A

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Giuseppina Cirulli ai blocchi di partenza, 1978 - ph Gustavo Pallicca

 

L’inizio è un moto a luogo dell’attesa.
L’azione che è l’allenarsi a,
il buon auspicio che l’aurora è:
arde del desiderio di andare, la A.

Aspetta, allenta, alimenta.
Adem adem adem (respiro, vento, spirito).
Areare la mia attenzione, mi fa questa A.
In allerta mi mette.

Per abitare l’anticamera dell’alfabeto, ci vuole zelo.

 

A di Analfabeti

Oltre ai bambini piccoli – analfabeti autentici – Agota Kristof (1935 – 2011) è la maestra degli analfabeti adulti.

Di madrelingua ungherese, la Kristof scrive principalmente in francese dopo aver trovato rifugio politico in Svizzera nel 1956. Dopo l’esilio – che non ha scelto ma che le è capitato seguendo il marito in fuga – le risulta impossibile continuare a scrivere in ungherese perché non è più la lingua viva del suo quotidiano. In L’analfabeta (racconto breve autobiografico e metodologico), Kristof racconta tra l’altro come la sua relazione con la lingua dell’esilio cambi nel tempo, in una lotta lunga e feroce che durerà tutta la vita:

Parlo il francese da più di trent’anni, lo scrivo da più di venti, ma continuo a non conoscerlo. Non lo parlo senza errori e non lo posso scrivere se non con l’aiuto dei dizionari che consulto di frequente. E’ per questa ragione che io chiamo la lingua francese una lingua nemica … una lingua che sta uccidendo la mia lingua materna. (p.30,  L’analphabète, ed. ZOE, trad. mia).

 

Ágota Kristóf

 

Prima di studiare letteratura francese per adulti all’università, Kristof impara da sola sui dizionari, dalle colleghe in fabbrica durante le pause caffè e dai figli alle elementari. L’autrice si alfabetizza in francese da adulta e par hasard – per caso:

Scrivere in francese non è una scelta, è una lingua imposta dal fato, per caso, dalle circostanze. E’ un obbligo, è una sfida, la sfida di un’analfabeta. Non la scriverò mai come gli autori francofoni di nascita, ma come posso, al meglio che posso. (p. 63, ibid., trad. mia).

Kristof compone storie devastanti in una sintassi ridotta all’osso e abitata da parole essenziali, lucide, accostate in modo inedito, a volte decontestualizzate, spesso ri-contestualizzanti. Nelle sue poesie, romanzi e testi per il teatro (in italiano Trilogia della città di K; in francese le opere complete sono raccolte in Romans, nouvelles, théâtre complet, Seuil, 2011) coltiva il suo francese da analfabeta perché cerca di abitare una scrittura che nasce dalla lotta, dallo sforzo continuo, da un certo auto-straniamento.

In questa operazione essenziale e meravigliosa (operazione della meraviglia) rintraccio una qualità ricorrente tra gli autori che scrivono in lingue seconde (pensate tra gli altri a Beckett, Nabokov, Conrad).

 

Intersectionality chart

 

In altre parole

Nella contrapposizione lacerante tra il bengali e l’inglese, Jhumpa Lahiri (1967°, scrittrice statunitense nata a Londra da genitori indiani) identifica la propria appartenenza linguistica: continuamente tra, continuamente nella competizione emotiva della lingua materna da un lato e della lingua seconda dall’altro. In questa lotta, la lingua materna è percepita come insufficiente (Lahiri è semi-analfabeta in bengali, la lingua dei genitori), mentre la lingua seconda è la lingua dell’istruzione e di un possibile successo professionale (Lahiri ha un dottorato in letteratura inglese e ha vinto un Pulitzer nel 2000).

Questa lotta è riconoscibile per tutti i figli di migranti (le seconde e terze generazioni) ma è anche tematizzata da molti scrittori del sud globale che scrivono nelle lingue coloniali (vedi tra gli altri lo scrittore, poeta e accademico Sinaan Antoon, iracheno basato negli Stati Uniti).

Le strategie per uscire dalla competizione linguistica lingua madre/lingua seconda sono varie: Lahiri ad esempio decide a 45 anni di imparare una lingua terza – l’italiano – per potersi tradurre in una lingua per lei senza passato in cui si considera “più libera e felice”.

Come racconta Lahiri nel suo libro di autofiction In altre parole (Guanda, 2015), nella scelta di scrivere in italiano – con la potenza che hanno le cose scelte sopra alle cose imposte – Lahiri si libera e si autodetermina come scrittrice. Nel libro – una raccolta non cronologica di saggi e racconti legati alla sua trasformazione in autrice italofona – Lahiri utilizza l’italiano come una chiave per penetrare quel mistero che lei è a sè stessa a livello identitario, di nazionalità, lingue, … Per pensare a livello teorico quel mistero di sé all’intersezione tra i molti assi identitari che ci compongono, è utile richiamare il concetto di intersezionalità che ci deriva dal femminismo nero americano a partire da un studio del 1989 dell’avvocata e accademica Kimberlé Crenshaw.

 

ALLE WOORDEN DIE IK NIET KENDE

 

Tutte le parole che non conoscevo

In modo simile, mi sembra, si muove la ricerca di Ahilan Ratnamohan, autore, regista e performer del monologo teatrale Alle woorden die ik niet kende: tutte le parole che non conoscevo.

