Un capolavoro giapponese: La storia di Genji, di Murasaki Shikubu

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Scritto verso l’inizio dell’anno Mille da Murasaki Shikubu, una dama della corte imperiale giapponese, il Gengji Monogatari, di cui è indiscusso protagonista Gengji principe splendente, narra la vita di tre generazioni, mettendo in luce gli intrighi di palazzo, gli amori, l’eros, i conflitti, i rituali e le fedi, la visione estetica e il ruolo delle donne.

Murasaki Shikubu nasce da una famiglia aristocratica nel 973 d.C. e si dedica allo studio della letteratura cinese e giapponese. Divenuta dama di corte dell’imperatrice Shōshi, Murasaki si dedica alla stesura di un monogatari (lett. “raccontare le cose”), genere letterario diffuso all’epoca, ripercorrendo la storia del principe Gengji, opera che conosce fin da subito un grande successo e diventerà nei secoli successivi un modello letterario a cui attingere. Sono arrivati a noi anche il suo diario (Murasaki Shikibu nikki) scritto intorno al 1010 e una raccolta di poesie.

 

 

LA STORIA DI GENJI

Genji lo splendente è figlio dell’imperatore e della favorita tra tutte le sue Dame.

Al racconto delle vicende del giovane, Murasaki affianca quello delle donne da lui amate, e degli intrighi e lotte di potere tra i casati della nobilità del Giappone feudale. Descrive inoltre le cerimonie che scandivano la loro vita, l’arte, la musica, l’eleganza e l’atmosfera malinconica di un mondo affascinante e impalpabile.

I primi 41 capitoli del Gengji monogatari sono ambientati nella capitale Heyankyō (l’attuale Kyoto) e dedicati alla vita del protagonista, con una prima parte relativa alla sua giovinezza e maturità e una seconda che racconta le successive sventure e delusioni della sua vita adulta che, pur non intaccando il suo fascino e prestigio, segneranno invece la sua vita privata. Gli ultimi 13 capitoli sono considerati “un seguito”, che narra gli avvenimenti successivi alla morte di Gengji, legati ai suoi discendenti e alla località di Uji dove trovano luogo.

 

 

Perché leggere un libro che conta più di milleduecento pagine scritto nell’anno Mille? L’enorme distanza anche culturale che ci separa dai fatti narrati può certamente rappresentare “un’emozionante sfida intellettuale”.

Superato lo scoglio iniziale dell’individuazione dei numerosi personaggi, indicati per delicatezza non con il nome proprio, ma spesso con il titolo ufficiale nella gerarchia di Corte, lentamente il mondo della nobiltà giapponese si dischiude al lettore e trasforma il racconto in una fantastica serie che rende accessibile una realtà molto distante, e al tempo stesso mostra l’universalità delle passioni umane, al di là dello spazio e del tempo.

Molti sono gli elementi che assumono un significato culturale diverso dal nostro, primo fra tutti l’amore. Le donne, pur se nascoste dai paraventi, vivono passioni erotiche senza sensi di colpa, dove la dimensione spirituale, a differenza di quanto avviene nell’amor cortese medievale, non si contrappone mai a quella fisica.

È inoltre assente il tema della tragedia amorosa e il binomio amore-gelosia fa riferimento a canoni molto diversi dai nostri. Anche i comportamenti rituali e codificati possono essere spesso male interpretati, se osservati attraverso il nostro sistema valoriale.

Affascina la capacità di Murasaki di tratteggiare le figure femminili, centrali nell’opera, la loro complessità, in un affresco delle psicologie umane e delle dinamiche relazionali che include anche figure comiche o grottesche, oltre a quelle tragiche come la signora di Rokujo, dama grandiosa che avvelenata dalla gelosia per Gengji finirà per diventare monaca buddista e ritirarsi in un convento.

Il lettore si trova avvinto nelle spire degli avvenimenti, che tratteggiano senza soluzione di continuità l’ineluttabile destino del principe, il quale, come tutti noi, non può sottrarsi alle conseguenze dei nodi e intrecci che pur sembrando gettati a caso, vanno a comporre il mosaico della sua personale vicenda.

