Manicomio, addio! Note sullo spettacolo peripatetico dei Chille de la balanza con e per Franco e Franca Basaglia

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ph Paolo Lauri

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Ci sono molti modi di festeggiare un compleanno: andare a mangiare la pizza. Far regali. Mandare fiori o, più comunemente oggi, inviare messaggi zeppi di cuori.

Ci sono molti modi di commemorare chi non c’è più: sospirare, piangere, far santini. O, più raramente oggi, continuare a camminare insieme.

Questo stan facendo, all’ex città-manicomio di San Salvi, a Firenze, i Chille de la balanza.

Domani, 11 marzo 2024, sono cent’anni dalla nascita di Franco Basaglia, lo psichiatra che insieme alla moglie Franca Ongaro ha fatto la rivoluzione nel segno della Psichiatria Democratica.

Claudio Ascoli e Sissi Abbondanza hanno debuttato ieri con uno spettacolo –Manicomio, addio! Contro tutti i muri è il titolo dal sapore programmatico e dall’attitudine battagliera- in cui camminano con Franco e Franca Basaglia.

 

Franca Ongaro e Franco Basaglia

 

Dire che li interpretano sarebbe riduttivo.

Piuttosto proseguono, attraverso alcuni semplici quanto efficaci dispositivi drammaturgici e registici, la tensione responsabilizzante, dunque etimologicamente estetica (quindi conoscitiva), dei Basaglia.

Nomino alcuni di questi dispositivi: la distribuzione di piccoli quaderni in cui annotare domande o commenti, la presenza tra il pubblico di due giovani attrici del gruppo –Salomè Baldion e Sara Tombelli– che intervengono dialogicamente con modalità socialmente attivanti care al Teatro dell’Oppresso di Augusto Boal, la dislocazione nello spazio tra scena e platea di alcuni altoparlanti a rendere percettivamente sfaccettata l’interlocuzione tra le figure presenti e quelle evocate, l’uscita finale dal teatro verso il fuori della città-mondo, il vivace quanto informale dibattito che, tutti in piedi nel corridoio, nasce tra le persone presenti.

«Noi eravamo lì, a prenderci la responsabilità e le conseguenze della nostra azione», ha scritto qualcuno in uno dei quadernetti, la sera della prova generale a cui ho partecipato.

Ottimo risultato, certo meglio di un voto ai Premi Ubu per un teatro che, sideralmente distante da temi e stilemi à la page oggi, ancora si occupa e preoccupa della propria efficacia civile, sociale, politica.

Franco Basaglia e Franca Ongaro, Claudio Ascoli e Sissi Abbondanza: come non completare, in tal senso (auto)responsabilizzante con Julian Beck e Judith Malina la triade di coppie rivoluzionarie che attraverso il linguaggio han voluto (anzi: vogliono, presente d’obbligo!) analizzare e trasformare la realtà?

Obiettivo di questo loro fare, azzardo a sintetizzare, è lo sviluppo della teatralità umana, cioè della capacità di ogni persona (e non solo dell’artista) di usare il teatro come medium di conoscenza del reale.

È teatro di esercizio filosofico, questo dei Chille: costruisce in presa diretta, davanti ai nostri occhi, una precisa, indirizzata e motivata interrogazione sull’esistenza.

È peripatetico, nel senso aristotelico dell’individuar nel camminare, dunque nel continuo delocarsi, il pre-requisito necessario a ogni conoscenza.

In tal senso è un fare in ogni istante spazialmente collocato: teatro che non può che accadere in un qui e in un adesso.

Ciò è ontologicamente inevitabile per l’arte dal vivo, si potrebbe facilmente obiettare. Ma, per i Chille, è e si fa manifesto.

Il qui, in questo caso, è in perfetta sintonia con quello che si fa rivivere (e, appunto, non solamente si racconta).

Vien da pensare alla «necessità di fondare il posto da cui [si] parla».

