Canto alla durata: lettera aperta (e fin troppo sentimentale) ai Chille de la balanza

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ph Paolo Lauri

 

È da tanto che voglio scrivere qualcosa sulla durata,
non un saggio, non un testo teatrale, non una storia –
la durata induce alla poesia.
Voglio interrogarmi con un canto,
voglio ricordare con un canto,
dire e affidare a un canto
cos’è la durata.

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Voi molto cari Claudio e Sissi,

“misteriosa forma del tempo”: così Borges definiva la musica. E ringraziava, per questo. Lo stesso potremmo forse dire dell’antica arte del teatro, quando è tale (cioè rituale e misteriosa, millimetrica e illogica, visionaria e spietata: qualcosa che mette insieme i vivi e li nutre).

E anche noi, e anche io, con Borges, ringraziare.

E ringraziarvi.

Per la gittata lunga del vostro fare.

Del vostro seminare, lieto e feroce.

Vi scrivo oggi, 5 novembre 2022, a un mese e mezzo dal nostro ultimo incontro.

Ero tornato a Firenze per vedere il vostro progetto che intrecciava Gramsci e Basaglia nel bel mezzo a un quartiere popolare, l’Isolotto, sotto al murale del volto di Gramsci dipinto da Jorit.

A causa di una valanga di lavoro vero, negli ultimi mesi, mi risolvo solo ora, in questo sabato pomeriggio in cui il telefono sta finalmente un po’ silenzioso e con la mia cagnolina Emma qui a fianco che sonnecchia, a scrivervi.

Non una recensione, come già in passato e certo ancora in futuro, ma in forma di lettera aperta.

Lo faccio perché è pubblico lo spazio in cui ci siamo incontrati, l’ultima volta ma anche quelle precedenti. E soprattutto per il vostro fare politico – della polis, che ha in un possibile noi l’unico e solo referente.

Lo faccio in ritardo, oltre ogni ragionevole attesa. Non che sposti nulla, questo articoletto: per fortuna son finiti i tempi in cui le parole di un “re-censore” decretavan fortuna o oblio di questo o quell’artista o gruppo. Critici così influenti oggi in Italia non ce ne son più – e se qualcuno anche sol vagamente si avvicina a quel potere, non son per fortuna certo io.

A cosa servono, dunque, queste righe?

In generale non so, in questo caso specifico -in questo sabato pomeriggio di tanto desiderata pace- a dire, a dirvi grazie.

Quel senso di durata, cos’era?
Era un periodo di tempo?
Qualcosa di misurabile? Una certezza?
No, la durata era una sensazione,
la più fugace di tutte le sensazioni,
spesso più veloce di un attimo,
non prevedibile, non controllabile,
inafferrabile, non misurabile.

Una delle cose che mi colpiscono, di questo vostro progetto settembrino così come di molti altri di cui mi avete raccontato con un misto di ironia e ruggente passione, o di cui ho letto nei libri su di voi, è l’abitudine antica (“un po’ anni Settanta”, ci siam detti) di provare a dar luogo a un teatro utile.

Anche abdicando a certe raffinatezze formali, certo al decorativismo, secondo una concezione di estetica più vicina alla sua etimologia (scienza della conoscenza sensibile, dunque dell’esperienza di tutti coloro che hanno un corpo, cioè di tutti) che all’uso corrente del termine (qualcosa che compiace visivamente per compostezza ed equilibrio formale).

Muovere azioni e pensieri, con le persone e per le persone.

Comuni più e prima che intellettuali, vere più e prima che alla moda.

Mi viene in mente il nostro amato don Milani, quando in una lettera a un gruppo di universitari che volevano salire a Barbiana per conoscere il suo metodo didattico rispose che lui tempo da perder con e per loro non ne aveva, che l’unica cosa che gli interessava era far scuola a un gruppo di montanari dalla mattina alla sera, sette giorni su sette, e che andassero pur su quando volevano, ma questo avrebbero visto e questo gli doveva bastare.

Che grande rivoluzionario, quel Lorenzo.

Fedele alla Chiesa, un po’, ma soprattutto fedele d’amore, si potrebbe dire con quell’altro fiorentino con il cui settecentenario della morte l’anno scorso si son riempiti i programmi di ogniddove.

