Questo è il mio corpo. Su Hokuspokus di Familie Flöz

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ph © Simon Wachter

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“Prima ancora che il linguaggio abbia inizio e si articoli in parole per trasmettere messaggi nella forma di enunciati verbali, la voce ha già da sempre origine, c’è come potenzialità di significazione e vibra quale indistinto flusso di vitalità, spinta confusa al voler-dire, all’esprimere, cioè all’esistere”: vien da pensare a Corrado Bologna, a un frammento del suo fondativo Flatus vocis. Metafisica e antropologia della voce, accingendosi a scrivere qualche nota su Hokuspokus di Familie Flöz, visto in prima nazionale al Teatro Bonci di Cesena qualche giorno fa.

E questo non solo per l’ouverture vocale, articolata a mo’ di suadente responsorio, piuttosto per la tensione creaturale che attraversa questo spettacolo che si offre alla ricezione con la semplice, netta oggettività di un fatto.

Gli artisti della Familie si presentano in primis come esseri vocalici, per poi dar luogo a un millimetrico dispositivo scenico in cui l’elementare progressione -da Adamo ed Eva ai giorni nostri, dall’infanzia alla vecchiaia- si sostanzia di e in tensione linguistica.

 

ph © Simon Wachter

 

Respiri sonori, grattate di testa buffe e sconsolate, attese mute puntellate di colpi di tosse dalla platea (a ricordarci, cageanamente, che il silenzio non esiste e che l’opera è il mondo e chi lo abita) danno avvio a un’aurorale allegoria tra evoluzione e involuzione, in un discorso -eloquentissimo, ancorché muto- che senza posa si muove come su un piano inclinato tra natura e cultura.

In un set angolare al centro dello spazio scenico agiscono le maschere, in minimale interazione con persone “in carne e ossa” che di tanto in tanto li riprendono con telecamere, porgono loro oggetti, spostano di qualche centimetro una sedia per poi scomparire nel buio: minuscole azioni per rammentare, semmai ce ne fosse bisogno, che si è nel luogo -e nel regno- della finzione.

Meglio: del linguaggio.

Il termine maschera, si sa, nell’etimo rimanda a persona: una doppiezza che la Familie traduce in un dispositivo archetipico che contiene coppie di opposti, offerti ai guardanti con sapiente misura.

Finzione e disvelamento, come s’è appena detto, ma anche -allargando- presentazione e rappresentazione.

 

ph © Simon Wachter

 

Se il paragone non fosse azzardato verrebbe da citare il mitologico Arlecchino servitore di due padroni di Giorgio Strehler.

Vantaggi dell’età: lo vedemmo su un palco romagnolo, nella parte del protagonista niente meno che Ferruccio Soleri.

Di quell’indimenticabile esperienza estetica (dunque, etimologicamente, conoscitiva) ai fini del presente piccolo discorso val ricordare il costante mettersi e togliersi le maschere, a vista, dei vari interpreti di volta in volta seduti ai lati della scena.

Questo e quello, meccanismi scenici che con maestria creano illusione e al contempo la smontano.

A che scopo, ci si potrebbe domandare?

Per problematizzare l’atto apparentemente neutro del guardare, forse.

E ricordarci, se mai ce ne fosse bisogno, che il teatro è un fatto (Deleuze, ancora) che accade tra corpi (biologici, materici, sonori) coesistenti in un ineludibile qui e ora.

Nomen omen: il titolo dello spettacolo, Hokuspokus, evoca il motto latino traducibile in “Questo è il mio corpo”. In bilico tra richiami biblici e fenomenologia, la Familie abita con apparente leggerezza e colta ironia il campo largo che intreccia biologia e rito, narrazione e astrazione, significanti e significati.

Bisogna saperlo fare.

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