Creare sapere sul corpo. Cos’è che volevo dire?

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Mina, La banda, 45 giri 1967

 

Gente, io adoro gli elenchi!

Appagano e deliziano il mio spirito ossessivo ordinatore e catalogatore. Così, questo mese, ho deciso di farmi un regalo e proporre alcune cronache su come il corpo femminile possa diventare oggetto di abuso e manipolazione non solo tramite azioni palesi, ma soprattutto attraverso narrazioni costruite in modo tanto sistemico e insidioso da porsi oltre il nostro orizzonte di consapevolezza. Queste cinque storie sono autoconclusive e ben disposte in punticini. Tutti questi racconti, sebbene romanzati, sono veri.

Il sapere intorno al corpo, nella società occidentale dominata dal mercato, è una dottrina che ci descrive un oggetto da capitalizzare, orientato alla performance, disciplinato, levigato, bello in quanto rispondente a determinati standard, isolato perché in perenne lotta con se stesso e con tutti gli altri corpi cui si paragona. La tattica del divide et impera sembra avere efficacia imperitura. Se la teoria coincide con la pratica, e l’esperienza in prima persona collettiva permette di dare importanza al messaggio più che al messaggero, nostro potere e dovere diviene cercare di creare cultura portando narrazioni inedite (e comportamenti insoliti) nello spazio pubblico, a partire da ciò che ci riguarda, e che abbiamo facoltà di rendere parola. In fin dei conti, come possiamo pensare di trasformare qualcosa se prima non riusciamo a immaginare novelle alternative? 

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1. La pancera

Il passing è il tentativo di dissimulare una caratteristica identitaria stigmatizzata passando per ciò che non si è. Può riferirsi all’etnia, all’orientamento sessuale, all’identità di genere, all’appartenenza religiosa, alla classe sociale, all’integrità del corpo, allo stato di salute. Il termine nasce circa un secolo fa nella comunità nera americana, per definire il comportamento di persone afrodiscendenti di pelle chiara, così chiara da farsi passare per bianche dai bianchi. Anche nei paesi più evoluti in termini di diritti civili, prima di potersi concedere una qualche forma di pride, il passing ha salvato la vita di molti individui, in quanto unica strada per sfuggire, nascondendosi alla luce del sole, alle persecuzioni della maggioranza. Ovunque perduri il sistema patriarcale può essere ancora utile, a protezione dalle microaggressioni di cui le minoranze continuano a essere oggetto.

Le microaggressioni sono una specie di complinsulto, cioè minano l’autostima e il senso di sicurezza sotto la maschera del vezzeggiativo, e sono usualmente agite dal sistema maggioritario nei confronti di persone marginalizzate. Sono esternazioni che propongono un’accettazione inautentica delle differenze, validando in modo indiretto valori e caratteristiche ritenuti “normali”. Di solito si costruiscono in locuzioni del tipo “Ma dai! Per essere (…) sei/non sei (…)!”. Il disagio delle vittime è di bassa intensità (minority stress), ma episodi ripetuti nel tempo possono produrre lo stesso post-traumatico di una macro violenza.

Esempi? “Ma dai! Per essere in sovrappeso sei agile! Per essere una persona trans sei femminile! Per essere disabile sei autonomo! Per essere una donna, guidi bene!”. Come a dire che tutte le persone in sovrappeso sono impacciate, tutte le persone trans MtoF appaiono sotto sotto maschili, tutti gli individui disabili sono incapaci di autonomie, tutte le donne non sanno guidare. Spesso possono essere accompagnate anche da un bel “Non l’avrei mai detto!”. Alias: “Ok, ti convalido, ti salvo dalla tua appartenenza ad un gruppo minoritario, perché anche se non sarai mai come me comunque mi assomigli, e questa È LA COSA GIUSTA”.

Conosco una donna, ora in pensione, che ogni giorno della sua vita lavorativa si è alzata alle 7. Apriva gli occhi e godeva del tepore che si era accumulato durante la notte sotto le lenzuola. Avrebbe desiderato diventare estetista, ma a 18 anni, dopo averne passati quattro a crescere il fratello come madre putativa, le trovarono un impiego. Un posto fisso al centralino nel quartiere artigiano della città nella quale era nata, una scrivania che sarebbe stata la sua per i quarant’anni successivi. Era asciutta ma di fianchi larghi, gli occhi acquosi e il naso affilato. Nessun permesso di essere vanitosa, nonostante i ricci ribelli e il diastema che, oramai, la fama internazionale di Veronica Ciccone aveva sdoganato come segno dirompente di nuova bellezza.

