Il Laboratorio di documentazione e ricerca sociale del Comune di Bellaria Igea Marina. Intervista a Gualtiero Gori

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Gualtiero Gori al lavoro presso il Laboratorio di documentazione e ricerca sociale di Bellaria Igea Marina, Biblioteca Comunale “A. Panzini”, 2023 (Fotografia di Silvia Savorelli)

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La rubrica Guardare nella stessa direzione questo mese propone un focus su Gualtiero Gori, operatore culturale, musicista, ricercatore (e tanto altro!) che a partire dal comune di appartenenza, Bellaria Igea Marina e in Romagna conduce ricerche sociali, storiche e antropologiche sulle diverse comunità di riferimento.

Un’attività che affianca alla continuità temporale (oltre trent’anni di lavoro sul campo) una capacità di approfondimento che trova espressione nel Laboratorio di documentazione e ricerca sociale di Bellaria Igea Marina che Gualtiero ha creato nel 1991 – tutt’ora attivo – nell’ambito dell’assessorato alla cultura del Comune di Bellaria Igea Marina.

Gualtiero è gentile e garbato nei modi, attento alle parole, definisce con cura i termini, descrive i contesti di riferimento, emerge con forza la sua grande passione per il lavoro di ricercatore e di operatore culturale. L’intervista si trasforma in una riflessione sulle esperienze e le fasi che hanno caratterizzato le vicende del Laboratorio. Gualtiero non perde mai di vista il proprio ruolo (una sorte di missione laica, la sua!) e la funzione dell’archivio di essere e di farsi percepire come patrimonio di una comunità, in cui i diversi componenti si riconoscono, si fanno protagonisti della ricerca, trovano risposte alle proprie domande.

Sguardi in camera da qualche mese è stata chiamata ad un lavoro di riordino dell’archivio e abbiamo così avuto modo di conoscere e collaborare con Gualtiero avvalendoci delle sue competenze. L’unicità, la particolarità e l’importanza dei contenuti raccolti nell’archivio ci hanno spinto a intervistare colui che ha reso possibile la creazione di un patrimonio dalle caratteristiche preziose e uniche, indispensabili.

 

Da sx Giuseppe Lorenzini detto Pinèl, cantore popolare, e Gualtiero Gori, alla manifestazione “Marinara”, organizzata dal Laboratorio di documentazione e ricerca sociale, Bellaria (RN), 29 maggio 1994 (Fotografia di Gian Butturini)

 

Innanzitutto come ti definiresti rispetto alla tua poliedrica attività? Operatore culturale, ricercatore, etnomusicologo, antropologo, direttore artistico e organizzatore di eventi, scrittore… altro?  

I miei studi all’Università di Bologna (facoltà scienze politiche – indirizzo politico-sociale), le mie passioni per la storia locale, la cultura popolare e la musica tradizionale, la mia professione di direttore del Laboratorio di documentazione e ricerca sociale e di funzionario ai Beni e alle Attività Culturali, presso il Comune di Bellaria Igea Marina, in quarant’anni mi hanno portato a svolgere molteplici attività, in differenti ruoli, che però non sono mai state del tutto separate fra loro, perché, parafrasando il titolo di questa rubrica, hanno sempre guardato “nella stessa direzione”. Tra l’altro, in molti casi, queste attività sono state svolte contemporaneamente, talvolta intrecciandosi fra loro, in un’ottica interdisciplinare: alla base dell’operatore culturale, del direttore artistico e dell’organizzatore di eventi, c’è sempre stata l’anima del ricercatore, del sociologo, e viceversa.

Domanda complicata da riassumere in poche righe, potresti raccontare l’esperienza del Laboratorio di documentazione e ricerca sociale di Bellaria Igea Marina, motivazioni, attività, sviluppi, ecc.?

