Si tratta di un “appena”. Intervista a Mariangela Gualtieri

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ph © Melina Mulas

Partirei da un tema, mi rendo conto, smisurato, ma che ti chiedo per favore di provare a circoscrivere: in che modo lo specifico femminile si manifesta, oggi, nella creazione del tuo lavoro?

Forse lo sai già: io preferisco parlare di energia femminile e di energia maschile – in questo tempo cerchiamo di non costruire muri, neppure quello fra maschi e femmine, ce ne sono già troppi. Ho avuto l’immensa fortuna di nascere donna, cioè a custodia della vita e dell’espressione. Custodire significa difende prima, prima di arrivare alla forza muscolare. Io credo tocchi al femminile qualcosa di grave e urgente e spero, mi sembra, che le giovani generazioni siano più lucide di noi, più lungimiranti e fattive di noi.

L’energia femminile, nel suo versante positivo, quella di cui per ora sono, in quanto donna, migliore ricettacolo, la penso connotata da cura, accoglienza, ascolto, leggerezza, depensamento, pensiero laterale. Come il femminile si manifesti nel mio lavoro non saprei dire e non credo sia possibile dirlo perché siamo a ridosso di un poco e niente di differenza, di un poco poco, minimo ma decisivo. Qualcosa che si coglie con la coda dell’occhio e resta poi l’incertezza di averlo visto per davvero. Si tratta di un “appena”, e il regno dell’appena non si lascia dire facilmente.

Ciò che posso dire è come contrasto una modalità di pensiero che mi sento di ascrivere al maschile: ad esempio muoversi in vista di un risultato, fare progetti e realizzarli, forzare le cose ad andare come io voglio che vadano, impormi, prevedere, calcolare, ecco, tutto questo cerco di contrastarlo. So che non è un buono stato per la scrittura, per la poesia, per la nascita di qualcosa. Perseguo piuttosto l’abbandono, l’attesa, l’ascolto, il non fare, in generale il ‘non’. Tutto questo dentro lo studio ininterrotto di chi mi ha preceduta e anche di chi è vivo e attivo ora con me, nei vari campi del sapere. Dico questo perché mi sento fatta, ben nutrita dalle parole e dal pensiero di altri, di altre, senza i quali la scrittura non avrebbe lievitato in me. Così come il mio corpo è fatto di cibo, acqua e aria, così il mio fare è nutrito continuamente da parole e pensieri che non sono miei.

Quali elementi (tematici, linguistici, interpretativi) secondo te oggi risuonano maggiormente, nel pubblico femminile che incontri o che ti legge?

È una domanda che vorrei fare io ai critici. Quello che sta accadendo nei miei riti sonori è davvero singolare, ma benché accada da anni, nessuna parola è mai stata scritta, nel bene e nel male, nessuna riflessione è arrivata ad illuminare. Provo a risponderti: da un lato c’è la mia scrittura che, seguendo la lezione dantesca, cerca di dire le cose più alte con la lingua più bassa, e dunque la deposizione di ogni velleità culturale esibita. Stare dentro una lingua bassa e non temere di parlare dell’invisibile, dell’insondabile, non temere di abitare una religiosità laica, se così la si può definire. Poi la cura che metto nel creare quello che Amelia Rosselli chiama l’incanto fonico, e dunque un bagno acustico comunitario che schiuda l’udito e l’attenzione profonda. Aggiungo a tutto questo anche il sentimento, il sentimento così temuto e vituperato dalla poesia colta, da certi intellettuali, quasi fosse retaggio di un femminile incolto e patetico. Ma ai sentimenti ci si educa e io trovo sia salutare dare parola a ciò che sentiamo e che spesso fatichiamo a comprendere o diviene motivo di vergogna. Mi ha confortato leggere nei romanzi di Olga Tokarczuk, questo sostegno dei sentimenti espressi, questo non avere paura di esporli. Mi pare che in generale si confonda sentimento e sentimentalismo, consolante e consolatorio, e per la paura di cadere dal lato volgare, ci si astenga del tutto da queste dimensioni. Ma il femminile è anche questo coraggio e questa capacità di dare voce alta al sentimento e alla consolazione, in schiettezza e senza paura. E anche, credo, il coraggio di mostrare i propri limiti, cosa spesso impossibile e inaccettabile per il fronte maschile, e nell’accettarsi anche come ultima ruota del carro della natura – contro l’immenso narcisismo di specie – e allo stesso tempo capace di splendore. Da ultimo la possibilità di fare un pianto insieme sull’orrore di cui veniamo informati quasi in ogni momento e che non piangiamo mai. Potrei usare la parola catarsi, se non avessi paura di sembrare immodesta. Questo piangere quasi ritualmente, artisticamente e insieme, mi sembra cosa di cui c’è grande bisogno. Ma anche il piangere pare appartenga ad un femminile debole, anche qui c’è l’equivoco di un sentimentalismo da respingere. Non ci si deve vergognare di piangere – ci sono innumerevoli motivi per cui farlo; ci si deve vergognare di farne un atto assolutorio che fa sentire incolpevoli e non andare oltre, in una fattualità coraggiosa e generosa. Bisogna forse cominciare a vergognarsi di non piangere, e poi slanciarsi nel cataclisma barbarico del mondo e mettere tutto di sé.