A 20 anni ebbe la sua prima bambina. Crebbe il seno, e anche il ventre. Era una luminosa Madonna di periferia, un’adolescente che la domenica ascoltava La banda di Mina alla finestra, sul suo lettore 45 giri portatile, aspettando quel circo che avrebbe portato via la sua tristezza. E, invece, arrivò la pancera. Un contenitore elastico che, immediatamente dopo il parto, potesse renderla velocemente ri-presentabile agli uomini d’affari che era deputata ad accogliere, intrattenendo i loro occhi con forme adeguate e armoniose. Le forme che loro le avevano insegnato a rincorrere. “Ma dai!”, si sentiva ripetere, “sei soda per aver appena partorito! Non l’avrei mai detto!”.

Il suo attivismo era privato, e si realizzava ogni mattina in quei cinque minuti. Prima degli sguardi, di preparare gli abiti per il marito, la colazione ai figli, di reinserirsi nella guaina. Prima del passing, si adoperava in un rituale di cura. Respirava a fondo, con le mani sulla pancia libera, e le canticchiava sottovoce cose d’amor.

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2. Serpi in seno 

Tracey Emin, My Bed, 1998

 

Scavando a fondo, anche in quelle zone delle città attivamente toccate dalla gentrificazione, si possono scovare antiche case che, dall’esterno, si stagliano come baluardi modellati dal tempo. Vecchie persiane con qualche stecca staccata, intonaco screpolato, maniglie sulle porte d’ingresso rese lucide dai tocchi di mille e mille mani.

Davanti alla mia finestra c’è una di queste residenze. L’arancione slavato dei muri accoglie, su tre piani, donne che si fermano per anni o per pochi mesi. Hanno un’età che va tra i venti e i quarant’anni, e trascorrono molto tempo nei loro appartamenti. Per proteggere le loro attività casalinghe improvvisano tendine con i materiali più disparati: asciugamani, parei, tovaglie, teli da spiaggia, e spesso le sento parlare di notte a voce alta, con furia, passione, a volte paura. Il vicinato è composto in modo prevalente da abitazioni ristrutturate, abitate dai Borghesi. Alla fine della strada c’è la Chiesa, occupata dal Prete e dai Fedeli. A meno di cinque minuti a piedi si trova il Duomo con il palazzo del Vescovo; il Comune che ospita il Sindaco e tutto il Consiglio; il Museo presieduto dal Direttore; il Circolo magione degli Industriali.

Il proprietario di questa dimora è un uomo, e la selezione delle inquiline basata su un contratto volto a soddisfare reciproci bisogni: per lui la possibilità di usufruire dei loro corpi a proprio insindacabile desiderio, per le diverse lei la necessità basale di protezione e solida sicurezza ottenibile senza esborsi in denaro. “Quindi è così”, mi disse un giorno una persona alla quale raccontavo questi fatti, “basta possedere un appartamento per poter esercitare dominio”.

Il privilegio nasce all’interno di una relazione di dipendenza, nella quale chi ha più mezzi attiva possesso e sfruttamento dell’altro. Ma il legame è bidirezionale: senza altro non c’è privilegiato. Chi detiene privilegio lo mantiene opprimendo i corpi altrui, eppure, scavando a fondo, nelle intercapedini, si possono scorgere contropotenze. Queste donne, per esempio, ne hanno una, che prende avvio proprio da quello che la scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie ha criticato come bottom power. Usando il loro essere rese oggetti apparentemente passivi, bisognosi, ricolmi di sessualità e sensualità, ribaltano la prospettiva costruendo comunità orizzontali alternative, carbonare e resistenti (sebbene, ahimè, ancora solo in affitto). Il possidente pensa di tenerle in pugno, mentre loro sfuggono ai luoghi del dominio usandosi cura reciproca e al riparo, nella stessa dimora del padrone.

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3. Eva

Eva, attualmente collocata a Fasano (BR)

 

Uno dei più grandi rimpianti della mia vita di bambina è non aver esplorato Eva, accattivante bambolona di 30 metri in vetroresina. Negli anni ’90 Eva attendeva paziente e immota, con labbra rosse dischiuse in un sorriso invitante, distesa supina in abiti casual, di essere ripetutamente deflorata dai visitatori di uno dei più noti parchi divertimenti italiani, curiosi di conoscere i “segreti del corpo umano”. L’esperienza speleologica nella silhouette plastica era resa possibile da una apertura sul fianco dell’immenso manichino. Quello che si faceva dentro il corpo di Eva l’industria dell’intrattenimento lo chiama walk-through edutainment, cioè “educazione + divertimento ottenibile camminando attraverso”.