Raccontare l’esperienza del Laboratorio in poche righe è davvero difficile. Il 12 marzo 1988, presentai al Comune una “Proposta per l’istituzione di un Laboratorio di ricerca sugli spazi di socialità, i linguaggi e le forme di comunicazione nella vita quotidiana. Per strutturarla avevo cercato di far confluire, e di mettere a sistema, quanto avevo maturato negli studi universitari (in particolare durante il lavoro di tesi di laurea sulla storia sociale del turismo a Bellaria Igea Marina), e nell’esperienza settennale di ricerca e di progettazione artistica e culturale con l’Uva Grisa, gruppo di musica etnica e tradizionale della Romagna. In questo modo la proposta rifletteva la costellazione dei miei interessi e delle mie passioni. Era difficile dare un nome a tutto questo, e decisi questa lunga intitolazione, un po’ concettuale – che in seguito abbandonai per ragioni di praticità, sostituendola con Laboratorio di documentazione e ricerca sociale – per evidenziare gli angoli visuali con i quali avrei affrontato il lavoro sul territorio. L’attività di ricerca si declinava in quattro “itinerari”, ciascuno dei quali proponeva di sondare il macro-tema della memoria collettiva attraverso tematiche, metodologie e strumenti di indagine diversi. L’intento del progetto era di coinvolgere direttamente le persone nelle attività di ricerca e di renderle partecipi delle iniziative culturali ad esse correlate. In questo modo volevo contribuire a far riscoprire agli abitanti di Bellaria Igea Marina i personaggi di un tempo, i luoghi antichi, e soprattutto la loro comune anima popolare: mi proponevo di stimolare nei miei interlocutori investimenti affettivi che li portassero a mettersi in gioco in prima persona, per contribuire in modo attivo a ridefinire  la poliedrica identità della città:  una identità più ricca, consapevole del patrimonio di memorie,  non chiusa e localistica, ma aperta, in grado di includere le diverse appartenenze, e di affrontare i disagi di una società in continua trasformazione. Il Laboratorio fu istituito formalmente nel 1991, e divenne subito operativo col mio primo incarico di direttore. Il periodo “d’oro”, quello nel quale vi lavorai a tempo pieno, va dal 1991 al 1995. Dal 1996 al 2000, seguì una fase di “decrescita” dei programmi di lavoro, a causa del prevalere di altri impegni, legati al mio ruolo di funzionario, all’interno dell’Amministrazione comunale. In seguito l’attività del Laboratorio riguardò quasi esclusivamente operazioni di riordino dei documenti raccolti nel periodo precedente (inventariazione, classificazione e schedatura parziale dei materiali fotografici e audiovisivi, digitalizzazione delle cassette audio e video). Dal 2020 al 2021, a seguito della crisi pandemica e del rallentamento dell’attività istituzionale ordinaria, potei riprendere in mano le sorti del Laboratorio lavorando in modalità di smart working. Con l’acquisto di un apposito software per la creazione di un archivio documentale su web (con funzionalità di data-entry attraverso la “catalogazione partecipata”) e la costituzione di un team di lavoro dedicato, riuscii a creare le condizioni per conseguire uno degli obiettivi fondamentali del Laboratorio rimasto incompiuto: la catalogazione informatica del patrimonio documentale per renderlo fruibile al pubblico on-line. Per questo adattai le funzionalità del software all’esperienza e alle esigenze del Laboratorio e progettai il sito Album di Bellaria Igea Marina, Centro di documentazione multimediale sulla storia e la memoria della Città. Col mio pensionamento (novembre 2021) questa fase si è interrotta temporaneamente. Nel gennaio di quest’anno ho ripreso parzialmente il lavoro, collaborando, quale risposabile culturale del Laboratorio, con l’Associazione “Sguardi in camera”, incaricata dal Comune alla revisione e al completamento dell’inventariazione dell’intero patrimonio archivistico.

 

Gualtiero Gori (al centro) col gruppo musicale l’Uva Grisa durante un intervento di strada alla Borgata che danza, Bellaria Igea Marina, 16 maggio 2009 (Fotografia di Davide Piras)

 

Nel momento in cui hai avviato l’esperienza del Laboratorio di documentazione e ricerca sociale quali erano i modelli e gli ambiti culturali a cui ti sei ispirato?

