Su Aspettando Godot diretto da Theodoros Terzopoulos #1

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ph Johanna Weber

 

[ #1 questa è la prima recensione, sulle pagine di Gagarin Orbite Culturali, dedicata a questo allestimento di Aspettando Godot. Ne seguiranno altre, nelle prossime settimane ]

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C’era una certa attesa attorno a questo Aspettando Godot, andato in scena nei giorni scorsi, in prima assoluta, al Teatro Storchi di Modena, che ha visto l’incontro tra uno dei massimi registi del teatro contemporaneo e un testo cardine del XX secolo, l’emblema del teatro dell’assurdo.

Il regista greco Teodoros Therzopoulos è noto soprattutto per il suo originale approccio ai testi della tragedia greca antica, a partire da Le baccanti di Euripide, attorno ai quali si sviluppa una indagine attorno ad alcune questioni essenziali relative alla natura dell’uomo, al suo rapporto con il divino, al legame con gli altri uomini e tra la sfera privata e quella pubblica. Per la prima volta mette in scena un testo di Samuel Beckett.

Aspettando Godot è stato scritto alla fine degli anni Quaranta del secolo scorso, pubblicato in lingua francese nel 1952 ed andato in scena per la prima volta al Theatre de Babylone di Parigi il 5 gennaio 1953 (esattamente settanta anni fa). Si tratta di un testo attraversato da un pessimismo e un nichilismo assoluto. Sullo sfondo, anche se non detti esplicitamente, vi sono gli interrogativi sulla natura dell’uomo suscitati dalle immani tragedie del secolo scorso, che possono essere condensate in alcuni luoghi dalla forte valenza simbolica: Auschwitz e Hiroshima.

Questo scenario è evocato all’inizio e alla fine dello spettacolo, quando sentiamo il suono lacerante delle sirene che annunciano un bombardamento aereo e, a seguire, i rumori fragorosi delle bombe. Il pensiero dello spettatore va immediatamente alla guerra nuovamente esplosa nel cuore dell’Europa, a segnare una inquietante linea di continuità tra i drammi del Novecento e la nostra epoca. Inquietudine accresciuta dal desolato paesaggio evocato da Beckett, che sembra quello uscito da una apocalisse nucleare, un paesaggio di rovine.

Come ha detto Terzopoulos nelle sue note di regia: “I personaggi beckettiani si muovono in una zona grigia, in un paesaggio del nulla, quello dell’annientamento dei valori umani. Qualsiasi tentativo di umanizzazione cade nel vuoto, il concetto di tempo è fluido, i personaggi sono sospesi nel vuoto come esistenze espropriate, in un vuoto di disposizioni sconosciute dove l’annientamento di tutte le posizioni, dei valori e delle certezze, è stato realizzato”.

In questo scenario i protagonisti, Estragone e Vladimiro (Gogo e Didi, come si chiamano nei loro slanci di affettuosa tenerezza), vagano in attesa di qualcosa che non si presenterà mai (l’arrivo salvifico di Godot), ripetendo ogni giorno le stesse cose. Ogni risveglio sembra un nuovo inizio, in cui occorre con fatica rimettere a fuoco le coordinate di questa angosciante esistenza e con difficoltà si riesce a ricordare qualcosa di quanto è accaduto il giorno precedente. Sullo sfondo un albero (qui stilizzato nelle forme di un piccolo bonsai); “E se ci impiccassimo?” chiede Estragone nel primo atto e, di nuovo, nel secondo atto.

In questo scenario post-tragico si pone una domanda fondamentale, ontologica: che cosa è l’uomo, questo sconosciuto? Quali sono le condizioni minime per pensare ad una via che valga la pena di essere vissuta? Da questo punto di vista Aspettando Godot, secondo la prospettiva del regista, può essere visto come un viaggio nel nucleo più profondo dell’uomo, un viaggio alla scoperta dell’Altro dentro di noi (quell’area buia e imperscrutabile densa di desideri repressi e paure, regione dell’animalesco e del divino, in cui dimorano la pazzia e il sogno, il delirio e l’incubo) e dell’Altro al di fuori di noi (nel tentativo di comunicare e coesistere con gli altri uomini).