Si sta affinando, in molti settori della società, l’attenzione a come nominare le molteplici identità sessuali (uso dello schwa e degli asterischi, evitamento del maschile sovraesteso, eccetera). A che livello e in che modo la tua scrittura si fa inclusiva, nelle tue intenzioni?

Ben venga questo voler sistemare la nominazione. A volte mi pare si rischi l’ipocrisia del politically correct, mentre ciò che conta è il nostro sentire, quanto siamo aperti al fatto che ognuno viva la particolarità che è, l’unicità che è. Scrivendo per il teatro, cioè scrivendo a volte quasi caricandomi addosso i corpi che poi porteranno in scena la parola, spesso è dal mio angolo maschile che nasce la scrittura, o da quello animale, da quello vegetale, ecc. La diversità mi rallegra, mi incuriosisce, non la temo. Avverto una certa pedanteria nello stare a declinare i finali di parola e sono sempre insoddisfatta dalle soluzioni fino ad ora trovate. È difficile fare aderire il linguaggio a qualcosa che ancora è così sbilanciato, così ingiusto nella realtà. Sinceramente non mi offende trovare discorsi generali al maschile, non sono così fragile. Anzi, quel maschile mi ricorda la supremazia del maschile che ancora c’è, in tanta parte di mondo e non bastano le declinazioni larghe per farla crollare. Forse quando la pari dignità sarà attuata, nelle retribuzioni, nel contare di una voce, di un parere – se penso alle guerre in corso mi sembrano totalmente questione di maschi, un ambito in cui la voce femminile, disperatamente non conta, non può contare – allora la lingua, con naturalezza registrerà il cambiamento avvenuto.

Ti è capitato di vivere discriminazioni professionali in quanto artista donna?

Direi di no. Ma se penso ad esempio al pensiero critico rispetto alla poesia, faccio fatica e dire di no. I nostri critici – pochi – mi pare perseguano una modalità di pensiero che pone al primo posto attributi ascrivibili al maschile: l’ironia, ad esempio, cioè quell’ intelligenza distaccata e amara che ride con una certa superiorità, la stra-cultura esibita, la genialità intelligente. Altri attributi che stanno diventando centrali per la specie, la compassionevolezza, il sentimento, il riconoscimento dell’intelligenza degli altri viventi, la comprensione dell’altro da noi, la mitezza, la consolazione… tutto questo è guardato con maschile sospetto.

Per concludere: posso chiederti tre consigli di nutrimento sui mondi del femminile e dei femminismi?

Tutti i film di Alice Rohrwacher.
Il giornalismo di Francesca Mannocchi.
L’arte di Sabrina Mezzaqui.

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Mariangela Gualtieri è poeta, drammaturga e fondatrice con Cesare Ronconi del Teatro Valdoca.

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