Un sabato a Firenze, tra donne valorose

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“Sono consapevole dei pericoli che sto correndo. Se i talebani dovessero fare irruzione ora, probabilmente mi arresterebbero. Però occorre farlo, perché la cultura e la conoscenza sono la luce per orientarsi nelle tenebre dell’Afghanistan di oggi”: lo racconta una giovane ex studentessa universitaria in un folgorante articolo di Daniele Bellocchio (pubblicato su L’Espresso della scorsa settimana) dedicato alle scuole clandestine che un manipolo di persone coraggiose e visionarie ha aperto a Kabul dopo che il regime ha vietato l’istruzione superiore e universitaria alle donne.

Lo leggo in treno in viaggio per Firenze. E penso a quante “donne valorose” -per dirla con un’espressione della mia amica Barbara Bezzi– accompagnano, finanche illuminano, il cammino di noi miopi occidentali privilegiati.

Chiudo la rivista. Uno sguardo fuori dal finestrino e uno ai social.

Mille post di teatranti, come sempre alternando autocompiacimento e lamentazione.

Penso a quanto sarebbe urgente rifondare in senso morale, come si diceva con Walter Porcedda pochi giorni fa, la società dello spettacolo, abbruttita da club e conventicole, intellettualismi ed esclusioni identitarie.

Occorrerebbe una grande rivoluzione umana, come la chiamano i buddisti.

Rimuginando tra me e me, arrivo a Firenze.

 

Casa di bambole – ph Paolo Lauri

 

Son qui in primis per i Chille de la balanza, artisti della scena che da cinquant’anni hanno fatto dell’accessibilità la propria cifra etica ed estetica, dell’accoglienza e della valorizzazione dell’altro da sé una modalità creativa e operativa che certo non può essere riassunta in queste poche righe.

Nelle quali –e non è la prima volta– parlo del fare e del vedere di Claudio Ascoli e Sissi Abbondanza, anime e motori dei Chille, in prima persona e da angolazione fin troppo personale.

Verrà presto un’altra occasione editoriale, ben più compiuta e analitica, per celebrare il mezzo secolo di questo ensemble vivissimo e scalciante.

Ma intanto.

In queste settimane stanno realizzando nell’ex città-manicomio di Firenze, San Salvi, il progetto Il teatro dei Chille: ogni fine settimana un diverso spettacolo, ad attraversare generazioni e autorialità diverse.

Quello di oggi è Casa di bambole, di e con Sissi Abbondanza.

 

Casa di bambole – ph Paolo Lauri

 

La dedica (e il nutrimento) non è Ibsen, come si potrebbe frettolosamente supporre dal titolo, ma Ingeborg Bachmann, poetessa e scrittrice austriaca morta a Roma il 17 ottobre 1973, a pochi giorni di distanza da quando i Chille, ufficialmente, nascevano.

Pochi mesi prima di morire aveva annotato “Saremo molto più liberi. E cadrà tutto ciò che ora ci fa a pezzi. Non saremo più malati […] liberi gli uni con gli altri […] riscopriremo la gentilezza e riscopriremo l’amore, e questa sarà la nostra libertà”.

Sembra partire da questa utopica invocazione la scrittura scenica di Sissi Abbondanza, che abita un angusto spazio che evoca un poi: una festa ormai passata (vi sono sedie, bicchieri e tovaglioli sparsi ovunque), una vita in gran parte trascorsa.

Ma non vi è nostalgia, in questa figura minuta e possente: non vi è, letteralmente, “dolore del ritorno”, piuttosto la vigorosa invocazione a “rifondare il mondo ex novo” con la donmilaniana consapevolezza che “non c’è nuovo mondo senza una nuova lingua”.

Come ogni artigiano teatrale ben sa, la tensione in scena si costruisce contrapponendo opposti: in questo caso la costrizione fisica e la pulsione alla libertà danno luogo a una proteiforme partitura abitata da molte figure, diversi registri, profondo sentire, scarti, guizzi improvvisi, e una sottile napoletana ironia che alleggerisce e al contempo offre ulteriore spessore al dramma in atto davanti ai nostri occhi.

Dramma, come sempre nei mondi dell’arte quando è tale, innanzi tutto del e nel linguaggio.

 

Casa di bambole – ph Paolo Lauri

 

Prima dello spettacolo, a pomeriggio, ho visitato a Palazzo Strozzi la collettiva Reaching for the Stars. Da Maurizio Cattelan a Lynette Yiadom-Boakye.

Inaugurata da pochi giorni, prosegue fino al 18 giugno.

Lo dico subito: consigliatissima, per la ricchezza e la varietà delle opere poste (oltre settanta) ad attraversare mondi.

L’occasione: i trent’anni della torinese Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, una delle più prestigiose raccolte d’arte contemporanea a livello internazionale.

Tra gli artisti in mostra l’arcinoto Maurizio Cattelan (una cui opera -che lo ritrae- è utilizzata come immagine-simbolo dell’esposizione) e Cindy Sherman, Damien Hirst e William Kentridge, Sarah Lucas e Thomas Struth, Shirin Neshat e Wolfgang Tillmans. E moltə altrə.

Buona parte del gotha dell’arte visiva contemporanea internazionale, sia detto per i non addetti ai lavori, è nella collezione torinese qui offerta allo sguardo (e ai molti divertiti selfie del pubblico).

Fiumi di parole si potrebbero e forse dovrebbero spendere sulle linee curatoriali e sulle luminose traiettorie che queste opere tracciano. Sui vuoti che circoscrivono. Sulle pulsioni che trasfigurano.

Ma ora, qui, desidero sintetizzare il felice spiazzamento che l’arte dovrebbe sempre provocare nominando un’unica opera, che mi ha lasciato del tutto commosso, e ammutolito, e grato: La femme sans tête di Berlinde De Bruyckere, scultura di cera del 2004.

 

Berlinde De Bruyckere, La femme sans tête, 2004

 

Delle dolenti “figure sfigurate” dell’artista belga avevo già in passato più volte ammirato immagini, ma la fruizione diretta fornisce la percezione precisa, finanche fisica, di quanto un’opera sia quanto più possibile da incontrare in presenza per riceverne pienamente il segno.

Per percepire l’opera dell’arte.

Aura, la chiamava Walter Benjamin.

Un’analoga esperienza di intensa difformità, parlando di arte visiva contemporanea, mi era forse capitata solo a Napoli, qualche anno fa, la prima volta che attraversai di persona i relitti dell’Azionista viennese Hermann Nitsch nel folgorante Museo che la Fondazione Morra gli ha dedicato.

Anche in quel caso, come in questo, commozione e silenzio.

È un’anatomia incerta tra l’informe e qualcosa di anche troppo familiare, ciò che l’esposizione in vetrina rende al contempo materiale anatomico da vivisezione e oggetto di desiderio. Uso questo termine nell’accezione etimologicamente astrale che lo riconnette al titolo-tema della mostra: non perché non vi sia corpo, in quest’opera -tutt’altro- ma perché la “nuova lingua” (per dirla con i citati Bachmann-Abbondanza-don Milani) di De Bruyckere crea, semioticamente e letteralmente, “nuovo mondo”.

Di cui tuttə -da Kabul a Firenze, da Torino a Forlì- sentiamo un grande bisogno.

Per ritrovare, forse, la nostra sfigurata umanità.

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