Blonde: dentro l’anima di Marilyn

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È disponibile da ieri, 28 settembre, sulla piattaforma Netflix, Blonde, sesta opera del regista Andrew Dominik, che ripercorre audacemente la vita di una delle icone intramontabili di Hollywood, Marilyn Monroe.

Bio-fiction, con protagonista Ana de Armas, è tratto dal romanzo di successo omonimo di Joyce Carol Oates ed è stato presentato in concorso alla 79esima Mostra del Cinema di Venezia.

Un progetto decennale, due anni di riprese (interrotte dalla pandemia), che riporta Dominik a Venezia a 15 anni di distanza da L’assassinio di Jesse James.

La macchina da presa catapulta lo spettatore nel 1933: l’infanzia precaria della piccola Norma Jeane che cresce con una madre problematica che le dice che il padre è un magnate dell’industria hollywoodiana da venerare in una fotografia appesa al muro.

Poi l’orfanotrofio, successivamente le prime esperienze come modella e attrice.

I provini con Darryl Zanuck che diventano molestie.

Il ménage à trois con i figli di Charlie Chaplin e Edward G. Robinson, Cass ed Eddy.

Gli anni ’50, l’Actor’s Studio, Joe DiMaggio e Arthur Miller, la scena della gonna in Quando la moglie è in vacanza.

E infine il 1962: la tossicodipendenza e la relazione tossica con il presidente Kennedy fino alla morte in solitudine il 4 agosto.

Tra squarci visionari e quadri realistici, Blonde confonde i confini tra realtà̀ e finzione per esplorare la crescente divisione tra il suo io pubblico e quello privato. Nella maggior parte del film Norma Jeane è abbastanza presente, poi Marilyn prende il sopravvento, questo perché hanno bisogno l’una dell’altra per vivere: sono collegate emotivamente.

Lei, un’icona così amata dagli uomini, era infelice e il solo pensiero che abbia provato dei momenti così dolorosi nel corso della sua vita, distrugge terribilmente lo spettatore. Lei era vera, sia quando la macchina da presa riprendeva, sia quando era spenta e ritornava alla vita di tutti i giorni.

E Ana De Armas, in questa prova d’attrice ardua -dover nascondere il suo accento cubano-, ci riesce pienamente, convincendo e coinvolgendo.

 

 

Ve lo starete chiedendo e la risposta è sì, all’interno dell’opera vi sono scene sessualmente esplicite, che possono turbare lo spettatore, ma che comunque all’interno dell’economia della narrazione risultano essere necessarie.

Inoltre lo spettatore scorge una Marilyn ambivalente: desiderava avere un bambino, perché pensava che la potesse salvare dal suo trauma. Lo voleva per sé stessa. Lei era stata abbandonata dai genitori e voleva donare alla sua creatura la vita che lei non aveva avuto.

Dal punto di vista di Norma, la gravidanza era qualcosa di complicato da attuare. Lo voleva, lo desiderava, poi ci ripensava… Non lo voleva più.

Nel film, quando la sua vita diventa instabile, la sua origine, la sua storia, la sua infanzia: tutto riappare.

Marilyn era estremamente forte e ha provato ad esserlo fino alla fine, per questo motivo il film, crudo e delicato allo stesso tempo, è rivolto anche alle persone che soffrono di salute mentale.

Le riprese, cominciate il 4 agosto, il giorno della sua morte, è stato dedicato allo shooting, all’interno dell’appartamento dove Marilyn viveva con sua madre.

Infatti la casa dove è stato girato il film è proprio la loro.

Per 166 minuti, Marilyn, è sia corpo, sia fantasma ma, ora esiste, come la polvere di una stella esplosa, sotto forma di migliaia di immagini che fluttuano nel nostro inconscio collettivo, nei film, nelle fotografie, sui muri, nelle pubblicità, e la sua luce – come quella di una stella – viaggia ancora verso di noi, anche se lei si è spenta da tempo.

 

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Da quando ne ho memoria, questi sono i miei più grandi amori: canto, teatro, lettura e cinema. Sono una Studentessa del Corso di laurea DAMS presso l’Università degli Studi di Messina. Appassionata di storia dell’arte, letteratura, storia, musica, fotografia e di mummie, il palcoscenico ha fatto parte della mia vita dall'età di 6 anni e da allora non l’ho più lasciato, in qualsiasi veste. Allieva Regista per la Summer School alla Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi di Milano, amo scrivere, in particolar modo poesie e racconti. Pratico volontariato dall’età di 10 anni e Gagarin è la mia prima collaborazione di scrittura come aspirante critica cinematografica.

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