Activism for Dummies. Attacchi degli attivisti nei musei: perché hanno ragione loro

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Si parla ormai da settimane dei continui attacchi da parte degli attivisti nei musei di tutto il mondo.

Chiunque in questi giorni, dagli esperti alla gente comune, sta esprimendo il suo pensiero sulla questione. Di questo gruppo di esseri umani pronto a giudicare, inveire, criticare e offendere, solo l’1 % sa di cosa parla, purtroppo.

Come spesso avviene nell’epoca dei social, ma come avveniva prima al bar, nessuno si prende la briga di verificare e informarsi, ma soprattutto di cercare le ragioni di un gesto così eclatante, per provare a capirne le motivazioni.

Mi rivolgerò quindi a quel 99% e proverò a spiegare perché hanno ragione loro.

 

 

Partiamo da chi sono: la maggior parte di loro sono ragazz* dai 18 ai 30 anni (ma ci sono persone anche più adulte) e sono figl* di una generazione figlia a sua volta di chi ha provato a cambiare il mondo senza riuscirci. Mi riferisco a chi a fatto il ’68, a chi ha partecipato al movimento del ’77, a chi, ormai più di 40 anni fa, pensava di riuscire a sensibilizzare le istituzioni sui temi fondamentali dei diritti civili, della pace, del rispetto del Pianeta senza, come sappiamo, grandi risultati.

Siamo di fronte al più grande problema che l’umanità abbia mai conosciuto e dovuto affrontare: il surriscaldamento globale porta con sé decine di altri problemi come guerre, migrazioni di massa, disastri ambientali, i quali però sono solo sintomi di una malattia (causata per lo più dall’azione del Homo sapiens) che se non viene curata sarà letale.

Non è uno scherzo, non è allarmismo, non lo dico io e i miei 4 amic* vegani.

Non c’è davvero più tempo.

Vorrei inoltre smantellare quelle confortanti credenze borghesi che ci fanno sentire tanto al sicuro e che sono supportate da pensieri totalmente empirici, fatti di luoghi comuni e senso di superiorità.

Partiamo dalle basi: questi ragazz* non sono dei cani sciolti, ma fanno parte di organizzazioni con sedi in tutto il mondo (alcune prendono nomi differenti a seconda del Paese in cui vengono fondate), con una struttura simile a quella di un’azienda, con organi direttivi e organizzativi, ufficio stampa, ufficio legale, ecc.

Queste organizzazioni si coordinano tra di loro aggiornandosi continuamente e svolgono, oltre alle azioni, mansioni di sensibilizzazione, incontri con espert* e scienziat*, presentazioni online e in presenza a cadenza settimanale.

Gli attivist* che scendono in prima linea sono solo una parte del tutto e vengono formati adeguatamente per consentirgli di essere perfettamente coscienti di ciò a cui vanno incontro.

 

 

Detto questo, vorrei soffermarmi un momento sulla natura delle azioni e sulla rabbia che le muove.

Il sentimento della rabbia, che provano tutt* quando sentono di essere privati di qualcosa che gli spetta di diritto, è assolutamente legittimo. In questo caso lo è ancora di più, visto che quello che viene rubato è il nostro futuro. Lo dico qui, ma lo ripeterò: dovremmo essere tutt* arrabbiat*.

A dispetto però di questa rabbia legittima, queste azioni sono sempre e tutte non violente, di certo però non possono non essere disturbanti, visto che sono anni, decenni ormai, che gli ambientalist*, animalist*, ecologist* manifestano per la causa, e cos’è cambiato?

Niente.

Lo ripeto.

Niente.

Lo ripeto ancora.

Niente.

Anzi, la situazione è peggiorata rovinosamente.

Questi gruppi organizzati di persone non vogliono stare a guardare il nostro, non più lento, declino, e sanno che un’inversione di marcia è possibile solo con delle repentine scelte da parte dei governi e modificando radicalmente il nostro stile di vita (cosa che loro hanno già fatto, tu invece?).

Per questo c’è bisogno di attirare l’attenzione mediatica, che no, non si attira con le manifestazioni in piazza autorizzate, questo ormai lo sappiamo.

I musei, oltre ad essere spesso finanziati dalle industrie fossili ed altre compagnie dannose per l’ambiente (per esempio come fa Shell per i più importanti musei olandesi), custodiscono dei simboli universalmente riconosciuti. Simulando, perché di mera simulazione si tratta, il danneggiamento di un’opera d’arte iconica si vuole evidenziare l’ipocrisia della nostra società, pronta da indignarsi per del purè su un vetro o della farina su una macchina di lusso, ma che non si indigna minimamente per il disastro al quale ci stanno per mano accompagnando invitandoci, da decenni, a prendervi parte.

 

 

Alla Fabbrica del Vapore di Milano l’attivista, sdraiata a terra urlava: “C’è un collasso climatico in corso e nessuno ne parla… È una questione di bene comune… Ci saranno migrazioni ovunque…Non ci sarà più cibo…è una guerra comune!”.

Di fronte alla Cassa dei Depositi e Prestiti a Roma (e questo dimostra che non solo i musei sono presi di mira) un altro attivista con la mano incollata alla parete (si incollano perché così hanno il tempo di dire ciò che devono dire) spiegava: “Noi abbiamo provato di tutto negli ultimi anni: petizioni, marce, raccolte firme, cortei, niente ha funzionato. Non ci resta da fare altro, noi stiamo resistendo in maniera non violenta facendo resistenza civile”.

