Il codice e la forma. Brevi note di un neofita su ArtusiJazz 2023 inverno

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Ares Tavolazzi © Roberto Cifarelli #jazz #jazzphoto #jazzmusic #music #musician #robertocifarelliphoto

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Iniziamo dal fondo.

Venerdì 6 gennaio 2023, mattina.

Chiesa dei Servi, in centro a Forlimpopoli.

Danilo Rea a improvvisare.

La sera prima, in quartetto con Gaspare Pasini, Ares Tavolazzi e Luigi Bonafede al Teatro Dragoni di Meldola han proposto un itinerario morbido e suadente, scevro da apparenti virtuosismi ma erede di una sapienza antica, immagino.

Immagino, scrivo, perché di musica so poco, di jazz ancor meno.

Da questo, da tale mancanza voglio partire per questa minuscola restituzione di un accadimento culturale che ho frequentato nei primi giorni dell’anno, la sezione invernale di ArtusiJazz Festival, una delle molte proposte dell’attivissima associazione culturale dai de jazz.

In teatro, che è la disciplina che pratico più assiduamente (seguita da danza e arti visive) c’è un detto: “quello che non puoi nascondere, mettilo in evidenza”.

Approntandomi a scrivere qualche riga su questo prezioso Festival non posso certo nascondere la mia ignoranza, in questo settore.

Come sempre, la realtà viene in soccorso.

Basta prestare un po’ di attenzione.

Dunque, si diceva, iniziamo dal fondo.

Chiesa dei Servi, Forlimpopoli, 6 gennaio 2023, mattina.

Al centro, dello spazio scenico e dell’attenzione, il pianoforte con cui Danilo Rea ha fatto acrobazie.

Alla sua destra, come fattoci notare dalla colta, limpida introduzione di Alberto Antolini, una pala d’altare di Marco Palmezzano, un’Annunciazione, del 1533.

 

Marco Palmezzano, Annunciazione, 1533

 

In primo piano domina, sulla destra, la figura della Madonna, seduta davanti a un leggio su cui è poggiato il libro aperto, le mani strette al seno, il capo e lo sguardo volti verso il basso in atto di accettazione della volontà divina. Dinnanzi a lei sta inginocchiato, in posa perfettamente di profilo, l’arcangelo Gabriele nell’atto di annunciare la novella con l’indice della mano destra puntato verso la Vergine; con la mano sinistra regge uno stelo di giglio con tre fiori. Dall’alto assiste alla scena il Padre Eterno circondato da una schiera di serafini mentre la colomba dello Spirito Santo discende dal cielo verso l’Annunciata. Il portico si apre su di un paesaggio collinare ampio e luminoso e un sentiero, inerpicandosi verso l’alto, conduce a una chiesa su di un poggio.

Per chi si interessa alla storia e ai codici dell’arte, ciascuno degli elementi rappresentati ha un significato che trascende, dunque etimologicamente scavalca, ciò che è dato a vedere.

Per tutti gli altri, fenomenologicamente, il giglio è un giglio, un sentiero è un sentiero, un indice teso è un indice teso: una forma è una forma che ciascuno, semplicemente, riceve.

Ecco, mi pare che il Festival che si è appena concluso contenga questa salutare doppiezza: un livello per gli ascoltatori competenti, capaci di interpretare il codice, e un altro per gli ascoltatori ignoranti come me che accolgono pure “forme sonore in movimento”, per dirla con Eduard Hanslick.

E il piacere che esse danno (e sa il cielo quanto ne han dato, nei vari appuntamenti romagnoli!) è, per dirla con l’autore de Il bello musicale, asemantica, antisentimentale, ricevibile in quanto puramente sonora, ancorché se ne ignorino le leggi.

Elaborare e realizzare un progetto culturale che contenga entrambi i piani in maniera così cristallina non par cosa da poco: bisogna volerlo (e saperlo) fare.

 

Danilo Rea © Roberto Cifarelli #jazz #jazzphoto #jazzmusic #music #musician #robertocifarelliphoto

 

Il Festival ha proposto modi affatto difformi di intenderlo e realizzarlo, il bello musicale, offrendo alla parola jazz una quantità di possibilità che, per un neofita, son certo un nutrimento, in termini di molteplicità: dal trascinante Tullio De Piscopo Jazz Quartet a Santa Sofia il 2 gennaio alla furiosa (nomen omen) rilettura mingusiana di Furio De Castri (con Giovanni Falzone, Achille Succi, Fabio Giachino e Mattia Barbieri il giorno seguente a Bertinoro), dall’enciclopedico Michele Polga “Nica” Quartet a Forlì all’indimenticabile (già citato) Old Folks 4et a Meldola, fino al solo di Rea a Forlimpopoli, in chiusura.

Oltre a quanto già scritto, ecco in sintesi tre motivi di interesse e apprezzamento di questa proposta culturale.

Il primo: un onesto esame di realtà. La fruizione di questo Festival ricorda, con buona pace di qualsivoglia idealismo romantico, che l’arte è una faccenda che si basa (anche) sui soldi. E che senza soldi, semplicemente, non esisterebbe.

Tornando per un attimo, in parallelo, alla pala d’altare citata in apertura (la quale, sia detto per inciso, è stata l’ultima versione palmezzanesca del tema): fonti documentali attestano la committenza dell’opera da parte dei Padri del convento dei Servi di Forlimpopoli nel 1533 e il compenso ricevuto dall’artista, undici scudi d’oro e quarantotto soldi bolognini.

Nel nostro caso: affinché ci possano essere un po’ di finanziamenti pubblici e un po’ di entrate da biglietti di ingresso occorre, tra l’altro, l’apprezzamento di una platea non troppo ristretta. Ecco che Rea, un esempio fra tanti, fa affiorare dalla sua suite un brano di De André e in chiusura, il tema di 4 marzo 1943 di Lucio Dalla, così che anche l’ascoltatore medio possa ri-conoscere elementi noti e, così, sentirsi accolto, gratificato.

Certo molti altri e ben più complessi riferimenti musicali sono emersi, a favore di chi ha avuto l’occasione e la cultura di coglierli, ma il punto è: se ci si libera da certi cliché romantici duri a morire che vedono nell’artista qualcuno mosso principalmente, se non unicamente, dall’ispirazione e dal sentimento e si ritorna all’origine greca del termine, in cui com’è noto non vi era distinzione terminologica nel designare artista e artigiano, si accoglie semplicemente, concretamente, la coscienza delle condizioni che permettono all’arte musicale di offrirsi alle orecchie di chi lo desidera.

Il secondo (che poi è connesso al primo, perché tutto è connesso a tutto, sempre, anche se spesso ci piace pensare altrimenti): la costante attivazione dell’ascoltatore nell’equilibrio sempre mobile tra ricezione di forme sonore in movimento in quanto tali e talune ricorsività o citazioni di un repertorio, dunque del già noto, ponendo in essere la dinamica di nascondimento, ricerca e individuazione che è una delle fondamenta ineludibili del piacere musicale (e, allargando progressivamente, di quello artistico, culturale, conoscitivo).

Il terzo: attraversare diversi luoghi in Romagna, ospitanti i vari concerti – a ricordarci che l’arte non è mai fatto astratto dal contesto, ma accadimento collocato in un qui e ora.

Dire grazie, almeno.

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