Purtroppo, nel 1988, non esistevano molte esperienze di questo tipo; a livello regionale l’unica che conoscevo era quella del Centro Etnografico Ferrarese, che solo in parte rispondeva alle mie aspettative. L’idea di un Laboratorio come struttura socioculturale permanente impegnata all’osservazione, allo studio delle trasformazioni delle genti e dell’habitat, corredata da impegni archivistici, di ricerca, sperimentazione e progettazione culturale, era qualcosa di inconsueto. Non essendo inquadrabile in modo specifico in nessuna delle tre canoniche categorie di museo, archivio, biblioteca, non vi si trovava traccia né nella legislazione regionale, né nelle direttive dell’IBC, non rientrava in quel vocabolario. Intorno al 2000, riuscii tuttavia a stabilire un piccolo ma importante rapporto di collaborazione con l’IBC, che finanziò l’avvio della schedatura dei documenti audiovisivi.

Le linee metodologiche del Laboratorio, fin dall’inizio, hanno previsto l’uso congiunto di diverse chiavi di lettura e di interpretazione della realtà; ai metodi delle scienze sociali, a cavallo fra sociologia, antropologia e storia, si affiancavano i generi della comunicazione artistica considerati come modello di osservazione e di espressione della realtà, all’interno di un progetto conoscitivo sul sociale che restava globale. Sul piano scientifico un importante azione di supporto, nel biennio 1992-1993, a lavoro avviato, fu la consulenza del prof. Vittorio Dini, docente di Sociologia dei processi culturali, cognitivi e normativi all’Università di Siena, fondatore e direttore dell’Istituto interregionale di studi e ricerche della civiltà appenninica nei comuni di Sestino e Monterchi (AR). Con il prof. Dini fondai il Centro internazionale di ricerche e documentazione sui vissuti e l’aggregazione sociale nelle culture del mare, che, dal 1993 al 1996, dette vita il Premio europeo “MER”. Per un racconto sulla cultura dell’incontro e del soggiorno nella riviera di Romagna.

Quali sono i rapporti fra il Laboratorio e Bellaria Igea Marina intesa come comunità? In che modo questo contesto ha influenzato l’attività del Laboratorio?  

Il bisogno di “fare comunità”, di ri-scoprirsi nella propria memoria individuale-famigliare-collettiva, di aggiornarla, di arricchirla in positivo, è stato fin dal primo momento, e in divenire, la principale spinta motivazionale per la nascita del Laboratorio e il fine di ogni sua attività.  Sentivo la necessità di ricucire lo strappo intergenerazionale che, per quelli della mia età, si era consumato negli anni della contestazione giovanile, periodo nel quale a prevalere era l’urgenza di recidere i ponti col passato, con la tradizione, respingendoli ideologicamente come luoghi della reazione e della conservazione. L’azione del Laboratorio era concepita come collante sociale. Con un gruppo di lavoro di giovani volontari (gruppo operativo locale)[1], siamo partiti entrando nelle case degli anziani – privilegiando l’ambiente dei pescatori – coinvolgendo le loro reti amicali, i nuclei famigliari, i loro nipoti nei contesti scolastici. I temi di ricerca che abbiamo privilegialo sono stati quelli che più frequentemente emergevano in modo spontaneo durante il rilevamento dei racconti di vita. Fra questi vi sono stati le tecniche di pesca e il lavoro a terra delle pescivendole negli anni fra le due guerre, le tragedie in mare; la nascita e l’evoluzione dell’economia turistica, i caratteri della cultura dell’ospitalità; il dialetto, i saperi popolari, gli eventi rituali, le tradizioni orali, le narrazioni, la musica, i canti e i balli contadini; le vicende della seconda guerra mondiale sui campi di battaglia e in paese durante il passaggio del fronte; le trasformazioni del paesaggio urbano… Assieme a questi temi ci veniva trasmessa la loro concezione del dolore, dell’amore, della sessualità, della religione, del lavoro, della solidarietà, della competizione, delle piccole e grandi cose della vita.

