Una sensibilità che ci chiede un lavoro. Conversazione con Chiara Guidi | Societas

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Chiara Guidi - ph Eva Castellucci

 

È da poco iniziato, e proseguirà fino al 29 gennaio 2023 al Teatro Comandini di Cesena, il progetto di incontri, performance, concerti e film a cura di Chiara Guidi e Vito Matera che la co-fondatrice di Societas ha chiamato Circolo.

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La dimensione e la connotazione geometrica dell’esperienza che avete costruito parrebbe rimandare a un discorso massimamente chiaro, finanche oggettivo, laddove le proposizioni che si possono incontrare mantengono una densità, una stratificazione che non può che essere ricreata nella ricezione di ciascuno. Quale idea di apertura (e di chiusura) regola il vostro progetto?

Il Circolo è una linea che permette di chiudere uno spazio, delimitarlo intorno ad un vuoto di possibilità. Un caos? Forse sì, se pensiamo alla compresenza di nomi che apparentemente non hanno nulla in comune. Eppure, per il fatto di essere stati chiamati ed entrare nel Circolo, ad essere lì, qualcosa accade. Agiscono insieme ed emerge una forma che tiene unite presenze che nella realtà sono distanti tra loro.

Questa per me la natura di Circolo.

Disegneremo tre Circoli, ciascuno si compirà nell’arco di due giornate, nel fine settimana.

Uno è avvenuto il 26 e il 27 novembre, uno avverrà il 17 e 18 dicembre e uno il 28 e il 29 gennaio. E, forse, in futuro ne nasceranno altri.

I tre Circoli hanno la stessa natura, sono simili ma diversi.

Li lega una comparazione e ogni artista o studioso che abbiamo invitato ha la possibilità di risuonare in uno degli altri nomi. Una sorta di relazione di tipo analogico che non annulla le differenze ma dove la comparazione dà vita al pensiero.

Il primo Circolo ha avvicinato un filologo critico letterario e traduttore (Piero Boitani), a uno spettacolo di danza (Dewey Dell), a un concerto (Dan Kinzelman), a un entomologo/apicultore (Paolo Fontana) e alla preghiera dello Stabat Mater.

Una serie di incontri perché tutti possano riconoscere una idea di proporzione che lega tra loro le cose. Non dunque una spiegazione, ma una comparazione che si può trovare solo calando all’interno delle singole forme.

E dunque chi entra nel nostro Teatro Comandini cosa vede o, meglio dire, cosa sente partecipando a tutte le azioni che avvengono nel Circolo?

Forse il primo incontro con Piero Boitani, ponendo l’accento sulla funzione del riconoscimento nella tragedia e nella narrazione complessa, fornisce una delle chiavi possibili poiché il riconoscimento genera conoscenza non attraverso un processo teorico astratto ma nella carne stessa, nei sentimenti, nell’intelligenza degli esseri umani.

E dunque cosa lega i canti nuragici che chiuderanno la serie dei tre circoli e l’incontro con Bob Ostertag, oppure la danza di Sciarroni e il film Il buco di Frammartino?

Circolo lavora in ciò che non appare. Lo dico pensando a Rilke quando affermava che siamo come le api che raccolgono miele del visibile per accumularlo nel grande alveare dorato dell’invisibile.

E questo mi richiama Bob Ostertag, il quale afferma che è possibile stare con la musica di fronte alla realtà, alla concretezza di una realtà tragica, se cerchiamo la bellezza nascosta nelle cose che ci sono veramente. Per questo ci farà ascoltare un brano registrato alcuni anni fa a El Salvador, dove un ragazzo seppellisce il padre ucciso dalla guardia nazionale. Bob ha registrato la sua voce, il suono della pala, la mosca che ronza intorno, e, proprio in questa presenza di elementi, con la musica può andare al di là di ciò che vede.

In fondo Cézanne non affermava che la natura si trova più in profondità che in superficie?

Forse questa profondità è il buco nella terra che Frammartino scava con la sua telecamera entrando in quel “fuori campo” che per il cinema, egli afferma, è la sostanza più profonda.

 

Dewey Dell, I’ll do, I’ll do, I’ll do – ph John Nguyen

 

Hai parlato di “una comparazione che si può trovare calando all’interno delle singole forme”. Parto dunque da lì, da due accadimenti che ho incontrato lo scorso 26 novembre, nella prima giornata di programmazione. Uno degli elementi della performance I’ll do, I’ll do, I’ll do di Dewey Dell, il rapido e insistito movimento del volto della coreografa e interprete Teodora Castellucci (che a me ha ricordato certe figure di Bacon e Richter) pone una questione: nel volto, convenzionalmente, si racchiude l’individualità, se non addirittura l’ecceità, di ogni essere umano. Cancellarlo pare un’azione tesa a universalizzare la Figura che si ha davanti. Affermare e negare. Dire e disdire. Segnare e cancellare. Pars denstruens e pars construens. 

Per quanto riguarda la danza dei Dewey Dell io non mi soffermerei sull’aspetto visivo del lavoro, perché non mi pare che il tentativo del movimento che si compie in scena abbia come tensione quella di cancellare i segni del volto.

Il punto di partenza è la negazione, i possibili “No” che il volto può esprimere: quello timido, arrabbiato, sofferto…

E, come dici tu, nascono in modo frattale, per cui quando uno viene evidenziato annulla quello che abbiamo appena visto.

C’è una sovrapposizione, un’idea di cancellazione che compie una sorta di trasfigurazione, come quando nella preghiera o nei mantra una parola ripetuta perde il suo senso o meglio cambia di senso.

Apre un varco.

 

Dan Kinzelman – ph Grete Leonhardt

 

Nella stessa sera il sassofonista Dan Kinzelman ha proposto un folgorante accadimento in cui, tramite tecniche di respirazione circolare, ha eseguito con il suo strumento una nota musicale per oltre venti minuti, variandone volume, intensità e impasto, fino a che -stremato- non ha di colpo interrotto l’emissione sonora.

Dan Kinzelmann, con il suo sassofono, si avvicina al pubblico per creare un luogo sonoro ininterrotto che circola nello spazio e ci immerge.

La durata è in relazione alla resistenza del suo fiato, del corpo e della mente.

E davvero quando ha emesso l’ultimo drammatico respiro prima di separarsi dallo strumento io mi sono emozionata come se avessi ascoltato un racconto.

 

A cosa son chiamati, gli spettatori di Circolo?

Credo che Circolo sia una visione di teatro che reclama la sua natura: andare in un altrove.

Perché la consolazione del ragionamento in realtà non è sufficiente e cede il passo alla immaginazione, alla sensibilità di chi guarda. Una sensibilità che ci chiede un lavoro.

 

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