E qual è la cosa
a cui devo restare fedele?
Essa ti apparirà nell’affetto
per i vivi
– per uno di loro –
e nella consapevolezza di un legame
(anche soltanto illusorio).
E questa non è una cosa grande
particolare, non è insolita, sovrumana,
non è guerra, non è un allunaggio,
non è una scoperta, un capolavoro del secolo,
la conquista di una vetta, un volo da kamikaze:
io la condivido con altri milioni di persone,
con il mio vicino e allo stesso tempo
con gli abitanti ai margini del mondo,
dove grazie a questo fatto comune
si crea lo stesso centro del mondo
che è qui accanto a me.

 

ph Paolo Lauri

 

Quando son venuto a Firenze per Il mondo è una unità, forse lo ricordate, sono arrivato nel luogo di spettacolo con molto anticipo.

Quando è possibile mi par sempre una buona pratica, per onorare con l’attesa il rito che sta per compiersi.

Ancor di più quando si è in uno spazio pubblico, pulsante di vita vera e imprevedibile.

Ancor di più quando si è di fronte a un accadimento che non si ripeterà.

Comunque.

Ero lì seduto in prima fila.

Guardavo la gigantesca faccia di Gramsci dipinta sul palazzo di fronte, pensando al curioso paradosso di una vita che scorre e va nel giro di qualche decina d’anni immortalata in un’opera d’arte visiva se non eterna almeno potenzialmente durevole che è parte di una creazione teatrale che si consuma in qualche decina di minuti.

Curiosi paradossi del tempo, pensavo.

Fui interrotto nei miei pensierini dalla voce di Sissi che spiegava a due ragazzini in bicicletta cosa sarebbe accaduto lì quella sera, invitandoli.

Mi è sembrato, quel suo fare, così organicamente teso a incarnare una pratica di “teatro del noi”, mi verrebbe da chiamarlo ora, sideralmente distante dall’idea romantica dell’artista che, per poter creare, non dev’essere disturbato dal mondo.

Mi è sembrato così sano, quel momento.

Così discreto e prezioso.

Sì, questo fatto dal quale con gli anni scaturisce la durata
è di per sé poco appariscente,
non fa conto parlarne
ma è degno di essere affidato alla scrittura:
perché dovrà essere per me la cosa più importante.
Dovrà essere il mio vero amore.
E io,
affinché da me nascano i momenti della durata
e diano un’espressione al mio volto rigido
e mettano nel mio petto vuoto un cuore,
devo assolutamente esercitare
un anno dopo l’altro
il mio amore.
Restando fedele
a ciò che mi è caro e che è la cosa più importante,
impedendo in tal maniera che si cancelli con gli anni,
sentirò poi forse
del tutto inatteso
il brivido della durata
e ogni volta per gesti di poco conto
nel chiudere con cautela la porta,
nello sbucciare con cura una mela,
nel varcare con attenzione la soglia,
nel chinarmi a raccogliere un filo.
 

Claudio e Sissi cari, che pazzi di libertà continuate ormai da cinquant’anni, donchisciottescamente, a costruire un mondo plurale: questa volta gli alleati eran Gramsci e Basaglia, e voi a tender fili tra loro e un grande filo rosso che ci contenesse tutti, spettatori e attori.

Vecchi e giovani, belli e brutti, magri e grassi. Antenati illustri e illustri sconosciuti.

Questo non è mai poco, ma nel Paese del Merito e della Natalità, della memoria corta e dell’ognun per sé ha ancora più valore.

Nello stato di grazia della durata
finalmente non sono più io solo.
La durata è il mio riscatto,
mi lascia andare ed essere.
Animato dalla durata
io sono anche quegli altri
che già prima di me sono stati sul lago di Griffen,
che dopo di me gireranno attorno alla Porte d’Auteuil
e tutti quelli con cui sarò andato
alla Fontaine Sainte-Marie.
Sostenuto dalla durata,
io, essere effimero,
porto sulle mie spalle i miei predecessori e i miei successori,
un peso che mi eleva.
.

Dire grazie, almeno. 

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[ i versi in corsivo sono frammenti di Canto alla durata di Peter Handke, Einaudi, Torino, 2016 – composto a Salisburgo nel marzo 1986. Versi così esatti, ora, che Handke dovrebbe firmarla insieme a me, questa letterina ]

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