Benché io di arte ci viva, ritengo comunque che di fronte al disastro ambientale un quadro, una scultura o un’installazione rimangano solo ed unicamente oggetti. Degli oggetti ai quali sono state affibbiate mille simbologie, giuste o sbagliate che siano, ma pur sempre oggetti i quali, il giorno in cui veramente la nostra città sarà sommersa dalle acque o la siccità farà sì che le risorse primarie siano a zero o ancora un uragano ci farà volare via la casa, non avranno la benché minima importanza. La vita di fronte a qualunque oggetto è incomparabile.

E mi sento anche di dire “No, la bellezza non salverà il mondo”.

Ci salverà solo un’azione tempestiva dei governi per tamponare gli effetti del cambiamento climatico e la rivoluzione radicale del nostro stile di vita che non è in mano ai potenti, ma è anche in mano nostra, facile aspettare come degli inetti che prima siano gli altri a cambiare.

 

 

Per concludere vorrei rispondere alle critiche più banali e ridondanti che si leggono in internet.

“Andate a lavorare!”

Per gli attivist* questo è un lavoro. Non è che un giorno si sveglino e decidano di incollarsi da qualche parte, tutte le azioni che vengono compiute richiedono una lunga preparazione e dietro ad ognuna di queste ci sono molte persone che si occupano della logistica e di ogni minimo dettaglio. Gli attivist*, ripeto, sono organizzati in organici complessi e divisi in vari dipartimenti che lavorano tutto il giorno e tutti i giorni.

“Dovrebbero pagare per quello che fanno!”

Qualsiasi attivista è perfettamente consapevole delle ripercussioni personali e legali a cui va incontro e se ne assume la totale responsabilità. Per questo sono seguiti da vari uffici legali e gran parte dei fondi che raccolgono queste organizzazioni servono per coprire proprio le spese di questo genere.

“Si andassero a legare davanti alle multinazionali”

Sì, lo fanno, sono anni che lo fanno, solo che non fa notizia.

“Sono manipolati”

Il complottista di turno non manca mai. Da chi siano manipolati e perché ovviamente non ci è dato saper.

“La cultura non si tocca”

Giustissimo, ma prima della cultura ci dovrebbe essere “La Natura non si tocca!”.

“A questi viene data troppa attenzione, è proprio quello che vogliono”

Sì, vogliono attenzione, ma non perché siano dei narcisisti fatti e finiti.

Quello che vogliono veramente e che chiedono al governo (italiano in questo caso) sono tre cose molto precise:

  • non riattivare le centrali a carbone e rispettare il 2025 come termine per dismetterle (cosa che non sta avvenendo);
  • stoppare i progetti di estrazione di gas naturale (a Ravenna hanno appena approvato un nuovo rigassificatore!);
  • attivare immediatamente 20GW di energie rinnovabili fra eolico e solare.

 

 

Questi ragazz* stanno resistendo e alzando la voce anche per te, che leggi infastidito questo articolo e che a questo punto ti chiederai “Se pensi che siano così bravi perché non lo fai anche tu?” seguendo la scia di quando si difendono gli immigrat* e alcuni rispondono “Ma perché non te li prendi in casa tu?”.

In questo caso ci tengo a dire perché non lo faccio anche io: perché io non ce l’ho quel coraggio lì. Non me la sento di mettere a repentaglio i miei piccoli privilegi. Così mi limito a prendere le loro parti e cercare di far capire il loro pensiero. Questo, oltre a tutte le piccole cose che una persona possa fare nel suo piccolo (che sono tante e non sono inutili!), è la mia personale forma di attivismo.

Per concludere davvero mi soffermo sulla letterina che 92 tra direttori e direttrici di musei hanno scritto per unirsi contro gli attacchi. 92 sembreranno tanti, ma a fronte dei 95.000 musei stimati nel mondo è un numero che fa ridere. Piuttosto, notizia dell’ultima ora, l’ICOM, l’International Council of Museums (la principale organizzazione internazionale non governativa che rappresenta le istituzioni museali ) è uscito con un comunicato dove sostiene la pericolosità di questi cambiamenti climatici e comprende le azioni e le preoccupazioni degli attivist*, scrivendo testuali parole a proposito di eleggere i musei come luogo di battaglia:  “ICOM sees the choice of museums as a backdrop for these climate protests as a testament of their symbolic power and relevance in the discussions around the climate emergency.”*; il testo completo lo trovate qui.

Per fortuna, anche tra le istituzioni (e l’ICOM è una delle più autorevoli) esistono ancora comprensione e voglia di mettersi in gioco sostenendo idee e azioni che in questo momento sembrerebbero non popolari, ma che invece, dovremmo fare nostre per combattere tutt* dalla stessa parte.

Questo è ciò che auspico, che auspichiamo, per il futuro. Se mai ce ne fosse ancora uno.

Per saperne di più potete seguire su Instagram le pagine @ultima.generazione @xritaly @scientistrebellion_ita @letzegeneration @just.stopoil

*ICOM vede l’elezione dei musei come luoghi di protesta a testimonianza del loro potere simbolico e rilevanza che essi hanno nella discussione intorno all’emergenza climatica.

 

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