Ricercare, documentare, raccogliere, conservare, valorizzare… Ci ha colpito l’attenzione verso la proposta in chiave creativa e artistica, come si innesca questo altro livello nella metodologia del Laboratorio? 

Il momento creativo si innestava nelle fasi conclusive dei percorsi di ricerca, e riguardava la scelta delle forme di comunicazione-reimmissione dei contenuti emersi che ritenevamo più idonee. La loro rielaborazione doveva saper ricomporre e rendere fruibili elementi di vita vissuta in cui si mettevano in gioco emozioni, sentimenti, occorreva sapersi muovere fra i registri del reale, del simbolico e dell’immaginario. Queste forme di comunicazione dei risultati delle ricerche si affiancavano ai tradizionali canali di tipo scientifico, come pubblicazioni, conferenze, mostre, pubblicazioni, attività didattiche e formative, ecc. In passato abbiamo privilegiato il linguaggio del teatro, allestendo spettacoli la cui drammaturgia era costruita sulla base delle fonti orali e dei documenti biografici che avevamo raccolto; gli spettacoli avevano quali fasi propedeutiche laboratori nei quali venivano coinvolti i giovani, che, in questo modo, entravano in contatto con le fonti delle ricerche. Ne ricordo due curati dal regista Gianluca Reggiani, allestiti in grandi spazi all’aperto, come Giovanni Clelia, memoria naufraga, allestito sul porto canale, in cui si rievocava una tragedia in mare avvenuta nel secondo dopoguerra, e “Veglia per la Liberazione”, allestito nella ex colonia Roma, in cui si rivivevano i giorni drammatici del passaggio del Fronte. Poi vi sono state mostre documentarie curate dall’artista Claudio Ballestracci e dal gruppo di volontari del Laboratorio. In altri casi, viceversa, il documento artistico era il presupposto di un lavoro scientifico, come nel caso dei racconti brevi che partecipavano al Premio europeo “Mer”, Per un racconto sulla cultura dell’incontro e del soggiorno nella Riviera di Romagna. Qui la giuria/comitato scientifico, costituita prevalentemente da docenti universitari di varie discipline umanistiche, era impegnata a selezionare i racconti più significativi, non dal punto di vista prettamente letterario, ma per la loro valenza socio-antropologica quali dati-documenti. Dalla narrazione delle esperienze concrete degli autori (storia di vita, autobiografia, ricordo) o del loro immaginario legato all’incontro con il mare e con la gente in terra di Romagna, si estrapolavano i segni dei processi storici di una civiltà balneare in trasformazione[2].

 

Gualtiero Gori al lavoro presso il Laboratorio di documentazione e ricerca sociale di Bellaria Igea Marina, Biblioteca Comunale “A. Panzini”, 2023 (Fotografia di Silvia Savorelli)

 

Parlaci in modo più specifico del recente progetto di catalogazione informatica e della costruzione del sito “Album di Bellaria Igea Marina, Centro di documentazione multimediale sulla storia e la memoria della Città”.

