I due gemelli veneziani di Valter Malosti: morire e ridere

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I due gemelli veneziani è una tragicommedia di Carlo Goldoni in cui, a detta dell’autore, la morte è una cosa da ridere. Dal 10 al 13 novembre al Teatro Alighieri di Ravenna ne è andata in scena una versione con la regia di Valter Malosti.

La trama si basa sugli equivoci causati dalla presenza nella stessa città di due gemelli, Tonino e Zanetto, interpretati da Marco Foschi. Intorno a loro ruotano diversi personaggi, tra cui la giovane Rosaura e la vedova Beatrice, che sono i motori della vicenda, perché tutti le vogliono sposare, maritare, possedere o allontanare. Gli ingredienti per la commedia ci sono tutti, ma la storia non ha un lieto fine. Zanetto muore avvelenato e solo questo permette di risolvere gli inghippi della trama e riportare la vita dei personaggi alla normalità.

Tuttavia la morte, che di solito fa piangere, in questo caso fa ridere. Anzi, fa morir dal ridere.

Nella prefazione alla commedia è proprio Goldoni a ricordare le risa con cui si smascellavano gli spettatori della prima durante l’agonia di Zanetto. L’autore celebra con orgoglio questo risultato, per lui particolarmente importante: l’esser riuscito a rendere la morte la parte più divertente dell’intera commedia, cioè aver fatto ridere del morire.

Il regista Valter Malosti, dal canto suo, parte proprio dalla morte.

Decide infatti di mostrare sin dall’inizio il cadavere di Zanetto, accompagnato e presentato dal personaggio di Pulcinella, tradizionale nocchiero di anime.

Una scena e un Pulcinella in più, rispetto al testo di Goldoni, che pongono tutto quello che vediamo a partire da quel momento in relazione alla morte. Dunque ridiamo degli equivoci e delle battute di Goldoni ma con il sentore di un presagio terribile che incombe.

La commedia non è più semplicemente il ridere del morire ma è come se si potesse leggere l’avvicinarsi della morte di Zanetto in ogni risata. Come un morire nel ridere.

 

 

Questo sapor di tragedia è percepibile anche nella schietta cupezza della scenografia, composta di alti pannelli scuri e tagli di luci netti e nella recitazione degli attori, fatta di forza formale e di fedeltà al copione. A loro il regista ha dato un’indicazione: leggere fino in fondo il testo, abbandonarvisi e lasciare che traspaia l’umanità che cela. Leggere le righe per leggere tra le righe. E tra le righe del testo si mostra la verità che Goldoni voleva descrivere e che molti dei suoi contemporanei gli criticavano: una società piena di storture in cui tutti sono colpevoli di qualcosa (tranne forse il buon Zanetto).

Alcune di queste verità nascoste, però, Malosti non si limita a lasciarle intendere, ma le suggerisce visivamente. Quando alcuni personaggi parlano di lei e decidono del suo destino, Rosaura compare, dietro una parete semitrasparente, esibendo il suo corpo come una prostituta in una vetrina di Amsterdam. Dietro la stessa parete si presenta il cadavere di Zanetto all’inizio, mentre nel finale essa stabilisce una separazione spaziale tra i vivi e i (futuri) morti.

 

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