Canto alla durata. Tre note su “Mo i tira a te. Racconti di guerra e di famiglia” di Maurizio Casali

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Sembra che, prima dell’avvento della metafisica, si pensasse che il pensiero fosse un prodotto dei polmoni.

Lo spiega Adriana Cavarero nel suo saggio A più voci. Filosofia dell’espressione vocale (Feltrinelli Editore, 2003) e viene in mente apprestandosi a scrivere alcune brevi note -tre, per l’esattezza- attorno a Mo i tira a te. Racconti di guerra e di famiglia di Maurizio Casali (Edizioni Minerva, 2022).

UNO

Ci si pensa perché, ed è la nota numero uno, questo racconto è del tutto impastato di voci.

Meglio: è letteralmente frutto di flatus vocis, per usare l’espressione sminuente coniata ormai un millennio fa da Roscellino di Compiègne.

Mo i tira a te sta in bilico, precario e al contempo pervicacemente voluto, tra l’impermanenza e il suo contrario.

Nella voce, quest’opera, ha scaturigine e destinazione: quella del padre Sergio, i cui racconti qui trascritti hanno puntellato l’infanzia dell’autore, ma anche quella dell’autore stesso, per tutta la vita professionale attore di teatro -che è forse il luogo per antonomasia del qui e ora irripetibile e della fabula che nel pronunciarsi si fa spazio, carne, relazioni.

A proposito di relazioni: salta agli occhi, tra i ringraziamenti, quello ai fratelli Lilia, Angelo e Giorgio «per aver condiviso l’indimenticabile epoca dei racconti», come a sottolineare una funzione attiva, finanche co-creatrice (giacché solitamente si ringrazia chi fa qualcosa per e con noi) dell’ascolto.

DUE

A proposito di fare, ed è la nota numero due, questo libro ha la programmatica utilità di una sedia ben costruita, di un solido utensile.

Privo di fronzoli, finanche un po’ ruvido in alcuni passaggi, rimanda a quel tempo in cui con il termine téchne si significava la perizia che accomunava l’artista e l’artigiano.

Meglio: questo racconto ri-abita, linguisticamente, il tempo in cui non vi era distinzione nominale, dunque fattiva, tra queste due funzioni sociali.

Ecco dunque che, funzionalmente, per tutto il tempo Mo i tira a te sembra domandarsi e domandarci a cosa serva.

Pragmaticamente, azzardiamo, si e ci sussurra tra le righe che la sua funzione è la sua ragion d’essere, il suo statuto ontologico, per dirla più esattamente con il linguaggio della filosofia.

Questo libro costruisce memoria.

E lo fa con gli attrezzi che gli sono propri: abita una lingua che, con fenomenologica fiducia, sta molto vicina ai fatti, alle cose (sono in tal senso organici i molti documenti che arricchiscono e validano il racconto -tra cui alcune lettere del mitico Bülow- e il reiterato uso del dialetto romagnolo, ancorché sempre tradotto, Lingua Madre attraverso cui è possibile significare matericamente cose indicibili in italiano).

Sono pagine da cui emerge un fondo attaccamento all’avventura dell’esistere, attraversate da una selvatica, salvifica ironia, termine sia da intendersi sia nel senso comune di un’attitudine che possa in parte sgravare eventi tanto drammatici, sia nel senso socratico di una soggettiva distanza frapposta tra sé e ciò di cui si tratta.

TRE

Il cosa di questo libro, ed è la nota numero tre, è faccenda da microstoria, per dirla con Carlo Ginzburg.

«Nel volume si susseguono racconti di mio padre Sergio, partigiano della leggendaria 28a Brigata Garibaldi comandata da Bülow, e i racconti di mio nonno materno Domenico»: è appunto attraverso la ridda di aneddoti prima ascoltati a viva voce e poi restituiti, come accennato, con attitudine artigianale, che si compone una storia non in contrasto o alternativa, bensì parallela alla Storia.

Rendendo quest’ultima, forse, più umana, nel senso letterale d’esser incarnata da donne e uomini peculiari: con corpi e nomi, paure e desideri, progetti e destini.

Questa sembra essere, in estrema sintesi, la principale caratteristica di Mo i tira a te: ravvivare il rituale laico del racconto e dell’ascolto, di storie intrecciate alla Storia, in cui la realtà non è sempre e solo quella eroica, selezionata, sfolgorante delle grandi narrazioni, ma di pagina in pagina va a comporsi di umanissimi dettagli.

INFINE

Infine: nel suo consistere in forma di libro, e non solo nella dimensione orale che l’ha originata, Mo i tira a te, per dirla con Peter Handke, è un canto alla durata che è bello festeggiare.

La festa, qui, consiste nel ritrovarsi ad ascoltare queste storie e attraverso di esse, si perdoni il gioco di parole, ritrovarsi.

Cose antiche, che sanno di buono.

 

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