La personalizzazione del software e il disegno del sito sono frutto di un intenso lavoro che ho svolto dal marzo 2020 al novembre 2021, col ruolo di responsabile scientifico e gestore di sistema del software. Ho avuto la fortuna di potermi avvalere della collaborazione di una squadra tecnica compatta, competente e appassionata, composta da Nicola Leoni (gestore della catalogazione), Caterina Moroni (catalogatrice), Jennifer Zanga (catalogatrice), Gianna Colombari (grafica e social media manager), Ambra Mandarancio (catalogatrice e artista visuale). La costruzione dell’archivio è avvenuta sulla base delle finalità, degli obiettivi e delle metodologie d’indagine messe in campo negli anni precedenti dal Laboratorio. Grazie al software è stato possibile realizzare una delle prerogative originarie del Laboratorio, che riguardava la creazione di una scheda catalografica polivalente in grado di connettere tra loro, in modo trasversale, ogni singolo documento: fotografico, cartaceo, audio o video. Il sito comprende quattro canali di accesso al patrimonio: percorsi tematici – progetti – fondi – storie. Ogni canale a sua volta si articola in varie sezioni, che si sono accresciute col prosieguo del lavoro di riordino, inventariazione e catalogazione.  I Percorsi concernono le principali macro aree tematiche di ricerca della documentazione. I Progetti riguardano i singoli percorsi di ricerca, che hanno dato luogo alla raccolta di fonti documentali e alle varie forme di restituzione culturale alla città. I Fondi riguardano l’origine delle raccolte documentali. Le Storie focalizzano casi particolari, profili di singoli personaggi, temi o avvenimenti specifici, e sono frutto dell’elaborazione di documenti provenienti dai diversi settori (Percorsi, Progetti, Fondi, Storie), e dalle loro sezioni e voci.

Che ruolo gioca l’attuale sistema della comunicazione con tutte le trasformazioni dovute alla rete, ai social, alla multimedialità?

La rete, i social network, svolgono un ruolo cruciale per esprimere al massimo le potenzialità dei fondi archivistici del Laboratorio, da un lato facilitano l’accesso e la conoscenza della documentazione che vi è contenuta, dall’altro stimolano la partecipazione dei cittadini alla loro crescita e rappresentatività. Con queste tecnologie ciascuno può collaborare attivamente all’incremento dei fondi mettendo a disposizione documenti (foto, audiovisivi, scritti biografici, ecc.), provenienti dalle proprie collezioni, corredati da dati informativi, ed altresì può fornire informazioni aggiuntive utili ad aggiornare i dati catalografici di quanto già pubblicato on-line. Per stimolare questo tipo di partecipazione nella nostra esperienza è stata ed è importante la figura del social media manager. Il suo lavoro ha accompagnato fin dall’inizio la costruzione e la messa in rete del sito, mediante un sistema di comunicazione che ha veicolato in modo creativo e continuativo informazioni su quanto stava accadendo durante la catalogazione informatica dei documenti, aumentando via via il numero degli accessi al sito e quello dei followers e delle condivisioni.

1991 – 2022, Laboratorio di documentazione e ricerca sociale, quali sviluppi, sfide, prospettive?

Questa domanda ci riporta all’attualità. La fase odierna segna un nuovo inizio. A breve termine, sul piano tecnico, il primo obiettivo è di portare a compimento l’inventariazione di tutto il patrimonio documentale (foto, film, audio, documenti scritti) contenuto nell’archivio, accompagnata da un piano editoriale che ne ravvivi i contenuti. Successivamente andranno riprese le operazioni di catalogazione informatica per rendere fruibile la documentazione, in modo critico, in una logica di sistema sul sito Album di Bellaria Igea Marina. Occorrerà procedere anche a nuove acquisizioni e a nuove ricerche mirate. La sfida è di raccogliere con consapevolezza il meglio di questa eredità trentennale, per farla evolvere in modo aperto, forte delle professionalità del suo nuovo team di lavoro. La prospettiva è di riattivare quel processo di radicamento nella comunità locale che ha caratterizzato la storia del Laboratorio. Il nostro impegno è di stimolare i cittadini di Bellaria Igea Marina, sempre più compositi, a rovistare con curiosità nei meandri del suo Archivio, progressivamente accessibile grazie al sito Album di Bellaria Igea Marina.  Far scoprire loro il piacere di trovare tracce della propria casa, della propria famiglia, e la voglia di contribuire, con la propria voce, a una narrazione collettiva e plurale della propria città.

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Gualtiero Gori (Igea Marina, 1954) è co-fondatore e direttore artistico dell’Uva Grisa, gruppo di musica etnica e tradizionale della Romagna. Si occupa di temi legati al recupero della memoria sociale e alla valorizzazione delle tradizioni locali, privilegiando l’uso di fonti orali e biografiche.

