Ri-visto da noi: Siamo qui per provare di Greta de Lazzaris e Jacopo Quadri

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[ dopo la recensione di Valeria di Brisco (QUI), pubblicata circa un mese fa, con questo secondo sguardo su Siamo qui per provare siamo il benvenuto in Redazione a Silvia Lumaca ]

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È stato presentato lo scorso 6 settembre come evento speciale delle Giornate degli Autori della Mostra del Cinema di Venezia Siamo qui per provare, il documentario che la fotografa e direttrice della fotografia Greta de Lazzaris (esperta soprattutto di quell’universo filmico nascosto e spesso molto più interessante di quello emerso… che è il “backstage”, la fotografia e il video di scena) e lo storico montatore Jacopo Quadri (montatore per, tra gli altri, Martone, Bechis, Bertolucci, Corsicato, Sorrentino, Virzì…) hanno girato insieme all’attrice e autrice Daria Deflorian e al danzatore, attore e autore Antonio Tagliarini, per esplorare il loro lavoro di performer e drammaturghi.

Scrivo insieme non a caso.

Occasione è la preparazione di uno spettacolo, o meglio di due, entrambi elaborati a partire dal film Ginger e Fred (1986) di Federico Fellini, in quel processo di rielaborazione e scrittura per cui Deflorian e Tagliarini sono diventati celebri.

Dagli esordi nel 2008 con Rewind, omaggio a Café Müller e a Pina Bausch, fino a Reality (2012) per cui Deflorian ha vinto il Premio Ubu come miglior attrice, vinto di nuovo nel 2014 come miglior novità italiana dallo spettacolo Deflorian/Tagliarini Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni, fino al progetto scenico elaborato a partire da Deserto Rosso di Antonioni: la performance Scavi condivisa con Francesco Alberici e lo spettacolo Quasi niente.

Ginger e Fred del resto, come dice Daria Deflorian a un certo punto, è un film “su due attori (che ballano)”.

 

 

Siamo qui per provare – felice gioco di parole per un teatro come prova di vita – si apre in maniera naturalissima come una finestra sul mondo privato dei due autori/attori, nel palazzo dove entrambi abitano, a Roma, nelle loro stanze e tra i loro discorsi intimi, e continua a dipanarsi via via, mano a mano che esploriamo il loro quotidiano che diventerà poi in larga misura teatrale – quello delle prove, appunto – quasi un percorso di autocoscienza, o un confessionale (per usare un paradigma più moderno e/o televisivo) dove il rimpallo tra il lavoro sul film e il lavoro su se stessi è così rapido che lo spettatore non ne percepisce quasi la differenza.

Sovrimpressioni, sarà del resto il titolo della performance in preparazione che noi spettatori però non vedremo mai – per quanto il docu segua il lavoro dei due autori per più di un anno – restando ancorati alla dinamica laboratoriale, da dietro le quinte e backstage che rende il film, e infine la stessa opera teatrale di cui il film parla, un po’ inafferrabile.

Ed è infatti questione spinosa riprendere in video il teatro, così che forse De Lazzaris e Quadri hanno pensato di invitarci ad andare a vedere di persona gli spettacoli a fine film, passando così la mano interamente ai due performer in questo gioco fruttuoso tra medium artistici.

Il trittico di cui fa parte Siamo qui per provare comprende Sovrimpressioni e lo spettacolo Avremo ancora l’occasione di ballare insieme, tutti elaborati in periodo Covid.

Sovrimpressioni – per chi vuole – è da oggi (19-23 ottobre) in Triennale a Milano.

Siamo qui per provare è in uscita al cinema.

Greta De Lazzaris e Jacopo Quadri hanno iniziato il progetto su sollecitazione degli stessi Daria e Antonio, come produzione indipendente, finché non è subentrata Rai Cinema. E riferiscono di aver attraversato varie crisi durante la lavorazione del docu, che andava avanti in modo largamente improvvisato ed era quindi soggetto alle difficoltà che vivevano gli attori sulla scena, che in periodo di covid e su un testo così complesso e a sua volta in fieri, erano tante.

Ma “deve a un certo punto dire sì l’universo”, come ripete più e più volte a mo’ di  mantra Tagliarini, mentre lavora per entrare nella parte di Pippo, che nel film di Fellini era interpretato da un invecchiato, lugubre e fascinoso Marcello Mastroianni, ex ballerino di tip tap che un tempo ballava con Amelia, l’accomodante Giulietta Masina, e avranno di nuovo l’occasione di ballare insieme, perché saranno invitati a uno di quei deprimenti show televisivi per ex meteore del successo nazionalpopolare. Di quando ballavano insieme il tip tap, e si facevano chiamare Ginger e Fred.

In Fellini così i due si rincontrano, a Rimini, dopo vent’anni, e si preparano per la performance serale in uno studio televisivo pacchiano e démodé, ma avranno a stento il tempo di finire decentemente un singolo ballo e verranno scalzati, perché the show must go on, e nel percorso di autocoscienza meta-teatrale di Deflorian e Tagliarini emergono tutte le metastasi che questa dura lex comporta. “Non ci riesco, non ci riesco, non ci riesco” è un altro mantra di Tagliarini.

Eppure a entrambi, nella vita, è stato concesso almeno un “sì” dall’universo… perché il film si apre proprio mentre parlano dei rispettivi matrimoni; quello di Antonio è capitato un po’ di tempo prima, mentre Daria si sta per sposare proprio a inizio film e noi vedremo parte della cerimonia stessa (con Attilio, la cui voce accompagna per altro spesso le mattine delle pagine musicali di Radio3).

 

 

Saranno proprio queste certezze affettive, insieme al profondo legame che emerge a legare i due attori/autori, a rendere meno cocenti e più affrontabili le disperazioni di cui si rendono protagonisti in modo così onesto e, anche, imprevisto, durante i lunghi mesi di prove ripresi nel documentario, e che forse sono a questo punto necessarie all’opera artistica, anche se è triste cedere a questa news.

Nel loro percorso meta-teatrale il duo è accompagnato dalla telecamera vigile di De Lazzaris e Quadri e dalla compagnia di altri colleghi con cui viene elaborata la performance: Monica Demuru, Emanuele Valenti, Francesco Alberici, Martina Badiluzzi.

“Siamo a 150 ore dallo spettacolo” dice loro Antonio, citando John Gilgoud, in un altro momento cuspide del film. E lo dice perché sembrano (e sono) ormai poche.

Bè. Però. 150 ore…  Solo quando andando al cinema si va anche a teatro.

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