Nel 2019 l’ONU ha pubblicato un rapporto dal titolo I’d Blush if I Could, cioè Se potessi arrossirei, che cita la frase standard con la quale, dai nostri IPhone, Siri ci risponde quando le vengono rivolti insulti sessisti. Lo scopo dello studio è stato quello di coscientizzare il mondo dell’hi-tech, composto prevalentemente da uomini, su un vizietto decisamente comune, cioè quello di attribuire voci femminili agli assistenti vocali. Il lapalissiano sillogismo alla base di questa scelta si fonda su di un bias che vede la figura dell’assistente, come quella della donna, dotata di caratteristiche ben precise: disponibilità, desiderio di aiutare, docilità, sostegno. Di una dedizione così sconfinata da interpretare offese discriminatorie come complimenti che fanno arrossire.

Comportamenti reiterati sistematizzano aspettative e consuetudini, e se ci abituiamo a comandare od oltraggiare una voce femminile (che oltretutto ci obbedisce, imporporandosi timidamente), per un basico meccanismo dell’apprendimento noto come generalizzazione, con difficoltà riusciremo a non estendere questa prospettiva fuori dai nostri salottini. Rafforzando ulteriormente lo stereotipo di cui sopra in merito al ruolo della donna.

Pensandoci bene, mia madre aveva ragione nel dirmi che quell’attrazione non faceva per me. In Eva si entrava pagando, ma soprattutto senza chiedere il permesso, affare già poco educativo, simpatico ancor meno.

 

4. Abbigliamento tecnico

Marilisa Cosello, Try #5, 2022

 

Da qualche tempo ho detto addio ai tacchi. Ai pantaloni stretti sui fianchi che arrivata a sera mi procuravano crampi al basso addome, al rimmel che mi faceva svegliare con occhi brucianti e impappolati. Addio alle giacche leggere in inverno solo perché belle, ai jeans in estate per nascondere gambe non perfettamente depilate. Vorrei accomiatarmi presto anche dal reggiseno, ma l’abitudine al portarlo mi fa ammalare non appena non lo indosso – a proposito di tecnologie di genere e creazione di bisogni indotti.

D’altra parte. I pantaloni lunghi d’estate li metto, se i peli li giudico troppo lunghi o troppo folti. Idem per le braccia: è sempre difficile esporle in primavera, dopo che il freddo ha protetto il mio irsuto inconfessato, che una volta una persona chiamò “zona d’ombra che salta agli occhi”. Se sono seduta e indosso una maglia aderente difficile che non controlli se si evidenziano i rotoli sulla pancia. Passando davanti a uno specchio valuto se i capelli sono in ordine, e alzo la testa per distendere le pieghe del mento e del collo quando il mio pc va in stand-by, e inavvertitamente mi scorgo nel black mirror.

Il processo che mantiene l’attenzione sul proprio aspetto e su come viene valutato dall’altro in quanto oggetto sessualizzato viene chiamato auto-oggettivazione, quello sui propri comportamenti automonitoraggio. Le due attività sono profondamente intrise di dimensione valoriale, perché implicano paura del giudizio. Diverse ricerche hanno dimostrato come le persone che impiegano massicce risorse in queste condotte (solitamente di identità di genere femminile) abbiano tempi di reazione più lenti, prestazioni cognitive ed intellettuali inficiate, senso della vergogna più sviluppato, distacco dalle proprie emozioni e sensazioni enterocettive (interne al corpo), maggiore probabilità di sviluppare disturbi dell’umore o del comportamento alimentare.

Succede quando in occasione di un esame, di una riunione, di un aperitivo, di un appuntamento, pensieri intrusivi e costanti su come il nostro corpo e i nostri comportamenti possano apparire al prossimo ci impediscono di concentrarci su quello che vogliamo dire, su quello che accade nel mondo esterno e interno, sulle nostre sensazioni ed emozioni.

Oltre che nello studio della psiche umana, ho cercato una soluzione a tutto questo virando sull’abbigliamento tecnico, concepito per dare un’idea del corpo capace. Anche la moda comoda obbedisce però ad una rigida distinzione binaria nelle sue linee per uomo (che non si adattano al mio corpo) e per donna (che non si adattano al mio corpo, ma un po’ di più). Provando a non assoggettarmi ad una ulteriore imposizione, prima di rassegnarmi al rosa, saggio sempre qualche abito maschile: sono più variegati, e decisamente più belli. Lo chiesi una volta alla commessa: “Ma perchè il tecnico da donna è sempre così brutto?”. “Cara mia!”, lei rispose, sorella dimentica della relazione neoliberista tra compratrice e venditrice, “Chi disegna le stagioni è maschio”.

