L’Europa vista dai Balcani: a Ravenna la sesta edizione di Polis Teatro Festival

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Davide Sacco e Agata Tomsic - ErosAntEros - foto di Dario Bonazza

Conflittuale, eterogeneo e a tratti ambiguo, il territorio dei Balcani diventa una lente d’ingrandimento sull’Europa contemporanea nella sesta edizione di Polis Teatro Festival, che fino al 7 maggio animerà la città di Ravenna con spettacoli di artisti e compagnie italiane e internazionali, diffusi tra il Teatro Rasi, Artificerie Almagià, MAR – Museo d’Arte della città, Teatro Socjale e Teatro Alighieri. Ad arricchire il programma, anche numerose iniziative – dal dialogo con gli artisti a incontri di approfondimento con esperti, critici e studiosi sulla storia e sul teatro contemporaneo dei Balcani – e un epilogo straordinario in collaborazione con Ravenna Festival il 10 e 11 giugno 2023.

La direzione artistica è a cura di Agata Tomšič e Davide Sacco della compagnia ErosAntEros, che qui illustrano l’ideazione del festival, si addentrano nella programmazione e raccontano la loro idea di teatro.

L’immagine del festival è iconica e significante. Cosa ci dice della sesta edizione di Polis Teatro Festival?

Agata: Si tratta di un disegno del fumettista Gianluca Costantini, che dal 2018 trova o crea da zero un’opera da donare al festival. Quest’anno Polis è dedicato ai Balcani, un territorio eterogeneo e complesso: ci siamo dunque confrontati a lungo con Gianluca per riuscire a trovare un’immagine che non fosse divisiva per quest’area geografica. A un certo punto è arrivata questa bambina con in mano una stella, che in passato e in altri luoghi ha avuto altri colori, ma che noi abbiamo voluto tingere di giallo, come le stelle della bandiera europea. In questo senso, ci siamo rifatti al concetto di “immagine dialettica” di Walter Benjamin, secondo cui una figura o un’illustrazione tratta dal passato, se inserita in un nuovo contesto, può assumere nuovi significati. Il desiderio è stato di proporre un’immagine iconica e positiva, per invitare a riflettere attorno alla nostra idea di Europa con la stessa fiducia, gioia e sogno di un futuro migliore di una bambina. Il disegno richiama inoltre l’idea di Ravenna come città ponte, dal momento che la stella è un simbolo che accomuna Oriente e Occidente.

L’edizione di quest’anno ha come focus i Balcani. Perché e come siete arrivati a voler approfondire quest’area geografica?

Davide: Polis Teatro Festival esiste dal 2018 ed è nato come un piccolo progetto per il territorio. Negli anni è cresciuto fino a diventare, nel 2022, un festival internazionale, che ogni anno vorremmo dedicare a una diversa area geografica. Lo scorso anno il focus è stato sulla drammaturgia francofona, questo sui Balcani per diversi motivi, tra i quali i nostri recenti rapporti e viaggi. Siamo stati invitati al Kossovo Theatre Showcase, dove abbiamo avuto modo di vedere molti spettacoli, alcuni dei quali abbiamo programmato qui a Polis; siamo stati ad un altro showcase, quello dello Slovensko Mladinsko Gledališčedi Lubiana, con cui stiamo creando un rapporto importante (abbiamo due spettacoli in produzione e coproduzione con loro prossimamente). I focus sono pensati strutturando il calendario non soltanto con lavori di artisti e compagnie provenienti dall’area geografica protagonista dell’edizione, ma anche con progetti italiani o europei che ragionano su alcune questioni relative a quel dato territorio. Quest’anno a Polis ci sono compagnie dal Kossovo, dalla Bosnia, dalla Slovenia, dall’Albania, ma anche, per esempio, il collettivo francese ZONE – poéme o la regista italiana Luisa Guarro.

I Balcani, scrivete nei vostri materiali, sono anche una lente di ingrandimento per riflettere sul presente e sull’Europa. In che termini?

Agata: I Balcani sono interessanti da esaminare per la loro storia recente. Qui si è svolta la penultima guerra fratricida europea, dove popoli vicini e etnie si sono scontrati in maniera cruda e solo apparentemente imprevista. È un territorio in cui il conflitto non è ancora del tutto risolto: si vedano le ripercussioni a seguito del più recente conflitto ucraino. I Balcani sono inoltre un tassello fondamentale delle rotte migratorie per entrare in Europa, un tema che si ritrova in alcuni spettacoli in programma a Polis, da Libia, la nostra ultima produzione, a Il gioco dell’artista sloveno Žiga Divjak. Il focus Balcani vuole essere dunque un’occasione per riflettere sull’Europa e sulle nostre responsabilità in quanto cittadini; un tentativo di guardarci allo specchio attraverso un teatro che propone diverse prospettive, montando svariati frammenti di realtà per mostrarcene la complessità.

