Di un umido approdo nella campagna gallese

0
74

.

È un lunedì mattina di aprile, piove, fa freddo e io sono in una camera in affitto nel centro di Hay-on-Wye: pavimenti di legno scricchiolanti e vecchi rubinetti separati.

Il riscaldamento è spento, davanti alla finestra c’è la Torre dell’orologio che segna le nove ed è ancora troppo presto.

È presto perché le librerie aprono verso le dieci.

La signora della casa ha discretamente appoggiato sul davanzale interno della veranda una tazza di latte con delle prugne secche, posate su un piattino. Io il latte non lo bevo ma apprezzo la sua premura.

Ebbene, forse conoscete Hay per la sua fama di “paese del libro”. Y Gelli Gandryll è il suo nome in gallese ed è un vero “principato dei libri usati” da ormai mezzo secolo: all’incirca 40 librerie per 1.400 abitanti.

Il mio è un ritorno, dopo molti anni.

Hay è un piccolo centro di case antiche e sbilenche sul confine naturale del fiume Wye che separa L’Inghilterra dal Galles. La sua fama attuale nasce da un gesto apparentemente eccentrico.

Un uomo, un libraio di nome Richard Booth ebbe l’ardire il 1 aprile del 1977 di collocare il suo trono tra le rovine del suo castello, indossare una corona di carta, una mantella di ermellino e di autoproclamarsi Re di Hay, rendendo di fatto la cittadina un regno indipendente del libro di seconda mano: a new nation was born!

Operazione commerciale?

Certamente sì ma realizzata con stile e autoironia.

Potete leggere la sua avventura nel libro di Paul Collins, Al paese dei libri, Adelphi.

 

 

E dunque quella mattina aspettavo solo di ritirarmi tra gli scaffali di una o delle molte librerie del paese ma non senza prima indulgere in una colazione inglese a base di corroborante tè nero, uova e toast.

Consumare la colazione a una tarda ora la mattina fa sentire liberi, soprattutto a un tavolone affollato mentre osservi i comportamenti umani: un viandante dalle scarpe infangate che vizia il suo Jack Russel; una coppia di studenti che srotola file di appunti sul tavolo; una signora con la sua scatola di acquerelli e un foglio bianco.

Non c’è rete ma un cartello riporta la password della wi-fi cosiness.

È uno di quei termini con una sfera di significato ampia: una sensazione, intraducibile più che altro, di intimità e calore, del sentirsi accolti con elegante informalità.

Mi metto in testa di andare per librerie alla ricerca di un titolo particolare e decido per La passeggiata di Robert Walser, che ricordavo di aver letto anni prima.

 

 

Avevo visto una riproduzione di un passaggio di questo libro giusto il giorno prima, appeso in un’esposizione tipografica al castello di Hay.

Accetto questa piccola visione come parte di una catena di suggerimenti che è il viaggio a darmi.

Forte di questo piccolo scopo mi alzo per pagare il conto e scopro che qualcuno nel frattempo ha osservato me: l’acquerellista seduta alle mie spalle ha abbozzato la trama a scacchi della mia giacca, il mio caschetto, le spalle ricurve e l’ombra di un orecchino tintinnante.

Esco di buon umore, quasi dimenticandomi del tempo ostile che mi obbliga ad entrare in un charity shop per acquistare un paio di guanti a mezze dita, di lana. La signora del negozio, scusandosi per il clima così inospitale, scende in magazzino a cercarli, tra le rimanenze della passata stagione.

Trovare un libro specifico a Hay è un’impresa disperata (semmai sono i libri a trovare te) ma l’opportunità di distrarre i librai impegnati in qualche oscura e silente attività mi ammalia troppo.

 

 

Percorro le stradine in un saliscendi continuo che mi rende impossibile orientarmi e forse anche Walser mi è già accanto. Me lo vedo un pò in disparte con la sua inconfondibile figura del viandante solitario che si guarda attorno.

Ricordo confusamente nel racconto La passeggiata una sua intrusione all’interno di una libreria in cui garbatamente chiede di vedere l’opera dello scrittore prediletto dal mondo della cultura in quel momento e poi senza colpo ferire lo lascia in mano al libraio che gli grida dietro insolenze. Che scena fantastica!

Di quella mattina per librerie ricordo soprattutto suoni e odori: entro ed esco da quelle porte sbatacchiando campanelli, incapace di trovare un portaombrelli ripongo il mio con azzardo in angoli dove il rischio è di bagnare pile di libri.

Solo un libraio mi rivolge un invito elegante a cercare una “convenient position” sul pavimento di legno.

Vi dicevo appunto dei suoni: ci si intrufola silenziosi e sotto le suole i vecchi pavimenti delle librerie si alzano cigolando e si abbassano come onde e gli scaffali, sovente stipati fino al soffitto, si lamentano quando si sposta qualche remoto volume.

In ognuna mi trattengo un tempo diverso a seconda se il libraio decide di ignorarmi bellamente o se invece, come nella libreria specializzata in poesia, mi osserva sottecchi.

 

 

Di libreria in libreria succede che invece di Walser trovo altri titoli che immagino di voler portar con me a casa: le lettere di Dorothy Wordsworth al fratello poeta; un libricino oblungo e illustrato dal titolo The cuckoo and the clock in cui la vicenda si svolge in modo talmente surreale che mi rammarico profondamente di non aver poi acquistato; un libro per fanciulle tutto florilegi e illustrazioni della vittoriana Kate Greenaway (la libraia che sbuca dal retro con una tazza di tè fumante, sollecitata da una mia domanda sull’epoca del testo mi sussurra compiaciuta “it could be”). 

E poi c’è la libreria di Booth, quella che lui ragazzo, esuberante laureato di Oxford, comprò e che era all’epoca nientemeno che una caserma dei pompieri.

Prima di recarmici decido di restituire le chiavi di casa alla padrona, è il mio ultimo giorno lì. In casa nessuno. Riprendo lo zaino lasciato accanto agli stivali di gomma in veranda e con l’aria di chi paventa e al tempo stesso gode del momento in cui si lasciano alle spalle le comodità, mi dirigo in Lion Street.

Tre piani lussureggianti di legno scuro, libri nuovi che convivono sul medesimo scaffale con quelli usati, gomitoli di lana, ferri da calza, aghi e spilli e cartoline.

Salgo al terzo piano e scelgo un libro tra gli scaffali, lo appoggio sul tavolino, e mi accomodo su una poltrona di pelle molto ampia, capace, che guarda un bow-window che guarda i tetti sbilenchi.

Una poltrona in una libreria: ti fa sentire al riparo, fa apparire il tuo ozio come legittimo, un ozio da intenditori. Non leggo, non compro nulla. Socchiudo gli occhi.

.

Per metà ferrarese e per metà romagnola, lavoro da sempre come bibliotecaria. Mi definisce l'amore maniacale per l'Inghilterra e la sua storia, che periodicamente mi conduce a svolgere ricerche sul campo. Miei oggetti d'indagine privilegiati sono le piccole cose, i personaggi minori e sfuocati, i luoghi reali che diventano immaginari. Tendo a posizionarmi sugli eventi della vita alla stregua di una cucitura stramba.