarata.

Solo verso la fine degli anni sessanta i rom e gli zingari iniziano una lotta giuridica e politica che ha portato alla chiusura della Pro Juventute. Dal 1975, trentenne, Mehr inizia a scrivere numerosi articoli di denuncia e libri. In un documentario-intervista di Marianne Pletscher, racconta come la scrittura l’abbia salvata da un suicidio certo. L’esperienza della persecuzione l’ha attraversata decennio dopo decennio ed è stata al centro della sua esistenza, ma anche della sua scrittura.

Solo nel 1986 il presidente della Confederazione Elvetica ha chiesto pubblicamente scusa e riconosciuto il programma come una forma di genocidio che ha coinvolto migliaia di bambini jenisch. 

SCRITTURA / POESIA

Mariella Mehr nel dicembre del 1994, invitata a Ravenna, ha ricordato con parole intense alcuni suoi viaggi sulle tracce dei nomadi, fino all’Afghanistan, travestita da uomo: gli zingari occupavano interamente il suo cuore.

Si era trasferita da poco a Lucignano in Toscana, dove ha vissuto col marito fino al 2013 e dove ha ripreso a scrivere poesie.

Strappata alle origini, la sua vita è diventata ricerca ossessiva, stimolo alla resistenza, all’intelligenza. La parola ne è stata il fulcro, il motore. Così come Paul Celan o Nelly Sachs, anche loro vittime sopravvissute alla furia nazista, la Mehr s’interrogava sul potere della parola, che non mitiga l’orrore, che non cura, ma forse serve a spostare temporaneamente il dolore e la rabbia fuori da sé.

Il dolore che non riesce a scomparire, l’ha seguita anche in Toscana. Là ha cercato nuove strade per elaborarlo: negli anni Novanta ha creato un alter ego, suo e delle protagoniste dei romanzi, capace di fare ciò di cui lei non era stata capace, uccidere. Nei romanzi scritti in quel periodo, denominati trilogia della violenza, Accusata, Il marchio e Labambina, i personaggi sono vittime di violenze e abusi e possono diventare a loro volta, spesso con uno sdoppiamento di personalità, carnefici, piromani, assassini. La violenza si manifesta come espressione di un bisogno d’amore. Diventa atto estremo che tenta di cancellare il dolore indicibile che altri esseri umani hanno causato.

Il marchio, racconta di vittime e carnefici, dell’alter ego jenisch che pareggia i conti.

«Stanca di uccidere, Gertrud, le cantai una canzone. Cantai, col sangue di Franziska sulla mia pelle. Il mio cuore batteva al ritmo del sangue che usciva dal cuore di Franziska. Le lacrime mi confondevano. Piangevo e cantavo e cullavo il corpo che cominciava a divenirmi estraneo tra le mani. Franziska non poteva più sentirmi.»

La violenza inaudita che Mehr ha subito trova modo di essere trasmessa anche grazie al linguaggio dei suoi romanzi, duro, scabro, quasi insopportabile, dove le parole si appiccicano l’una all’altra e danno vita a un processo di fusione tra soggetto e sostantivo, perifrasi senza spazi. La sua Parola ci esplode dentro, frantumandosi in migliaia di schegge pungenti, le punte acuminate passano nelle frasi.

«Non ha nome, Labambina. Viene chiamata Labambina. O ragazzino, anche se è una ragazzina. Viene chiamata ragazzino, o monello, con tenerezza se le donne del villaggio ne hanno voglia. Anche monello insolente, se Labambina avanza delle pretese, o Accidentidiunabambina, puttanella, Sudiciamarmocchia. Non ha nome, Labambina. Non può averlo.»

 

 

Nel 1998 l’Università di Basilea le ha conferito il dottorato honoris causa in filosofia per essersi esposta personalmente lottando contro la xenofobia, il razzismo e l’antisemitismo.

Alla cerimonia, Mehr ha concluso un discorso durissimo con una lettera alla madre morta, che aveva tentato di ucciderla ancora in fasce.

«Le tue grida d’aiuto da campi di lavoro e manicomi, le tue imprecazioni, le tue preghiere, i tuoi guaiti, la tua disperazione e gli inutili sensi di colpa, ora sono qui, nelle lettere che ho davanti agli occhi e che non mi hanno mai raggiunta quando tu eri in vita. Spazzatura produce spazzatura, quindi le lettere sono ingiallite nei raccoglitori arancioni sui quali era stato scritto: non inviate. Sono ingiallite accanto alle mie che non hanno mai raggiunto te, mammina carissima del mio cuore; aprimi ora una porticina perché io possa entrare nel nido del tuo cuore e riscaldarmi. Come facevo a sapere che nel tuo cuore abitavano e facevano i loro porci comodi altre persone, come potevo sapere che di notte gli spazzini andavano a puttane dentro a quel cuore, con le loro verghe cristiane finché finalmente, finalmente, non è calata la notte sul tuo cervello.»

Il soggiorno di Mariella Mehr in Toscana non è stato definitivo. Quando le ombre del passato hanno nuovamente preso il sopravvento, è ritornata alla sua condizione di alcolista. Da allora si era trasferita a Zurigo.

Mehr era orgogliosa del suo statuto di apolide, della scritta jenische sul suo documento. Aveva un volto scolpito e chiuso, la voce roca da fumatrice accanita, gli occhi miopi impenetrabili, ma succedeva che tutto si sciogliesse a un tratto in una dolcissima risata.

Alcuni suoi testi sono già riediti e la grandezza della sua scrittura troverà spazio negli anni a venire.

 

 

La persecuzione degli zingari non è conclusa nemmeno oggi: in tutta Europa e in Italia sono numerosissimi gli atti vessatori nei loro confronti, spesso di grande valenza simbolica. Sgomberi di campi, raid intimidatori, spari, incendi, divieti di sosta deliberati dalle giunte comunali.

 

Mariella Mehr, Steinzeit Silviasilviosilvana, Aiep-Guaraldi, 1995, pp.189
Mariella Mehr, Il Marchio, Fandango libri,2018, pp.159
Mariella Mehr, Accusata, Effigie edizioni, 2008, pp.94
Mariella Mehr, Labambina, Fandango libri, 2019, pp.205
Mariella Mehr, Notizie dall’esilio, Effigie edizioni, 2006, pp.108
Mariella Mehr, San Colombano e attesa, Effigie edizioni, 2010, pp.80
Mariella Mehr, Ognuno incatenato alla sua ora, Einaudi editore, 2014, pp.157
Mariella Mehr, Emmanuel Betta, Uomini e topi-Eugenetica in democrazia, Ibis, 2014, pp.76
Valentina Pedicini, Dove cadono le ombre, film, 95’, 2017

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Ho pubblicato ricerche, romanzi e testi sulla migrazione sia straniera che italiana, tra cui "I wolof del Senegal" (L'Harmattan, 1995) "Le strade di Lena" (Aiep editore, 2005). Per il teatro ho scritto alcune drammaturgie con Luigi Dadina, messe in scena dal Teatro delle Albe, tra cui "Amore e Anarchia" (2014) e con Davide Reviati "Mille anni o giù di lì" (2021). Tra le mie ultime pubblicazioni il romanzo "Allora io vado" (Pendragon, 2016) e con Laura Orlandini il saggio-racconto "Delitto d'onore a Ravenna. Il caso Cagnoni" (Pendragon, 2019). Dal 1997 sono presidente di cooperativa Librazione e dal 2009 al 2019 sono stata direttrice artistica del centro culturale Cisim di Lido Adriano.

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