Un altro motivo che ci ha mossi nella direzione di scegliere i Balcani è perché da anni siamo molto incuriositi dal teatro di questo territorio, per la sua forte spinta politica e spesso provocatoria, ancora poco conosciuto in Italia, eccetto che per qualche sporadica ospitalità in contesti preziosi come MIttelfest, Fabbrica Europa e La Biennale di Venezia.

A questo proposito, quali sono le estetiche che il pubblico incontrerà e quali le più originali rispetto al contesto italiano?

Davide: Lo spettacolo forse più rappresentativo è Dannato sia il traditore della patria sua! di Oliver Frljić, un lavoro che – sebbene sia di 13 anni fa – mette al centro una questione ancora calda, quella della disgregazione dell’ex Jugoslavia, e tratta dei pregiudizi tra popoli: sul palco gli attori offendono tutte le etnie possibili con ironia e al contempo una violenza estrema, nell’obiettivo di scuotere le coscienze e invitare a un ragionamento collettivo.

In una direzione diversa va Vergine giurata del drammaturgo kossovaro Jeton Neziraj, che pone lo spazio scenico tra due tribune posizionate una di fronte all’altra. Il lavoro mette in discussione la tradizione albanese della Vergine giurata, secondo la quale le donne, per poter ereditare le proprietà, sono costrette a entrare nella comunità maschile attraverso un giuramento: quello di vivere come “vergine giurato”, ovvero come uomo ma senza avere alcun rapporto con le donne.

Un altro lavoro interessante è il già citato Il gioco del trentunenne Žiga Divjak, che attraverso la forma del teatro-documentario mette in luce la questione del respingimento, illegale, dei migranti al confine italiano.

Originale è anche la forma installativa de Il minatore di Husino dell’artista bosniaco Branko Šimić, allestita al Ridotto del Teatro Rasi per 50 spettatori, ispirata al monumento ai minatori che rievoca, in chiave disco, la rivolta di Husino (1920) per riflettere sulla transizione dal socialismo al post-capitalismo.

A come Srebrenica di e con Roberta Biagiarelli è invece un monologo intenso dedicato al genocidio di Srebrenica, che abbiamo voluto programmare la mattina per le scuole. Ancora diverse sono le due performance itineranti, la prima del collettivo francese ZONE-poéme, una coproduzione del nostro festival, nelle sale del Museo d’Arte di Ravenna, Nemico (attraversando i Balcani); la seconda per le vie del centro, Muoio come un paese dell’artista italo-svedese Gemma Hansonn Carbone, ideato a partire da un testo di Dimitri Dimitriadis e dalle interviste a cittadini ravennati. Infine segnaliamo lo spettacolo di Claus Martini, Ti presento l’Albania, allestito alle ore 12 della domenica al Teatro Sociale di Piangipane, uno spazio costruito da braccianti e gestito ora da un circolo di volontari che al termine della performance offriranno al pubblico i cappelletti da loro stessi preparati.

In programma ci saranno anche due vostre produzioni, Libia e Gaia. Di che si tratta?

Agata: Libia nasce dall’opera di graphic journalism di Gianluca Costantini ispirata alle inchieste della reporter di guerra Francesca Mannocchi, che narra la storia della Libia degli ultimi dieci anni in maniera diversa rispetto a come è presentata dai media. In scena ci sono io (ndr Agata Tomšič), che porto avanti la narrazione, e Younes El Bouzari, artista di origini marocchine che interpreta i vari personaggi incontrati lungo il viaggio. Si tratta di un lavoro basato su voce e suono, una sorta di lettura concerto, con le musiche originali e dal vivo di Bruno Durella. Sullo sfondo, i disegni di Costantini animati dagli allievi dell’Accademia di Belle Arti di Bologna, i cui movimenti sono stati costruiti sulla partitura musicale.