Ne scrivevo nel libro Chille 50, pubblicato da Pacini Editore l’anno scorso in occasione dei 50 anni del gruppo: a dirlo è il gesuita, antropologo, linguista e storico francese Michel De Certeau in Fabula mistica. La spiritualità religiosa tra il XVI e il XVII secolo. Lì prosegue: «Tale posto non è affatto garantito da enunciati autorizzati (o autorità) sui quali il discorso poggerebbe, e neppure da uno statuto sociale del locutore nella gerarchia di un’istituzione dogmatica […] il suo valore proviene unicamente dal fatto che si produce proprio nel punto dove parla il Locutore […] la sola autorizzazione gli viene dall’essere il luogo di questa enunciazione».

Essere il luogo dell’enunciazione: non può costituire, forse, uno dei molti significati incarnati nell’abitare artisticamente, dunque linguisticamente, l’ex città-manicomio di San Salvi?

 

ph Paolo Lauri

 

Vi è tanta vita vissuta, che questo spettacolo sintetizza e rilancia.

Vi sono tanto studio, tanta ricerca: antropologica, forse, prima e più che stilistica.

Vi è, non mi stanco di ripeterlo, un progetto largo, in cui ogni azione è come un sasso gettato nell’acqua per vedere quanti cerchi concentrici si genereranno.

I cerchi più prossimi, in questo caso, sono in un Festival dedicato al centenario, che in queste settimane e poi in estate contiene e conterrà spettacoli, incontri, passeggiate e proiezioni a tema.

Una ridda di stimolazioni impossibile da riassumere qui.

Una però, la voglio almeno nominare, e riguarda la giornata di domani, 11 marzo.

Riporto, per amor di esattezza, le informazioni ricevute:

«Lunedì 11 marzo è un giorno davvero speciale! Nel centenario della nascita di Basaglia, i Chille regalano alla città di Firenze il Marco Cavallo del XXI secolo: grande scultura alta 5 e lunga 8 metri creata dall’Artista Edoardo Malagigi e realizzata in plastica riciclata da R3direct, anche grazie al sostegno di Fondazione CR Firenze (Bando Partecipazione culturale), Revet e soprattutto di tanti cittadini che hanno sottoscritto il crowdfunding Produzioni dal basso – Banca Etica.

Malagigi ha creato il Marco Cavallo del XXI secolo a partire dal disegno di Leonardo da Vinci per la scultura equestre ideata per gli Sforza e mai realizzata.

Il vernissage dell’installazione – collocata sul pratone di San Salvi che costeggia la ferrovia – avverrà alle ore 17. I Chille invitano tutti i cittadini a parteciparvi, anche seguendo la Parata di Arlecchino e Pulcinella che il Teatro Potlach di Fara Sabina inventerà a partire dalle ore 15.30: appuntamento nel Giardino di Villa Arrivabene, sede del Quartiere 2 che ha aderito all’affascinante progetto.

E così la storica invasione del Marco Cavallo che nel 1973 fece conoscere ai triestini l’esistenza dei “matti”, verrà ripresa e ribaltata. Come? Invitando i cittadini di Firenze ad entrare a San Salvi per conoscere consapevolmente che lì per oltre un secolo sono stati rinchiusi migliaia di esseri umani considerati rifiuti. 

Oggi, in questo modo, i fiorentini (e non solo) potranno incontrare il Marco Cavallo del XXI secolo nato dai loro rifiuti e trasformato in bellezza».

 

(ci siamo quasi!)

 

Per parte mia aggiungo solamente un raro, commovente frammento video della mitologica parata di Marco Cavallo del ’73: poco più di due minuti di meraviglia, QUI.

E ancora una volta ringrazio.

Per questo progetto culturale che, senza funzioni consolatorie né compiacimenti estetici, non smette di voler cambiare la realtà attraverso le luminose, vivissime biografie di due persone preziose.

Come frecce scoccate decenni fa, ancora continuano a volare.

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