 

ph Johanna Weber

 

Come accade di solito nei suoi spettacoli, Terzopoulos oltre alla regia firma anche le scene, le luci e i costumi (con l’aiuto del suo storico collaboratore Michalis Traitsis). La scenografia ha un ruolo centrale ed è uno degli aspetti più incisivi dello spettacolo. Più che un classico allestimento scenografico è possibile parlare di una installazione scenica. Al centro del palco, su uno sfondo nero, domina quello che all’inizio sembra un grande monolite nero, tagliato da due sottili linee luminose in quattro quadrati. Scopriamo poi che è una sorta di grande scatola, composta da pannelli che si muovono, in senso verticale ed orizzontale, a disegnare degli spazi vuoti e altri spazi pieni. Una scena che sembra un’opera di arte contemporanea, con una struttura che si apre, scompone e ricompone e al cui interno sono collocati gli attori. Si tratta di un allestimento che presenta un grande livello di astrazione e che può assumere diversi significati. Gli spazi che si aprono possono essere visti come un’abitazione, ma anche come una prigione. A volte sembrano proteggere gli attori, come l’angusto spazio orizzontale su cui si apre lo spettacolo, che ospita, sdraiati, Estragone e Vladimiro, al loro risveglio. Al tempo stesso però esso sembra evocare l’immagine di una tomba, o appunto, di una prigione. L’autismo dei personaggi trova un rispecchiamento in quello dell’installazione.

Un altro elemento di nota dello spettacolo è il cast, tutto italiano, degli attori. Oltre a Enzo Vetrano e Stefano Randisi (che più volte abbiamo avuto modo di apprezzare nei nostri teatri, grazie anche alla consolidata collaborazione con ERT, ad esempio con Totò e Vicé, i poetici clochard nati dalla fantasia e dall’estro di Franco Scaldati, che evoca per diversi aspetti anche le tematiche di Aspettando Godot), nei panni di Estragone e Vladimiro, va segnalata la presenza di Paolo Musio, nel ruolo di Pozzo, e di due giovani e promettenti attori, provenienti dai percorsi di formazione teatrale promossi da ERT, Giulio Germano Cervi e Rocco Ancarola.

Terzopoulos è noto anche per il suo metodo di lavoro con l’attore, che si base su un training di esercizi fisici e vocali diretti a liberare l’energia e le potenziali espressive. In questo contesto svolge un ruolo centrale la voce. Per lui la capacità di metamorfosi dell’attore è ancora uno degli elementi fondativi del teatro. Una voce, quella degli attori, che abbiamo sentito sprigionarsi dai loro corpi, chiara e forte, anche quando le parole sembravano appena sussurrate, in tutti gli spazi del grande teatro Storchi (che bello sentire a teatro le voci degli attori, senza il supporto dell’amplificazione).

Aspettando Godot è una coproduzione di Emilia Romagna Teatro ERT (nei cui laboratori sono state costruite le scene) e della Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini. Dopo la prima assoluta al Teatro Storchi di Modena, lo spettacolo andrà in tournée (calendario). Segnaliamo in particolare la data del 27 gennaio al Teatro Comunale di Russi e quella del 29 gennaio al Teatro Galli di Rimini.

 

Fonti: abbiamo ricavato diversi spunti dalle interessanti interviste di Laura Palmieri al regista e agli attori (Stefano Randisi ed Enzo Vetrano), per la trasmissione “Il teatro di Radio3”, andata in onda il 9 gennaio 2023.

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Aspettando Godot, di Samuel Beckett | regia, scene, luci e costumi di Theodoros Terzopoulos | con (in ordine alfabetico) Paolo Musio, Stefano Randisi, Enzo Vetrano e con Giulio Germano Cervi, Rocco Ancarola | Visto al Teatro Storchi di Modena il 15 gennaio 2023

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Dario Zanuso: Ama, al pari di un’iguana, crogiolarsi per ore al sole, ma come una talpa, si trova a suo agio anche nel buio di una sala cinematografica. Il suo sogno nel cassetto è di proporre alla Direttrice una rubrica di recensioni letterarie dal titolo “I fannulloni della valle fertile” o “La valle fertile dei fannulloni”, è indeciso; da sveglio si guarda bene dal farlo: è pigro quanto un koala australiano. Aldo Zoppo: Collaboratore di Gagarin Magazine dal 2010, ha ideato con il fido Dario la rubrica Telegrammi di Celluloide. Nasce a Napoli nei mesi delle rivolte studentesche del ‘68, si trasferisce a Ravenna a metà degli anni ’90 e diventa cittadino del mondo, pur rimanendo partenopeo nell’anima. Lo si trova abitualmente nei vari festival cinematografici del bel paese, apprezza molto le produzioni dei “Three amigos” del nuovo cinema messicano e la cinematografia italiana, dal Neorealismo alla commedia all’italiana. Attore teatrale per hobby, ha interpretato tanti personaggi della commedia napoletana, da Scarpetta ai fratelli De Filippo.

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