Sulla poesia selvatica e paradisiaca di Andrea Cramarossa

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Contiene moltitudini e cripte, labirinti e tane, apparenti irriducibili antinomie e cristalline auto-ostensioni la densa, lungimirante raccolta poetica Usme del paradiso di Andrea Cramarossa (edita dal servizio editoriale Spagine del Fondo Verri di Lecce nel maggio 2022, ora già in ristampa).

L’incedere poetico (dunque creativo, dunque creaturale) del direttore artistico del Teatro delle Bambole mantiene, di quella radicale idea e pratica di dispositivo linguistico, l’inesausta tensione a scandagliare il non detto (meglio: il non dicibile), ad approssimare il non raccontabile: senza spiegazioni né smussature circoscrivere un vuoto (il vuoto?) e così, di colpo, rendere più esigente di vita la vita di ciascuno.

Questa è poesia che, come la poesia quando è tale, abita il filo sottilissimo che connette l’infimo e il siderale, l’irriducibile animalità e l’hortus conclusus a cui molti, ancorché ignari, aneliamo.

Lo fa -e non solo in questo ci ha molto ricordato la mai pacificata né pacificante scrittura di Amelia Rosselli– sul piano che gli è proprio: del linguaggio.

È innanzi e soprattutto nel campo largo della parola significante che ha luogo la battaglia (o, per meglio dire, la felice, radicale coincidenza) di poli in apparenza lontanissimi: le usme (“tracce odorose lasciate dalle bestie selvatiche”, come spiega nell’acuta prefazione Italo Interesse) e, appunto, il paradiso, luogo etimologicamente separato da cui, per mefitica convenzione, il corpo è escluso.

 

 

“Fango che diventa luce”: con le parole di un’altra poeta in ontologica relazione linguistica con le necessità e le voragini della scena (Mariangela Gualtieri) potremmo sintetizzare quest’opera che, come nel caso di Cramarossa e come la Rosselli fece con i codici della musica dodecafonica, si nutre di saperi altri come possibilità di straripamento, di senso tanto quanto sensoriale.

Amelia Rosselli, ancora, ci torna in mente per l’insistito rivolgersi (ora invocante, ora dedicante, ora dolente) a un tu (persona? essenza altra? sé rispecchiato?), per il riferirsi al regno animale come intricato territorio di segreti tesori, per il ricorrere sentimentale -ma senza alcun sentimentalismo- del tempo imperfetto, di certi arcaismi, dell’anteporre aggettivi a sostantivi, per suggerire senza descrivere, indicare senza conchiudere, per il “tono cauto e, credo, estremamente interiore” (come la stessa Rosselli ebbe a dire della propria raccolta Serie ospedaliera del ’69) e, soprattutto e più largamente, per la tensione ad abitare la lingua come luogo straniero, non pacificato, dunque sempre da dischiudere, liberato dall’usura anestetica dell’abitudine, del già noto.

C’è poi la questione del tempo, come suggerito nella sognante, commovente nota dell’autore che chiude il volumetto.

E, sempre lì, la questione delle pagine che non si lasciano leggere, “nella stupefazione bestiale dell’incomunicabilità”.

E tante, tante altre: quanto mondo, quanti mondi in queste poche, precise, ben dette parole.

Dire grazie, almeno.

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