Per dirla con Cristina Campo: «Non la psicologia, non le passioni, non i caratteri fondano un classico – questo patrimonio del popolo ancora prima che della cultura – ma il sentimento soverchiante dell’incontro con un destino».

L’evoluzione della storia di Gengji mette inoltre in luce un concetto centrale nella filosofia buddista, che attraversa le pagine del libro: quello dell’impermanenza della vita, che si trasforma in una struggente malinconia al cospetto dell’immobile bellezza della natura, all’incessante alternarsi delle stagioni, all’inesorabile scorrere del tempo, all’empatia tra uomo e natura.

 

 

UN CAPOLAVORO GIAPPONESE

Nel periodo Heian il genere monogatari era destinato all’intrattenimento delle donne aristocratiche ed era prerogativa di autrici donne: scritto nella lingua giapponese utilizzata dalla nobiltà del tempo, il testo comprendeva numerosi testi poetici.

Anche nel Gengji monogatari il testo è costellato di poesie all’epoca conosciute, di cui spesso vengono citati solo i primi versi, lasciando così al lettore il piacere di completarli da solo e capaci di trasmettere, attraverso allusioni sottili e raffinate, stati d’animo e sentimenti nascosti e di svelare delicate dinamiche.

La scrittura è omogenea, segue un flusso libero e discorsivo che mantiene il ritmo di una narrazione orale, e spesso lascia spazio a digressioni su eventi paralleli che finiscono poi per confluire nell’alveo del racconto principale. Murasaki fa uso della meta-narrazione introducendo le proprie considerazioni, ma anche osservazioni rivolte direttamente al lettore. Inoltre, lascia che a volte che alla sua voce si sostituisca quella dei protagonisti, perché esprimano direttamente le proprie emozioni e pensieri, in un libero flusso di coscienza.

Del Gengji Monogatari rimangono incerti molti elementi relativi alla composizione, divulgazione e struttura originaria, nonché l’attribuzione di alcune sue parti alla stessa scrittrice.

Probabilmente i capitoli cominciarono a essere ricopiati e a circolare anche separatamente nella capitale e quindi nelle province più lontane, prima che l’opera fosse conclusa. Da questi testi germinarono altri racconti come nella tradizione del tempo. Solo a partire dal 1200 il Gengji Monogatari diventò oggetto di ricerca e di approfondimento da parte degli studiosi e commentatori che definirono la forma in 54 capitoli attribuiti a Murasaki.

Il Gengji Monogatari è un riferimento per tutte le opere del suo tempo ed è stato d’ispirazione per grandi scrittori giapponesi di ogni epoca, inoltre ha ispirato alcune tra le opere più conosciute del Teatro Nō e in tempi recenti diverse serie manga, alcuni film e una serie anime.

La nuova edizione dell’Einaudi curata da Maria Teresa Orsi, docente di Lingua e letteratura giapponese, è la prima traduzione italiana dal giapponese antico.

Il Gengji Monogatari è un libro denso e ricchissimo, avvincente e complesso, un classico che ci apre all’oriente, con profondità e stupore.

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Murasaki Shikibu, La storia di Gengji, Eiunaudi, Torino, 2015, pp.1430

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Ho pubblicato ricerche, romanzi e testi sulla migrazione sia straniera che italiana, tra cui "I wolof del Senegal" (L'Harmattan, 1995) "Le strade di Lena" (Aiep editore, 2005). Per il teatro ho scritto alcune drammaturgie con Luigi Dadina, messe in scena dal Teatro delle Albe, tra cui "Amore e Anarchia" (2014) e con Davide Reviati "Mille anni o giù di lì" (2021). Tra le mie ultime pubblicazioni il romanzo "Allora io vado" (Pendragon, 2016) e con Laura Orlandini il saggio-racconto "Delitto d'onore a Ravenna. Il caso Cagnoni" (Pendragon, 2019). Dal 1997 sono presidente di cooperativa Librazione e dal 2009 al 2019 sono stata direttrice artistica del centro culturale Cisim di Lido Adriano.

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