Dal 1991 dirige il Laboratorio di documentazione e ricerca sociale del Comune di Bellaria Igea Marina, nel cui ambito, nel 1993, ha ideato La Borgata che danza, festival di strada di musiche della tradizione orale, di cui è tutt’ora direttore artistico.

Oggi in pensione, presso lo stesso Ente è stato responsabile del Servizio Beni e Attività Culturali, Politiche Giovanili, Sport. Ha svolto ricerche e progetti culturali su varie tematiche legate al contesto romagnolo, inerenti la musica, il canto e la danza tradizionale; l’alimentazione popolare; la cultura del mare (turistica e piscatoria).

È autore e curatore di CD musicali e di numerosi libri fra cui i più recenti Riveriti lor signori. Pasquelle e altri canti e balli tradizionali raccolti in Romagna, Imola, La Mandragora, 2017 e Abbasso l’acqua evviva il vino. Canti satirici e di osteria e balli tradizionali in Romagna, Cesena, Il Ponte Vecchio, 2020

 


[1]
Ne facevano parte: Pierpaolo Ancillotti, studente laureando presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Bologna; Mario Arlotti, ricercatore delle tradizioni popolari e componente del gruppo l’Uva Grisa; Daniela Dellapasqua, studentessa laureanda presso la facoltà di Pedagogia dell’Università di Bologna; Fabienne Masucci, laureata in Lingua e civilizzazione straniera e in Sociolinguistica con Dottorato di ricerca conseguito presso l’Università di Sorbonne Nouvelle, Paris III; Isabella Quadrelli, studentessa in Sociologia presso la facoltà di Magistero dell’Università di Urbino; Monica Teodorani, studentessa laureanda in Sociologia presso la facoltà di Magistero dell’Università di Urbino; Stefania Vasini, studentessa presso il Conservatorio Musicale “Maderna” di Cesena

[2] I racconti vincitori delle prime tre edizioni del Premio sono stati pubblicati in  tre volumi antologici, dei quali il primo riporta due tipologie di analisi: l’analisi a) Frequenza delle condizioni e degli eventi socio-culturali materiali; b) Segni della memoria dei vissuti singoli e collettivi. Cfr. Gilda Casadei, Vittorio Dini, Gualtiero Gori, Fabienne Masucci (a cura di), “Mer” Dire il mare, dire le genti. Antologia dei racconti vincitori – 1993, Imola, La Mandragora, 1994. Gilda  Casadei, Vittorio Dini, Gualtiero Gori, Fabienne Masucci (a cura di), “Mer” Dire il mare, dire le genti. Antologia dei racconti vincitori – 1994, Rimini, Panozzo, 1995. Vittorio Dini, Gualtiero Gori, Fabienne Masucci (a cura di), “Mer”. Mare d’inverno e altri racconti, Rimini, Panozzo, 1996.

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Siamo un’associazione, un gruppo di ricercatori appassionati di immagini private. Ci occupiamo di recuperare, ricercare, studiare e valorizzare archivi privati visivi: dalle fotografie ai film amatoriali e di famiglia, pellicole nei formati 8mm, Super8, 16mm, 9,5mm. Soffriamo di nostalgia analogica e vintage? Non proprio, ma siamo mossi da una profonda convinzione, che è nata dalle nostre professioni, lavorando in archivi fotografici e audiovisivi. Sappiamo che il recupero di queste immagini inedite è fondamentale, sono fonti storiche che altrimenti andrebbero disperse. Collaboriamo stabilmente con l’Archivio nazionale del film di famiglia di Bologna, il primo in Italia che conserva i supporti originali, li restaura e trasferisce in digitale. Noi siamo questo. https://ravennasguardiincamera.wordpress.com In questo caso abbiamo anche due nomi: Giuseppe Pazzaglia e Silvia Savorelli.