Il (un) nuovo Vangelo di Milo Rau

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Questo film del 2019 di Milo Rau, artista tra i più apprezzati della scena internazionale, è un’opera giocata e costruita sulle sovrapposizioni: sovrapposizione dei luoghi (Matera e Gerusalemme quasi che quest’ultima fosse miracolosamente incastonata nella prima), e sovrapposizione delle immagini cinematografiche, ma non solo, che questi luoghi hanno prodotto, talora disperse nella memoria, talora organizzate in opere famose come i due film, a Matera appunto girati in tempi diversi, di Pier Paolo Pasolini e Mel Gibson.

The new Gospel è un meccanismo estetico in grado, così, di produrre una sorta di rifrazione della realtà, che è e rimane unica ma che, come un volto le sue diverse e anche contraddittorie espressioni, in una sorta di fisiognomica declinata in estetica, trascina alla luce della cinepresa le diverse forme che la realtà (potremmo anche dire le diverse realtà) assume agli sguardi di uomini e donne che si affacciano allo schermo della mente.

In fondo la dimostrazione di uno sguardo fortemente e consapevolmente strutturato, quasi ideologico nel senso di insieme di strumenti di analisi e conoscenza non pregiudiziale e non pregiudizievole, che è insieme uno sguardo paradossalmente libero e liberatorio, quindi capace di sciogliere i lacci che stringono gli accadimenti, storici ed esistenziali, dentro gabbie, maschere e luoghi comuni.

Dunque Milo Rau è a Matera e sceglie, per l’anno europeo della cultura cui è stato invitato, di girare il film che quei luoghi gli suggeriscono, ma guardando alla realtà che, oggi, quegli stessi luoghi mettono in scena proprio per, come direbbe Marco Martinelli, metterla finalmente in vita traendola dalle dimenticanze che oscurandola la assediano.

 

 

Un Vangelo nuovo che parla della realtà dei migranti sfruttati nelle campagne del basentano per la raccolta del pomodoro, per poco guadagno e molta fatica, in una schiavitù moderna che sembriamo accettare come inevitabile.

Ma non è un quinto Vangelo, bensì è il Vangelo consueto e conosciuto, ma in una delle mutevoli forme che la parabola umana della povertà e dell’abbandono, che non sembra esistere se non accompagnata alla speranza della grazia, assume lì e oggi, come ieri, domani e altrove.

Ecco che i protagonisti cambiano il colore della pelle ma non la suggestione che producono, come se non ci fosse in fondo la necessità di cambiare le forme della narrazione, in quanto sono quelle stesse forme le uniche in grado di dare voce a realtà all’apparenza diverse, ma uniche per radici estetiche ed etiche.

Riviviamo così nelle immagini di Milo Rau, battesimo, predicazione e tradimento di Gesù Cristo, riviviamo il Golgota e la sua crocefissione, e proprio perché quelle immagini sono cariche di ‘corrispondenze’ e di citazioni, proprio perché sono la ‘tradizione’ intrisa di ogni suggestione, appaiono una apertura nuova ad una sincerità nuova

Ma vi è un’altra importante sovrapposizione, che fa da vero e proprio filo conduttore di tutta la creazione cinematografica, ed è quella tra la realtà storica e sociale che continua a prodursi e riprodursi seguendo le sue fattuali dinamiche, e la realtà della sua costruzione in immagine, in un film che quelle dinamiche intercetta e in quelle interferisce, modificandole proprio mentre le porta alla luce del loro farsi.

Così le manifestazioni e le lotte dei migranti, seguite con sguardo partecipato e anche affettuoso, si intersecano con le scene e i provini del film che non le narra direttamente ma tuttavia riesce a mostrare con una efficacia inusuale proprio quelle rigidità culturali, e il capitalistico sfruttamento, contro cui quelle stesse manifestazioni si scontrano.

Così insieme ai migranti, con in evidenza il militante Yvan Sagnet nella parte di Gesù, e ad alcuni noti attori professionisti, nel film recitano o compaiono gli abitanti di Matera a partire dal loro Sindaco nei panni del cireneo.

 

 

In sostanza il racconto di un film che racconta la parabola eterna in cui possono essere raccolte le storie di sfruttati e sfruttatori, di uomini e donne chiamati a convivere prima di amarsi e forse per non amarsi mai.

Ma come in ogni evangelion, come in ogni buona novella, la grazia si può far strada verso nuove e più positive realizzazioni di cui intravvediamo, proprio nei titoli di coda e non a caso, i prodromi.

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THE NEW GOSPEL – ideato, scritto e diretto da Milo Rau – con Yvan Sagnet, Papa Latyr Faye, Samuel Jacobs, Yussif Bamba, Jeremiah Akhere Ogbeide, Mbaye Ndiaye, Kadir Alhaji Nasir, Ali Soumaila, Vito Castoro, Marie Antoinette Eyango, Anthony Nwachukwu, Mohammed Souleiman, Alexander Kwaku Marfo, Blessing Ayomonsuru e molti altri / e con Marcello Fonte, Enrique Irazoqui, Maia Morgenstern / canzoni Vinicio Capossela / fotografia Thomas Eirich-Schneider / drammaturgia e / editing Katja Dringenberg / drammaturgia e concept Eva-Maria Bertschy / drammaturgia e assistente alla regia Giacomo Bisordi / scene e costumi Anton Lukas, Ottavia Castellotti / suono originale Marco Teufen, Julian Joseph / a cura di Guido Keller, Dieter Lengacher / produzione Arne Birkenstock, Sebastian Lemke – Fruitmarket, Oliver Zobrist – Langfilm/ Bernard Lang AG, IIPM – International Institute of Political Murder / coproduzione SRF Schweizer Radio und Fernsehen/SRG SSR, ZDF / in collaborazione con ARTE, Fondazione Matera Basilicata 2019, Consorzio Teatri Uniti di Basilicata e Teatro di Roma / con il supporto di Film – und Medienstiftung NRW, Bundesamt für Kultur (BAK), Zürcher Filmstiftung, DFFF – Deutcher Filmförderfonds, Kanton St. Gallen Kulturförderung/Swisslos, BKM – Die Beauftragte der Bundesregierung für Kultur und Medien, Volkart Stiftung, Suissimage Kulturfonds

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Ho conseguito la Laurea in Estetica al DAMS dell'Università di Bologna, con una tesi sul teatro di Edoardo Sanguineti, dando così concretezza e compimento alla mia passione per il teatro. A partire da quel traguardo ho cominciato ad esercitare la critica teatrale e da molti anni sono redattrice e vice-direttrice di Dramma.it, che insieme ad altri pubblica le mie recensioni. Come studiosa di storia del teatro ho insegnato per vari anni accademici all'Università di Torino, quale professore a contratto. Ho scritto volumi su drammaturghi del 900 e contemporanei, nonché numerosi saggi per riviste universitarie inerenti la storia della drammaturgia e ho partecipato e partecipo a conferenze e convegni. Insieme a Fausto Paravidino sono consulente per la cultura teatrale del Comune di Rocca Grimalda e sono stata chiamata a far parte della giuria del Premio Ipazia alla Nuova Drammaturgia nell'ambito del Festival Internazionale dell'eccellenza al femminile.

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