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5. Doppifondi

AleXsandro Palombo, Break the taboo, 2021

 

Treccani online definisce il doppiofondo come “​​duplice piano di base con intercapedine, in cassetti, valigie e similari, per occultare documenti, merci di contrabbando, ecc”. Vere boss del doppiofondo, oltre a chi si dedica a traffici illeciti, sono le persone che sperimentano l’avvenimento delle mestruazioni, soprattutto se nate prima degli anni 2000. Dalla pochette in borsa alla manica del maglione, dal risvolto dei pantaloni al palmo della mano abilmente camuffato contro il corpo, dal taschino della camicia al reggiseno, tutti i luoghi furtivi nei quali mia nonna soleva infilare il fazzoletto sono venuti buoni, dopo i 12 anni, per occultare gli assorbenti nei tragitti verso il bagno.

L’eccesso di medicalizzazione del corpo, finalizzata alla definizione di norme universali, non ha naturalmente lasciato indietro il processo mestruale. Più o meno ogni mese, i cambiamenti ormonali nella maggior parte dei corpi dotati di utero e ovaie portano alla maturazione di un ovulo, e alla creazione di una mucosa che ricopre la superficie interna dell’utero – endometrio – deputata ad accogliere l’ovulo se fecondato. Quando questo non accade l’endometrio si sfalda, sanguina perché riccamente irrorato da vasi, e viene espulso dalla vagina. Stiamo parlando di un meccanismo fisiologico “naturale”, come i processi digestivi o le trasmissioni sinaptiche, per il quale non dovrebbero occorrere medicamenti. Il sangue mestruale non è sinonimo di malattia, non è esito di violenza, non ci rende impure, non è una questione solo femminile come non tutte le donne lo sperimentano. Ha lo stesso statuto fisiologico della CO2 espulsa dal naso.

Tuttavia. Mentre in pubblico respiriamo senza far più di tanto caso all’atto in sè e senza nasconderci, gli assorbenti li chiediamo sussurrando, e ce li passiamo in clandestinità. Li paghiamo in quanto prodotti commerciali,  tassati al 10%. Durante le mestruazioni una macchia di sangue rimane motivo di grande imbarazzo, e via di felpe legate in vita per nascondere il corpo del reato. Per parlarne impariamo ad utilizzare un linguaggio in codice, come “avere le mie cose” o “la luna”. Senza scomodare organizzazioni sociali lontane dalla nostra, conosco persone che durante il periodo mestruale non lavano i capelli, non fanno il bagno in mare o in piscina, non cucinano la maionese per paura di vederla impazzire. Le ho viste annullare impegni con scuse di ogni tipo, o, al contrario, imbottirsi di antidolorifici o assumere la pillola anticoncezionale per farvi fronte. E sento tutti i giorni individui pronti a spiegare qualsiasi alterazione comportamentale con la fatidica frase: “Ok, adesso ho capito perchè sei nervosa”. Almeno una volta tutti, e tutte, lo abbiamo pensato. Esiste una locuzione precisa che descrive questi fenomeni: period shaming.

Nel 1975 lo psicologo ungherese Mihály Csíkszentmihályi ha introdotto in Occidente il bel concetto di stato di flusso, o flow. Le persone che lo saggiano sono totalmente assorte da quello che stanno facendo, in contatto con le proprie sensazioni interne, dimentiche delle stimolazioni dell’ambiente, spinte da motivazioni intrinseche legate all’attività in sé e per sé, e non al raggiungimento di un obiettivo dettato da altri. Nel flusso corpo e mente funzionano all’unisono e si agisce fuori dal tempo e spinti dal piacere, non più come unità produttive, liberi da verifiche.

Ora sto scrivendo, e sono nel flusso. Spetta un attimo però, un pensiero arriva strisciante, e quel pensiero è che non devo dimenticare il mio essere stata assegnata e fatta diventare donna. Senza pancera mi si vedranno i rotolini? (Shame!) Avrò fatto bene a osare con questa scollatura? (Shame!) Sarò stata troppo diretta nell’esprimere un’opinione? (Shame!) Che ci vado, con le scarpe da trekking, poi, al lavoro? (Shame!) E mi sarò macchiata i pantaloni? (Shame!) Corri a cambiarti, drizza la schiena, sbianca la pelle, non dire che hai fame, allaccia i bottoni, chiedi scusa, vai ad aiutare, sii morbida, fatti esplorare, obbedisci. Esci dal flusso, a conti fatti hai già quello mensile (Shame!).

Quindi?
Cos’è che volevo dire?
Mi sono persa.

Letture:
Maura Gancitano (2022), Specchio delle mie brame. La prigione della bellezza, Einaudi
Jesmyn Ward (2021), Sotto la falce. Un memoir, NNE

Ascolti:
Mina, La banda

Visioni:
Tracey Emin
Eva
Marilisa Cosello
AleXsandro Palombo

 

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