Davide: Gaia invece sarà una prima nazionale, in scena durante l’epilogo straordinario di Polis, in collaborazione con Ravenna Festival e in programma il 10 e 11 giugno. Lo spettacolo affronta il tema della crisi climatica, il testo è di Agata, mentre io (ndr. Davide Sacco) mi occupo della regia e delle musiche. La narrazione parte dalle cosmogonie, traendo ispirazione dalla Teogonia di Esiodo, per passare attraverso dati scientifici e le parole degli attivisti per il clima (da Friday for Future agli Extintion Rebellion) e arrivare a una sorta di visione di futuro. Anche in questo caso il lavoro è principalmente vocale e musicale, non soltanto perché è nelle nostre estetiche, ma anche perché volevamo immaginare uno spettacolo dalla “scenografia effimera”, che fosse, in altre parole, sostenibile. Debutterà al Teatro Rasi e gli spettatori saranno accolti nei palchetti, mentre l’azione si svolgerà sotto tra palco e platea. In scena con noi ci sarà anche un gruppo di non-professionisti, coinvolti tramite chiamata pubblica. Lo spettacolo ha vinto il bando dell’European Festival Association, che ci consentirà di portare il lavoro a Montenegro e in Macedonia del Nord.

Polis si arricchisce di numerosi eventi collaterali: quali sono e che valore aggiunto danno all’esperienza del festival?

Agata: Per il suo originario legame con la città e grazie alle due reti nazionali di cui facciamo parte, In-box e L’Italia dei Visionari, il Festival propone una serie di attività formative partecipative durante tutto l’anno, che culminano nei giorni di rassegna. Durante i giorni di festival, invece, accompagniamo la visione di alcuni spettacoli con momenti di approfondimento con gli artisti, coordinati da studiosi o critici nazionali: ci sarà per esempio Alessandro Iachino in dialogo con Gemma Carbone, anche in diretta streaming; Anna Maria Monteverdi che si confronta con Jeton Neziraj e la compagnia Qendra Multimedia; Gianni Manzella e la compagnia di Branko Šimić. In aggiunta quest’anno abbiamo organizzato tre tavole rotonde: Il teatro contemporaneo dei Balcani, con Ivan Medenica, Sasho Ognenovski, Dubravka Vrgoč, coordinati da Natasha Tripney (6 maggio); Conflitti, migrazioni e prospettive di integrazione: Balcani ed Europa tra passato e futuro, con i professori Stefano Bianchini e Marco Zoppi, gli artisti Simone Capelle e Žiga Divjak, coordinati dalla professoressa Annalisa Furia, a cura del Dipartimento di Beni Culturali dell’Università di Bologna e del Centro Europe Direct della Romagna (7 maggio); e il terzo durante l’epilogo (11 giugno) Festival e green: la sostenibilità negli eventi culturali e nello spettacolo dal vivo a cura di Ateatro con operatori teatrali internazionali ed esperti ambientali.

In fase pandemica avete chiesto ad artisti, operatori e studiosi, di rispondere alla domanda «quale teatro per domani?», le cui risposte hanno dato vita all’omonimo volume. Di fronte alle trasformazioni storico-culturali in atto, dopo due anni dalla pandemia e con Polis che si è aperto all’internazionalizzazione, quale teatro per domani, oggi, secondo ErosAntEros?

Davide: Oscilliamo continuamente tra due poli estremi: momenti in cui crediamo che attraverso il teatro si possa davvero cambiare il mondo e la società, altri in cui ci sentiamo sconfortati perché ci riconosciamo come nicchia, incapaci di uscire dall’autoreferenzialità, impotenti. Tuttavia perseveriamo: quello che da sempre cerchiamo di fare è di connettere il teatro alla vita, facendo della pratica teatrale uno strumento capace di trasformare il reale. Con Polis Teatro Festival proviamo allora ad arrivare a più persone possibili, anche attraverso iniziative come i biglietti sospesi, le agevolazioni per gli under 30… Uscire dal nostro territorio e aprirci all’Europa è stata un’esigenza personale, dettata dalla nostra difficoltà di trovare il nostro spazio poetico ed estetico in Italia. Quello che cerchiamo è portare sul palco questioni che sentiamo urgenti senza mai rinunciare a una ricerca sulla forma: la nostra è diversa dalle estetiche italiane, che apprezziamo moltissimo, ma non ci corrispondono. Quale teatro per domani, quindi? È una domanda complessa che non ha una risposta univoca e sono tutte valide: la nostra è quella di continuare a mantenere viva la vocazione internazionale che ci appartiene come artisti, ma che vuole anche essere un modo per puntare a un allargamento della comunità teatrale e andare alla scoperta di prospettive alternative su un presente sempre più complesso e che necessita, a nostro parere, di riflessioni più sconfinate e collettive.