Ink: le folgorazioni di Dimitris Papaioannou alla Triennale Milano Teatro

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ph Stelios Theodorou Gklinavos

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Il mito solo entra nei corpi di quelli che lega e domanda loro la stessa attesa. È la precipitazione di ogni danza e porta l’esistenza «al suo punto di ebollizione» comunicandole l’emozione tragica che rende la sua intimità sacra accessibile.

Georges Bataille, Il labirinto

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Trasuda visioni Dimitris Papaioannou, in questo sua ultima opera che, fresca di debutto ad Atene, ha inaugurato a febbraio la sesta edizione di FOG, il festival della Triennale Milano Teatro dedicato alle arti performative (attualmente ancora in corso fino all’undici maggio).

Difficile parlare di spettacolo teatrale o di danza perché le categorie semantiche crollano al cospetto della gesamtkunstwerk dell’artista greco. La sensazione è quella di immergersi nelle acque primordiali dello spirito umano, tra estenuanti fughe, lotte, ricerche, solitudini, delizie e orrori, tenebre che tutto avvolgono, nell’impossibilità dello squarcio risolutore e di un’apertura definitiva.

Un lavoro fatto di binomi contrastanti: bianco e nero, coperto e nudo, padrone e servo, padre e figlio, torturatore e seviziato, giovane e maturo, dolcezza e crudeltà. Un dualismo gnostico che rende questo lavoro di una bellezza conturbante, carnale e tremenda, capace di rivolgersi immediatamente sia all’occhio estetico sia alla mente estatica.

 

ph Julian Mommert

 

Sul palco inondato da getti e spruzzi ininterrotti di acqua, due figure si alternano in un gioco estenuante, dall’erotismo a fior di pelle, come quello evocato dal polpo fatto di stracci inzuppati d’acqua, sbattuto con violenza o delicatamente adagiato sulle parti intime. Dimitris Papaioannou incarna «il guardiano di un universo oscuro e sommerso, impegnato nel tentativo inane di cercare di mantenere l’ordine». Il danzatore tedesco Šuka Horn è il visitatore inaspettato che spunta dalle viscere della terra per attentare alla solitudine del demiurgo e intrecciare con lui una danza-lotta che non conosce né vincitori né vinti. Ha inizio un corpo a corpo con l’intruso desiderato e allo stesso tempo respinto, impacchettato, manipolato. Si scivola nei desideri umani più inconfessabili, nelle zone più umide e remote della psiche: stazioni pericolose, dove sta in agguato il delirio, dove niente può essere razionalmente spiegato e incanalato in una direzione chiara, dove non ci sono né barriere né certezze.  Il padrone diventa servo, colui che infligge supplizi, il suppliziato. Non c’è posto qui per la morale servile, le intuizioni fulminanti scaturite da corpi poetici, le scene dalla bellezza essenziale e sublime, costruite con pochi materiali e oggetti (teli di nylon neri, corde, una pompa d’acqua, tubi d’irrigazione, un giradischi) invocano archetipi e miti.

Tutto si gioca sul labile confine tra vicinanza e separazione, presenza e assenza, in una perenne, irrisolta tensione nell’agognata ricerca della fusione con l’altro, impossibile da raggiungere. Gli esseri sono destinati a rimanere separati, senza smettere mai di cercarsi e di desiderarsi.

Folgoranti, abbiamo detto, le immagini di Papaioannou: siede all’estremità del palcoscenico e il pubblico vede il getto d’acqua prorompergli direttamente dalla testa. Come Atena che nasce dal capo di Zeus, la testa di Papaioannou partorisce forme e simboli che si fissano nel profondo di chi, guardando, riesce anche a vedere.

 

ph Julian Mommert

 

I movimenti dei corpi esposti alla ferocia dello sguardo parlano una lingua fatta di convulsioni, arretramenti, attorcigliamenti, continui e repentini cambi di registro e di ritmi, alternando lentezza e violenza nella danza speculare dei ruoli. Chi lega e percuote viene legato e percosso a sua volta. Le due figure maschili potrebbero anche essere padre e figlio. Incancellabile la struggente e perturbante scena del padre che dolcemente stringe al petto il fantoccio del bambino in fasce, quasi volesse allattarlo. Il viso trasfigurato dall’angoscia comunica un desiderio di paternità che l’attimo dopo si trasforma in banchetto cannibale con le carni dello stesso infante: l’eterno ritorno di Crono che divora i suoi figli. Poi è il figlio ma potrebbe essere l’amante, a mangiare il padre, staccandone brandelli di pelle da dietro l’orecchio mentre lui è disteso placidamente a terra, ormai inerme e privo dei suoi strumenti di coercizione: il bastone da domatore, la cinghia sfilata dai pantaloni per assestare colpi e infliggere punizioni.

Il lavoro del coreografo greco è esteticamente impeccabile: una perfezione che si addice a una fredda contemplazione, scevra di partecipazione emotiva.

Lunghissimi gli inchini dei due performer alla fine, ricambiati da scroscianti applausi.

 

Dimitris Papaioannou INK creazione (ideazione, regia, scene, costumi, luci): Dimitris Papaioannou / uomo vestito: Dimitris Papaioannou / uomo nudo: Šuka Horn / musica: Kornilios Selamsis / sound design: David Blouin / disegno luci: Lucien Laborderie, Stephanos Droussiotis / produttore creativo ed esecutivo, assistente alla regia: Tina Papanikolaou / regista associato: Haris Fragoulis / formazione fisica degli interpreti: Šuka Horn / foto, video: Julian Mommert / musica registrata da: Teodor Currentzis, orchestra MusicAeterna / nome dell’opera dato da: Aggelos Mendis / polpi creati da: Nectarios Dionysatos / designer visivo associato: Evangelos Xenodochidis / relazioni internazionali, responsabile della comunicazione, programmatore del tour: Julian Mommert / direttore tecnico: Manolis Vitsaxakis / direttore di palco, tecnico del suono: David Blouin / oggetti di scena, direttore di scena: Tzela Christopoulou / programmatore luci: Lucien Laborderie / tecnico di scena, rigger: Aggelos Katsolias / produzione esecutiva: 2WORKS (in collaborazione con: PRODUZIONI POLIPLANARI) / produzione esecutiva associata: Vicky Strataki / assistente alla produzione esecutiva: Kali Kavvatha / prima versione di INK commissionata e coprodotta da: Torinodanza Festival – Teatro Stabile di Torino – Teatro nazionale, Fondazione I Teatri – Festival Aperto – Reggio Emilia (2020) / versione finale di INK e tournée internazionale coprodotta da: Biennale de la danse de Lyon 2023, Sadler’s Wells London, MEGARON – THE ATHENS CONCERT HALL (con il sostegno di: Ministero greco della Cultura e dello Sport) / Dimitris Papaioannou è artista in residenza presso MEGARON – THE ATHENS CONCERT HALL

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