Il monologo – scritto in olandese come lingua seconda con l’aiuto di un dizionario e Google Translate ma rifiutando le correzioni di un editor madrelingua – nasce da una sfida e da una necessità autobiografica: l’autore vuole utilizzare 840 parole olandesi rare e difficili accumulate in un corso online per raccontare della propria storia di migrante, di padre e di figlio, soprattutto nella distanza dalla lingua madre dei genitori, il tamil.

Ahilan Ratnamohan – Australiano, nato da genitori Srilankesi ed emigrato in Belgio per amore nel 2010 – è infatti un madrelingua inglese, visto che i genitori non gli hanno mai parlato nel loro tamil. Queste fratture linguistiche – il fatto che le madrelingue non sono trasmesse ai figli perché sono considerate inferiori alle lingue seconde dominanti – stanno all’origine di quelli che l’autore Sulaiman Addonia definisce le ferite del multilinguismo.

Nel monologo – ironico e poetico, filosofico e grammaticalmente a tratti scorretto – Ratnamohan ride del proprio percorso di migrante modello in Belgio e di studente di successo in nederlandese, interrogandosi tra l’altro su che cosa significhi appartenere, integrarsi e parlare bene.

Le scritture in lingue seconde – grazie ad un uso meraviglioso di grammatica, sintassi e vocabolarioinventano strutture nuove e danno un corpo ed un accento sorprendenti alle parole scontate dei madrelingua. Non parlo qui di una generica fascinazione esotica verso quegli stranieri che si esercitano in una lingua seconda, ma della necessità viscerale dei non-madrelingua di spiegarsi, capire e farsi capire nella lingua acquisita. Così le lingue rinascono nel presente, secondo me, così scongiurano le rigidità dei canoni, degli antenati e del devastante quotidiano.

Allenamenti

La colazione sul tavolo, la pera che cade, il figlio ammalato. Per quello che mi riguarda, ammiro le cose note, le sposto e gli do un nome nuovo, nelle briciole imparo qualcosa. Anche a causa delle mie migrazioni – verso Sud, verso Nord – capisco che la mia presenza nel mondo è fatta dal continuo soppesare le parole che mi mancano: il fatto che il mio quotidiano – così come quello di milioni di altre persone al mondo – succeda in una lingua diversa dalla mia madrelingua, mi impone di ascoltare il mondo con sensi diversi, più umili e curiosi.

Nel migliore dei casi il mio incolmabile straniamento è una paletta, una vanga, una ruspa: mi scava una nicchia tra la percezione e il pensiero. Nelle migliori delle giornate, la nicchia è una tana per distanziarsi dal troppo mondo che mi circonda. Una lente scintillante con cui osservare e capire meglio il maestoso quotidiano – questo reale che mi circonda. Quando non si arrugginisce, non si impigrisce, non si gela, la lente diventa uno zoom molto evoluto che mi permette di avvicinarmi e distanziarmi dal contesto di cui per caso mi sono trovata a fare parte.

Nelle mie lingue seconde veglio diversamente sulle cose che mi succedono, sulle cose che mi cadono intorno: le macchie sul tavolo, la pera ammaccata, il figlio guarito.

Io desidero capire il mondo che mi circonda perché è in questo sforzo di relazione che assumo senso, che assume senso. Affatica, il desiderio di legarsi al mondo, sfinisce a volte. Non ha per forza a che fare con lo straniamento da lingua straniera, lo sfinimento. Ma nello sfinimento da lingua seconda capisco meglio tutte le cadute del quotidiano, come una malattia, lo spostarsi, l’avere paura. Le cadute mie, le cadute degli altri.

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Fonti

Wikipedia su Agota Kristof

Qualche altra fonte sulla scrittrice ungherese francofona qui e qui

Kristof, Agotha, L’Analphabète – récit autobiographique, 2004, ed. Zoe, Genève – ed. italiana pubblicata da Casagrande, 2005

Kristof, Agotha, Trilogia della città di K, Einaudi, 1998

Kristof, Agotha, Romans, nouvelles, théâtre complet, ed. Seuil, 2011

Di Jhumpa Lahiri in italiano: In altre parole, Guanda ed., 2015

Una sua breve intervista per Internazionale

Recensione di un suo libro più recente – “Translating myself and others” (2022, Princeton University Press)

Ted talk di Kimberle Creshew sull’intersezionalità

e un articolo più dettagliato (2017)

Il testo teatrale Alle woorden die ik niet kende (al momento non ancora pubblicato né tradotto in altre lingue) è un monologo in olandese dell’autore, regista e performer australiano Ahilan Ratnamohan.

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Scrivo, traduco e combino teatro, performance, storytelling e installazioni in lingue diverse. Nel mio lavoro mi interessa soprattutto ricercare come il linguaggio fa il contesto e viceversa. Ho lavorato in ambito socio-artistico a Beirut, al Cairo, a Forlì e ad Anversa, spesso con persone migranti e rifugiati politici. All’empatia e alla credibilità come valore giuridico nella valutazione delle storie di vita dei richiedenti asilo ho dedicato "Performing the self: the interview"(spettacolo/installazione/pubblicazione - con Elena Mazzi, 2017). Ho una laurea in Lingua e letteratura araba (Venezia) e sto concludendo un Master in Teatro (Maastricht).

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