Posti dove si sta bene. Brevi note sentimentali sui nuovi dischi di Linda Gambino e Andrea Zacchia

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Il sostantivo sentimento -e, dunque, il suo derivato sentimentale– nell’etimologia è qualche cosa che non ha a che fare col nostro dentro (l’intreccio tra cuore-mente-anima, come vuole l’immaginario comune) bensì col nostro fuori: qualche cosa che è percepibile con la superficie del nostro corpo, mediante i sensi.

Ed è da tale superficiale prospettiva che saluto con gratitudine la nascita di due opere prime: Unexpected, primo album jazz di Linda Gambino e HBPM, primo disco di Andrea Zacchia e del suo Hammond Trio.

Gratitudine: queste due opere costruiscono un posto dive si sta bene.

Dove è bello (so)stare.

Dove i piedi non possono star fermi.

Opere accomunate, come spesso capita nel mondo del jazz d’autore (e della musica tout court), da collaborazioni mobili e ritornanti.

E, azzardo, da un comune sentire.

Il trait d’union, qui, certo sono in primis il chitarrista Andrea Zacchia, primo referente di Linda Gambino per questo suo progetto e anima dell’Hammond Trio, poi Maurizio De Angelis, batterista in entrambi i dischi.

E poi -o, forse, prima- un’idea accogliente ed estroflessa di discorso musicale: quella che, lo dico da ignorante non essendo la musica il mio ambito di studio, mi fa battere il piede, mi fa immaginare e ricordare, mi fa esser contento di essere in quello spazio-tempo ineffabile e al contempo concretissimo che queste opere istituiscono.

Il disco di Gambino, forse per captatio benevolentiae, si apre con uno standard arcinoto, My favorite things (per me e per molti altri il rimando istantaneo è la trasmissione pomeridiana di Radio3 Rai, Fahrenheit, durante la quale nel corso degli anni abbiamo ascoltato questo brano arrangiato in mille modi).

Il trattamento che se ne fa qui, in quattro quarti, dà al già noto un andamento allargato, leggermente straniante e al contempo accogliente.

Seguono altri sei brani, tra standard e composizioni originali, molto diversi tra loro ma con la qualità di non lasciare mai solo chi ascolta, se così posso dire, nel senso che sembra letteralmente di trovarsi in un qualche piccolo club insieme a chi suona, tra tavolini e luci basse.

La stessa cosa potrei ripetere per HBPM, titolo del disco di Andrea Zacchia: «È un acronimo dalla duplice valenza» riporto dai materiali di presentazione, a cura di Rosario Moreno di BlueArt Promotion «High Beat Per Minute in primis, ma è anche un riferimento alle due principali fonti d’ispirazione del disco, l’Hard Bop e Pat Martino, il celebre chitarrista statunitense noto per la sua personale visione della natura della chitarra e del suo approccio in “chiave minore” all’improvvisazione jazz».

Riferimenti a me ignoti, lo ribadisco per rispettosa chiarezza, ma che posso percettivamente tradurre -negli otto brani che compongono il disco, metà standard e metà originali- in andamenti in cui ora la chitarra di Zacchia ora l’hammond di Angelo Cultreri cantano con molte voci: gioiose e malinconiche, vivaci e pacate, morbide e zeppe di spigoli.

Non vado oltre su questa ossimorica compresenza di opposti.

Torno, fenomenologicamente, alle cose: in questo caso alla rivisitazione di How insensitive di Antonio Carlos Jobim.

Ascolto di nuovo e, battendo il piede più o meno a tempo, molto ringrazio.

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