Se la memoria non m’inganna, incontri e film a Forlì

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La memoria ci inganna, continuamente. Ricordare con esattezza comporta sempre uno sforzo, ancor più se si tratta di storia ed avvenimenti da celebrare. È proprio per ricontestualizzare quest’ultimi che Forlì Città Aperta promuove Se la memoria non m’inganna, un ciclo di quattro incontri che intende riflettere su alcune celebrazioni, quali la Giornata nazionale della memoria e del sacrificio degli Alpini, il Giorno della Memoria e il Giorno del Ricordo. Quattro incontri che si configurano quali contro-narrazioni di quel processo di mistificazione e strumentalizzazione della storia a cui stiamo assistendo da alcuni anni.

“Era qualcosa di cui parlavamo da anni in realtà”, racconta Angela Testa, attivista di Forlì Città Aperta. “Avevamo notato l’intenzione e l’attenzione che venivano poste sempre di più a determinate giornate in ricordo o celebrazione di qualcosa che per noi non è assolutamente da celebrare: faccio riferimento in particolare alle foibe e alla battaglia di Nikolajewka. Così, negli ultimi mesi dell’anno scorso abbiamo pensato che fosse arrivato il momento di fare un percorso di contro-narrazioni, di rispondere alla costruzione memoriale più militarista ed egoistica con una contestualizzazione storica che per noi avesse più senso. L’idea è stata quella di partire da quello che secondo noi manca in queste narrazioni, in queste ricostruzioni memoriali”.

Il primo incontro di giovedì 26 gennaio è dedicato alla battaglia di Nikolajewka, a cui corrisponde la Giornata nazionale della memoria e del sacrificio degli Alpini. Questa giornata è stata istituita per celebrare “l’eroismo degli Alpini che andarono a salvare la compagine dell’esercito italiano che aveva partecipato all’invasione della Russia nella campagna nazifascista dal ‘41 al ‘43. Per noi”, prosegue Angela “era evidente che a questa narrazione mancasse un pezzo, vale a dire tutta la parte che riguarda l’antimilitarismo. Anzitutto, un’invasione nazifascista non è da celebrare. Poi, se c’è qualcosa da ricordare in quel periodo sono tutti coloro che invece non volevano partecipare. Abbiamo così individuato il docufilm Il varco, che è sia un lavoro di ricerca di archivio sia di ricostruzione, di ri-narrazione, che si focalizza proprio su un personaggio che partecipò all’invasione nazifascita della Russia ma con tantissime remore”. Alla serata prenderà parte anche il regista, in dialogo con Sheik Abdou (ore 20, presso Centro Pace).

 

C’è un soffio di vita soltanto di Matteo Botrugno, Daniele Coluccini

 

Si continua poi con la Giornata della Memoria, il 27 gennaio. “Ovviamente la Giornata della Memoria è una giornata estremamente importante”, continua Angela. “Tuttavia si tende a ricordare “solo” le vittime ebree della Shoa, quando lo sterminio nazista ha riguardato anche tantissime altre soggettività e, in particolare, abbiamo individuato da una parte le comunità Rom e Sinti e dall’altra le soggettività LGBTQ+”. “La giornata sarà divisa in due momenti”, spiega l’attivista. “Ci sarà un primo momento dedicato alla riproduzione di testimonianze audio dirette di persone appartenenti alle comunità Rom e Sinti, presso la sede di Forlì Città Aperta. In seguito invece ci sarà un dibattito che precederà la proiezione del documentario C’è un soffio di vita soltanto”. Al dibattito prenderanno parte attivistə per i diritti LGBTQ+ e Morena Pedrialli (ore 20, Centro Pace).

 

S. Louis. Il coraggio di un capitano

 

Il terzo appuntamento in programma sabato 4 febbraio è invece dedicato a La frontiera in/valicabile. “Forlì Città Aperta si occupa principalmente di migrazioni”, spiega Angela, “per cui per noi era importante fare un collegamento anche con quello che sta succedendo oggi. Abbiamo così individuato il fumetto S. Louis. Il coraggio di un capitano che tratta dei respingimenti che una nave di profughi ebrei ha subito nel continente americano – prima a Cuba, poi negli Stati Uniti ed infine in Canada – e di come questo respingimento abbia causato la morte di quasi tutte le persone a bordo. Il collegamento con l’attualità è abbastanza immediato: che cosa ne è del diritto di asilo che nacque esattamente con la conferenza di Ginevra a seguito dello sterminio nazista? Cosa ne è oggi del diritto di asilo? Che cos’è oggi la politica di respingimento in mare, delle esternalizzazioni delle frontiere e tutta la retorica dei porti chiusi?”. Alla presentazione del fumetto parteciperà anche il fumettista Alessio Lo Manto e il professor Sandro Bellassai.

L’ultimo appuntamento dell’11 febbraio è infine dedicato alla memoria delle foibe, con la lettura pubblica del poemetto La fossa di Ivan Goran Kovacic e l’incontro con lo storico Piero Purich. “La nostra idea è quella di ripensare a tutta la retorica memoriale sulle foibe per ricontestualizzarla in un contesto di conflitto in cui determinate azioni di violenza e di uccisioni sono dettate proprio dal contesto. Questo non significa giustificarle”, spiega Angela, “ma ridimensionare la portata di quello che viene ricordato come uno sterminio italiano pari a quello degli ebrei”.

Quattro appuntamenti per quattro contro-narrazioni per impedire che una decontestualizzazione del passato comporti un’irrimediabile riscrittura del suo significato più autentico e profondo.

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1 commento

  1. Gli alpini non “andarono a salvare gli altri”. Erano già lì, nell’ottava armata italiana schierata nella linea difensiva tedesca a nord di Stalingrado. La controffensiva russa travolse il fronte tedesco (italiano, rumeno, ungherese…) a nord e a sud di Stalingrado, intrappolando in questo modo i quasi 200mila soldati della VI armata tedesca di von Paulus che era dentro Stalingrado. I fronti a nord e a sud erano deboli, non avevano riserve ne’ mezzi di trasporto e poterono solo ritirarsi a piedi con la neve al ginocchio o peggio. Congelarono a migliaia. Persero tutte le armi pesanti. Finirono ben presto le munizioni e ogni organizzazione. Gli unici ancora in grado di combattere furono alcuni battaglioni alpini che a Nikolajevka riuscirono a sfondare il tentativo di chiudere in una sacca tutta l’VIII armata, che andò completamente distrutta. Basti ricordare che la divisione alpina Julia per partire dall’Italia ebbe bisogno di 100 treni e quando finalmente arrivò in Italia ne basto’ uno. Fu una sconfitta totale di cui avevano la responsabilità Mussolini e i suoi gerarchi incompetenti su tutto.

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