Il compleanno di Pinter nella regia del maestro Peter Stein

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Il compleanno, opera giovanile di Harold Pinter è in scena fino a domenica 13 novembre al Teatro Menotti di Milano.

Regia di Peter Stein, in scena un notevole e affiatatissimo cast di attori: Maddalena Crippa, Alessandro Averone, Gianluigi Fogacci, Fernando Maraghini, Alessandro Sampaoli, Emilia Scatigno.

The Birthday Party fu rappresentato per la prima volta all’Arts Theatre, a Cambridge, il 28 aprile 1958 con la regia di Peter Wood e ripreso a Londra, nel 1964 con la regia dello stesso Pinter.

È risaputo che le prime rappresentazioni del drammaturgo inglese furono massacrate dalla critica – ad eccezione di Harold Hobson, unanime fu il giudizio sull’eccentricità e incompressibilità di un autore che apparentemente non avrebbe nulla da dire.

Per qualche insondabile ragione, questo giudizio radicale si sarebbe poi ribaltato in quello di segno opposto, diventando Pinter negli anni uno degli autori più rappresentati nel mondo mentre per quanto riguarda l’Italia, il nostro paese si colloca subito dopo l’Inghilterra e prima della Francia e della Germania come “terra d’elezione” dello scrittore.

I testi sono sempre gli stessi, poiché il maestro non “rivisita” mai le sue commedie: «Adesso sono diventato comprensibile, accettabile, eppure le mie commedie sono sempre le stesse da allora. Non ho cambiato una sola battuta!», avrebbe chiosato.

Del resto, anche la regia di Peter Stein è nel segno dell’aderenza al testo pinteriano, una “commedia della minaccia” dagli inconfondibili echi beckettiani e kafkiani.

La minaccia, sempre incombente e mai risolta, è quella di una violenza inspiegabile, assurda (nulla viene spiegato).

I personaggi sono e non sono quello che sembrano, la sensazione perturbante è quella di dover precipitare nella follia da un momento all’altro.

 

 

La situazione di partenza è apparentemente banale: ci troviamo nella modesta pensione dei coniugi sessantenni Petey e Meg Boles in una non meglio specificata città di mare dove da un anno alloggia un unico ospite, Stanley, un uomo sui trent’anni dall’aspetto trasandato e dal carattere scontroso.

Di lui nulla sappiamo se non che una volta (forse) suonava il pianoforte e che (forse) è il giorno del suo compleanno.

Tra Meg e Stanley c’è un rapporto altrettanto difficile da definire, in bilico tra la civetteria e la morbosità.

Sono stati amanti (forse) perché Meg dichiara di aver passato dei pomeriggi bellissimi nella sua stanza mentre lui le dà del «vecchio budino marcio».

Poi c’è la coloratissima ventenne Lulu che vorrebbe strappare Stanley alla sua apatia senza però impiegare troppi sforzi in questa direzione.

E poi ci sono loro, i due ospiti che piombano all’improvviso ma che (forse) Stanley aspettava da sempre: Goldberg e McCann.

Chi sono questi loschi individui? Ma forse loschi non lo sono perché le apparenze ingannano.

Certo, potrebbero sembrare dei sicari ma anche dei poliziotti e persino degli angeli della morte che vengono a prelevare le anime dei dannati con la carriola.

Stanley ne è terrorizzato perché per lui sono quelli che arrivano con un furgone nel quale c’è questa grande carriola che poi loro tirano fuori dopo aver parcheggiato il furgone e «la spingono su per il vialetto del giardino, e poi bussano alla porta d’ingresso perché cercano qualcuno. Una certa persona».

Il rapporto tra Stanley e i due ospiti è da subito conflittuale anche se l’idea di organizzare una festa di compleanno, invero dell’orrore, arriva proprio da uno di loro, l’uomo che ha «una buona posizione», Goldberg, il più maturo dei due, che spesso e volentieri si abbandona a malinconici ricordi dei tempi andati mentre il di lui socio, l’irlandese McCann è intento a strappare maniacalmente strisce uguali da una pagina di giornale. A un certo punto sembrerà un esorcista.

Si era recentemente spretato, d’altronde.

La festa di compleanno precipita nel caos, il buio cala sul palcoscenico e la mattina dopo, che corrisponde al terzo atto, Stanley appare completamente cambiato sia nell’aspetto fisico sia nel comportamento.

Naturalmente, di un vero comportamento non è proprio il caso di parlare perché è diventato un manichino incapace di articolare parola e viene trascinato via dai misteriosi ospiti mentre Mr. Boles tenta di opporsi fiaccamente all’inevitabile.

In tutta la pièce le dinamiche tra i personaggi scricchiolano, non ingranano, c’è sempre qualche conflitto latente e una tensione perenne che corrode il meccanismo fino all’inceppamento finale.

L’uomo secerne disastro, per dirla con Cioran.

Si è parlato di violenza come metafora e sottotraccia di questa commedia, che rientrerebbe in un filone ideologico di Pinter, accanto ad altri capolavori dell’autore come La stanza, Il calapranzi, Il custode e La serra.

Ma al di la delle manifestazioni storiche della violenza, quello che (forse) Pinter interroga di più qui è l’assurdo di questa umana tara, la sua inspiegabilità e anche la sua grottesca comicità.

 

 

Come non morire dal ridere quando Stanley, ricevuto il regalo di compleanno di Meg (un tamburo per bambini con le bacchette) le chiede con innocente perfidia: «Me lo devo mettere al collo?» per poi cominciare a batterlo prima ordinatamente come un soldatino di piombo e infine, come un indemoniato.

Peraltro, gli oggetti (il tamburo, la carriola, gli occhiali) e anche i silenzi hanno come in Čechov un potere magnetico, insieme misterioso e rivelatore, che velano e disvelano incessantemente.

E, non a caso, una carriola vera accoglie il pubblico all’entrata della sala.

Pubblico che purtroppo (o per fortuna!) sembra alquanto disorientato e notiamo diverse facce perplesse al momento degli applausi, a conferma di un gusto generale ripiegato sulle “belle” storie, di cui si può seguire un logico (e prevedibilissimo) filo narrativo.

Bisognerebbe invece lasciarsi travolgere proprio da opere come questa, che non offrono né soluzioni né risposte ma che scuotono le parti più recondite della natura umana, giocando con il pericolo.

Del resto, essere capiti è la più grande delle disgrazie per un artista.

 

Visto al Teatro Menotti di Milano

 

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La si può sempre trovare a caccia di qualche delirio. Amante della forma breve e del silenzio – tratti inspiegabilmente e costantemente inficiati da una delittuosa prolissità, ha partorito aforismi che sono stati curiosamente raccolti in alcuni volumetti. Si esprime in diversi idiomi ma molto spesso sceglie di tacere. Negli anni ha rivolto un’appassionata attenzione allo studio e alla propagazione dell’opera di Emil Cioran, inoculandone il veleno nel pubblico italiano attraverso saggi, traduzioni, articoli, convegni. Affetta dal morbo della dissipazione, attualmente sta svolgendo una ricerca su Geroges Bataille e Antonin Artaud. Eretica e marginale del teatro, s’intestardisce comunque a bussare alla sua porta, accontentandosi all’occorrenza anche di rimanere sulla soglia, dimensione, tra l’altro, a lei particolarmente consona.

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