Moni Ovadia: niente di nuovo, anzi, eppure!

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Oylem Goylem - Moni Ovadia - foto di Luca D'Agostino

 

La notizia è questa: Moni Ovadia è tornato a recitare all’Arena del Sole di Bologna.

Moni Ovadia è un attore italiano di origine bulgara e di ascendenza ebraica. È un nome noto nel panorama teatrale italiano, soprattutto dal 1993 quando ha debuttato con lo spettacolo Oylem Golem (letteralmente “Mondo Golem”, cioè “Mondo sciocco”) che gli è valso numerosi riconoscimenti. Ora l’attore ha settantasei anni e una ricca carriera alle spalle. In questa giovane veste di vecchio ha ripreso quello spettacolo ed è tornato a girare i teatri raccontando vecchie storielle.

Niente di nuovo, quindi. Anzi. Le storie sono quelle della tradizione ebraica. Vecchie come Noè, per dirla con un paragone biblico particolarmente calzante.

Ma, se c’è una cosa che caratterizza l’ebreo, è la sua capacità di camminare. Gli ebrei sono grandissimi camminatori, tanto che ci hanno messo quarant’anni per attraversare un deserto che si percorre in sette giorni (vedi Libro dell’Esodo). Questo non testimonia che siano dei buoni camminatori, ma sicuramente conferma che hanno camminato parecchio.

Anche la loro musica cammina. Le melodie klezmer (un genere musicale tradizionale degli ebrei aschenaziti) intonate da Moni Ovaia e dalla Moni Ovadia Stage Orchestra hanno tutte quante il ritmo di una passeggiata. Passo dopo passo, pizzicando una corda o toccando un tasto, camminano la fisarmonica, il violino, il clarinetto, il cymbalon e il violoncello. Cammina anche la lingua: balla nella bocca dell’anziano narratore, che nel canto articola un linguaggio yiddish ora roboante ora sommesso, snocciolato a inciampi, in cui non importano tanto le parole, quanto andare al passo con gli altri strumenti. Ricorda un po’ Dario Fo, di cui d’altronde Ovadia è sempre stato un grande estimatore.

 

Oylem Goylem – Moni Ovadia – foto di Luca D’Agostino

 

L’ebreo è errante, dunque. È questo il punto di partenza. Così, nei panni del “venditore di ombre” Simcha Rabinowicz, Moni Ovadia racconta storie della grande Storia dell’Esilio e della Diaspora ebraica. Storie coi piedi, che ti camminano dentro. Smuovono corde impolverate, stimolano il cervello e il cuore e fanno venire alla lingua la voglia di ri-raccontarle, appena fuori dal teatro, perché possano continuare a camminare.

Non solo ma fanno camminare l’immaginazione e resta la voglia di sbirciare ancora in quel mondo narrato, fatto di ebrei arguti, fortunati e sfortunati, sempre avidi, di ragazzi dell’ascensore curiosi, madri iperprotettive e dispute coi preti e con gli imam più orgogliosi.

Per questo non è così strano che dopo trent’anni il pubblico sia tornato a riempire la sala per riempirsi di nuovo le orecchie con quelle storie, vecchie, ma camminatrici.

E per questo non è strano che a gran voce abbia chiesto un bis, dimostrando il grande e inalterato affetto per Moni Ovadia. Lo stesso affetto dell’attore nei confronti di quel palco e di quel pubblico, che lo ha portato a concludere con un bis divertito e un ringraziamento commosso. Una parola che significa che qualcosa, da entrambe le parti del palco, si è mosso insieme, ha camminato.

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