Io c’ero? Davanti a Yoga di Francesca Proia

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Io c’ero è una sezione della rivista Gagarin Orbite Culturali dedicata al semplice racconto di esperienze di incontro con le arti e la cultura.

Non recensioni: a quelle, che presuppongono una capacità analitica e di contestualizzazione di ciò di cui si sta trattando, è dedicata la sezione Visto da noi.

La collocazione editoriale di queste poche righe a proposito del saggio Yoga. La composizione delle tecniche come strumento per ritrovare una pratica viva di Francesca Proia (Casa Editrice Astrolabio – Ubaldini Editore, Roma, 2022) è premessa necessaria per chiarire il mio posizionamento rispetto all’oggetto di cui sto trattando.

Perché, sia detto con chiarezza, io di yoga non so nulla.

Molti anni fa mi iscrissi a un ciclo di lezioni di yoga presso un centro olistico forlivese, ma l’insegnante era troppo occupata a parlar di aperitivi, per i miei gusti, così smisi.

Da qualche mese ne ricevo indizi grazie alla preziosa rubrica Yoga e altri spiriti di Manuela Zagnoli su Gagarin.

Nient’altro.

Con quale autorevolezza, dunque, mi metto a scrivere di yoga, ora?

Nessuna.

Non vi è alcuna competenza, in ciò che dico.

Ma gratitudine, quella sì.

E sbigottimento, anche.

Di questo voglio accennare.

A partire dal titolo della sezione: Io c’ero.

 

 

La millimetrica precisione del linguaggio con cui Francesca Proia definisce così sottili stati del percepire rispetto alle caratteristiche di questo «lavoro scultoreo sulla materia dell’essere che vive» fa l’effetto, anche a chi è sideralmente distante da ciò di cui tratta questa disciplina, di porti di fronte, in trasparenza, al tuo esserci.

O meglio (o peggio) al tuo (mio) stare distratto, grossolano. Parziale.

“Io c’ero?” sembrano chiedere, con lieta ferocia, le quasi 200 pagine che come uno specchio riflettono la nostra (mia) immersione anestetica nel presente.

Pagine documentatissime e visionarie che al contempo, con concreta semplicità, mostrano una via altra.

A me è capitato più e più volte di commuovermi, leggendo questo libro.

E non per gli eventuali addentellati autobiografici.

Piuttosto -e innanzi tutto- per la splendente precisione della forma, per l’esattezza di una lingua che da significante diviene significato: frasi che sintetizzano mondi, o meglio modi di stare nel mondo che rendono più esigente di vita la vita di ciascuno.

Quello di Francesca Proia -di cui da molti anni seguo con attenzione le sempre sorprendenti evoluzioni- è un saggio storico e tecnico avvincente anche per chi, come me, non si occupa di ciò che il testo attraversa: una capriola da vertigine, bisogna saperla fare.

A cosa servono, dunque, queste mie poche righe?

A niente, se non a testimoniare l’incontro salvificamente spiazzante con un’opera commovente in senso etimologico: che mi ha fatto muovere insieme a lei.

Dire grazie, e grazie, e grazie, almeno.

 

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