Esce oggi Gli spiriti dell’isola di Martin McDonagh

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Commedia e tragedia danzano al ritmo di una ballata irlandese.

Il titolo originale del film è The banshees of Inisherin. Nel folklore irlandese la banshee è uno spirito femminile, spesso rappresentato come una bella donna dai lunghi capelli fluttuanti, che si aggira lungo le paludi, i fiumi e le colline d’Irlanda. Uno spirito a metà tra una fata e una strega. La connotazione di spirito malvagio gli viene dal fatto che di norma appare agli uomini, con il suo canto lamentoso, solo in prossimità della morte. La sua comparsa annuncia quindi tristi e mesti presagi. Un essere di questa natura, piuttosto somigliante ad una strega, di nero vestita, compare più volte durante il film e ben descrive l’atmosfera che lo pervade, quella di una commedia tragica e grottesca, nerissima, come la pece.

Siamo appunto in Irlanda, nella piccola isola (inesistente) di Inisherin, esattamente un secolo fa, nel 1923 (come vediamo da una data su un calendario). Un’isola appartata, lontanissima dal resto del mondo. Anche i conflitti che stavano in quel periodo dilaniando l’Irlanda qui arrivano solo come pallida eco di sporadiche e lontane esplosioni (si tratta della sanguinosa guerra civile che divise il movimento nazionalista attorno al trattato sottoscritto con l’Inghilterra, il quale riconosceva lo stato libero d’Irlanda, ma sempre come parte dell’Impero britannico; per restare nell’ambito cinematografico, fu la guerra che vide la morte di Michael Collins, a cui è dedicato l’omonimo film di Neil Jordan, che nel 1996 vinse il Leone d’oro a Venezia).

 

 

In questa isola la vita scorre placida e tranquilla, piuttosto noiosamente. C’è chi alleva gli animali e chi coltiva la terra. Ci sono i classici personaggi di ogni piccolo villaggio: ad esempio lo sciocco, il poliziotto, il prete e l’artista. Tutti, la sera, si ritrovano nel pub al centro del paese, a tracannare, una dietro l’altra, pinte di birra. Una cosa sembra certa ed immutabile, come il bellissimo paesaggio dell’isola: l’amicizia solida che lega da una vita Padraic e Colm (rispettivamente Colin Farrell e Brendam Gleeson, di nuovo assieme quindici anni dopo In Bruges). Il primo è un mite contadino, piuttosto noioso (così lo definisce anche la sorella, con cui vive), un sempliciotto. Il secondo è un poeta e musicista, che sta componendo una nuova ballata, dal titolo The banshees of Inisherin. Il suo sguardo nasconde una profonda malinconia; è quello di un uomo tormentato che sembra continuamente interrogarsi sul senso ultimo delle cose. 

Improvvisamente, dall’oggi al domani, senza alcun preavviso, Colm decide di porre fine alla sua amicizia con Padraic. Non solo, gli dice chiaro e tondo in faccia che non vuole neppure parlargli, mai più. Padraic è sbigottito ed incredulo, e come lui gli altri abitanti dell’isola (non può che essere uno scherzo!). Ma la decisione di Colm è presa e non cambia con il passare dei giorni. Gli dice che non ha più tempo da sprecare in inutili e fatui discorsi, sempre gli stessi da anni. Che lo annoia. Superata l’iniziale sorpresa, Padraic non riesce a darsi pace e a rassegnarsi alla decisione dell’amico. Ostinato, come il suo mulo, cerca di convincerlo a ritornare sui suoi passi. A questa ostinazione, Colm risponde con pari ostinazione, fino a minacciare (e quindi a compiere) gesti estremi e definitivi, apparentemente folli. Inizia, un passo dopo l’altro, una sfida guerresca. Essa ha il tono e il ritmo dolente di una ballata irlandese, che, una strofa dopo l’altra, giunge senza scampo al suo inesorabile e tragico epilogo.

 

 

Martin McDonagh è prima di tutto un autore teatrale. Sicuramente tra le fonti di ispirazione del suo lavoro vi è Samuel Beckett, altro autore di origine irlandese. In questo film, ancora più che nei precedenti In Bruges e Tre manifesti a Ebbing, Missouri, frutto di un raffinato lavoro di scrittura, emerge ancora più forte, con un racconto e con dialoghi attraversati dall’assurdo. Di fronte alla ridacchiante banshee, che accompagna con il suo sguardo lo svolgersi della tragedia, emerge la condizione dell’uomo, impotente nella sua solitudine, di fronte all’imprevedibilità ed assurdità della propria sorte. Guardando il film è facile pensare ai conflitti e alle faide che accompagnano, inesorabilmente, la storia dell’uomo, come gli eventi più recenti, e a noi sempre più vicini, ci mostrano.

Abbiamo visto il film, in anteprima, alla Mostra del cinema di Venezia.

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Gli spiriti dell’Isola (The Banshees of Inisherin), di Martin McDonagh, Irlanda/USA/Gran Bretagna, 114

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Dario Zanuso: Ama, al pari di un’iguana, crogiolarsi per ore al sole, ma come una talpa, si trova a suo agio anche nel buio di una sala cinematografica. Il suo sogno nel cassetto è di proporre alla Direttrice una rubrica di recensioni letterarie dal titolo “I fannulloni della valle fertile” o “La valle fertile dei fannulloni”, è indeciso; da sveglio si guarda bene dal farlo: è pigro quanto un koala australiano. Aldo Zoppo: Collaboratore di Gagarin Magazine dal 2010, ha ideato con il fido Dario la rubrica Telegrammi di Celluloide. Nasce a Napoli nei mesi delle rivolte studentesche del ‘68, si trasferisce a Ravenna a metà degli anni ’90 e diventa cittadino del mondo, pur rimanendo partenopeo nell’anima. Lo si trova abitualmente nei vari festival cinematografici del bel paese, apprezza molto le produzioni dei “Three amigos” del nuovo cinema messicano e la cinematografia italiana, dal Neorealismo alla commedia all’italiana. Attore teatrale per hobby, ha interpretato tanti personaggi della commedia napoletana, da Scarpetta ai fratelli De Filippo.