Il Torino Fringe: monologhi, spigliatezza, colpi d’ala

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Massimiliano Loizzi

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Torino ti sorprende sempre: le piazze monumentali sabaude che fanno da contraltare con i mercati multietnici, i portici aristocratici, i Murazzi diventati borghesi con i tavoli direttamente piazzati su galleggianti nel Po. Torino rimane d’animo antico ma allo stesso tempo non ha paura di guardare e immergersi nel futuro. Non ha avuto timore di rivoluzionarsi dopo le Olimpiadi del 2006 che l’hanno resa a tutti gli effetti una città europea. Quest’anno la mostra di fotografia diffusa Exposed ha creato una bella e interessante caccia al tesoro tra i tanti spazi toccati dalla manifestazione con esposizioni, video, performance, stampe, dall’Accademia Albertina a Camera, da Palazzo Madama al Castello di Rivoli, dalla Cavallerizza Reale al Cinema Massimo, dalla Fondazione Merz alle Gallerie d’Italia, dal Museo GAM al MAO museo, dal Museo Regionale di Scienze Naturali all’Off Topic, dall’OGR a Palazzo Birago, da Palazzo Carignano alla Pinacoteca Agnelli, dal Polo del ‘900 a Villa della Regina. Un giro per conoscere zone e quartieri differenti. Invece Superga, con la Basilica e tutti i ricordi, il dolore e la nostalgia del popolo granata, era sempre stata lì davanti come un’ombra, quasi una responsabilità sempre rimandata. Il Po gonfio e veloce e scuro e vorace nei giorni di fine maggio, la passeggiata verso il rione Sassi prima del trenino a cremagliera, la storica tranvia che sale su e s’inerpica fino alla chiesa dalla quale si domina la città e le Alpi ancora innevate. Mi immaginavo uno spazio maggiore riservato al Grande Torino del capitano Valentino Mazzola che qui, il 4 maggio 1949 di ritorno da un’amichevole inutile a Lisbona, trovò lo schianto fatale l’aereo (ricordiamoci l’eleganza e la sensibilità dei tifosi della squadra senza colori che ancora oggi fanno il segno delle ali ai supporter granata per schernire la morte dei campioni invincibili) che riportava a casa il club e che azzerò una delle più belle squadre di calcio mai viste sui terreni rettangolari verdi. Circumnavigando la basilica si trova un grande toro con appese sciarpe di tante squadre che gli appassionati lasciano in ricordo, un monumento con i nomi dei campioni che persero la vita in quel tragico incidente e le foto dei componenti della mitica squadra. Forse una maggiore cura, un museo, uno spazio dedicato (visto che tanti turisti arrivano a Superga proprio per rendere omaggio ai granata, unica squadra di Torino) invece che un angolo nascosto da cercare senza alcuna indicazione, sarebbe un buon servizio alla Storia, alla Memoria, al Passato: Il Torino non è morto: è soltanto in trasferta, scrisse l’indimenticabile, intramontabile e inarrivabile Indro Montanelli.

Il Fringe di Torino, alla sua dodicesima edizione, ogni anno è più strutturato e sempre più organizzato; tanti i luoghi e gli spazi utilizzati dove sono andati in scena gli spettacoli selezionati dalla direttrice Cecilia Bozzolini e dal suo team: il Magazzino sul Po e il Cine Teatro Baretti, il Lombroso 16 e Casa Fools, lo Spazio Kairos e San Pietro in Vincoli, il Tingel Tangel e l’Off Topic, il Vinile e il Kontiki. Torino non è più gianduiotti o la Fiat, non è solo il Museo Egizio e i Savoia, non è solo la squadra che ha perso sette finali europee e la Mole, non è solo tajarin e agnolotti del Plin. Torino è in movimento come lo è questo Fringe (il migliore in Italia) che funziona ed è colorato e professionale, giovane, allegro, serio e competente.

 

 

Avevamo sentito parlare di Giuseppe Scoditti visto a Italia’s Got Talent come a Bar Stella e protagonista di molti spot. Riconoscibile per la sua altezza (un suo monologo si chiamava appunto 1.95), stralunatezza svampita ed energia dirompente, stavolta ha scritto uno spettacolo basato su qualcosa che non c’è ovvero qualcuno che non arriverà, una sorta di Aspettando Godot dove è la mancanza la centralità del discorso. Paolo Sorrentino vieni devo dirti una cosa (prod. Teatri di Bari) sembrerebbe ad una prima lettura del titolo un modo per mostrarsi e farsi conoscere dal regista Premio Oscar cercando di lisciarlo ed esaltarne i pregi dietro la macchina da presa. Non sarà così anche se le canzoni di Pino Daniele e una copia della statuetta dorata, la sedia iconica da direttore, la statuina da presepe di Maradona, ci avevano fatto credere in iperbolici complimenti e sperticate lodi. Ogni sera in prima fila vengono lasciati liberi due posti per Sorrentino e un accompagnatore per assistere allo spettacolo. Ma neanche stavolta non si è palesato. Nessuna epifania in salsa partenopea. Sarebbe bello se una volta ci stupisse e arrivasse. Ma forse toglierebbe tutto il gusto, e l’amara consapevolezza, dello show che gioca proprio sul vittimismo del nostro antieroe dinoccolato sul palco. Forse se il regista de La Grande Bellezza assistesse ad una replica quella potrebbe essere l’ultima, quella finale e conclusiva perché dopo la sua apparizione l’esibizione non avrebbe più senso di esistere. Scoditti non fa sconti all’autore de Le conseguenze dell’amore, lo inneggia e dileggia al contempo, analizza e spulcia la sua intervista a Paolo Conte (definito irrispettosamente un vecchio che abita ad Asti), ci spiega la banalità delle sue opere, la lentezza delle inquadrature, i plagi di altri autori, l’incomprensibilità di alcuni passaggi. Scoditti rimane nel solco dell’indecisione se l’autore di Hanno tutti ragione sia un genio o un furbetto, lo offende amorevolmente (nonostante sia napoletano non è un criminale, dice), lo apostrofa anche con epiteti vivaci. Ci porta dentro il suo provino per The Young Pope per un ruolo piccolissimo di una sola battuta (Io sono il figlio di Mario) per il quale non fu scelto perché la sua interpretazione venne definita troppo teatrale. Canzona il suo discorso all’Academy dopo la conquista dell’Oscar per il miglior film straniero e infine gli propone una sceneggiatura originale scritta di suo pugno su Sergio EndrigoHa anche appena non vinto niente al Festival di Cannes irriverente lo saluta e sbeffeggia così. Se Paolo Sorrentino è autoironico e apprezza il coraggio dei giovani prima o poi farà capolino per vedere questo performer intelligente e sprezzante che sulle note di rivincita di Rocky si esalta in smoking: lui è l’outsider che ce la farà, l’underdog che riuscirà a far breccia nella scorza del regista, a farlo uscire dalla sua comfort zone per punzecchiarlo dal vivo proprio perché lo ama e lo stima infinitamente. Il guanto di sfida è lanciato, speriamo venga raccolto, sarebbe un immenso segno di umiltà, la dote che contraddistingue i grandi uomini.

 

 

Di tutt’altro tenore è il semplice, a tratti semplicistico, e confusionario I Porci, che in questo clima sociale avvelenato non fa altro che banalizzare lo scontro in atto contro il cosiddetto maschio alfa con triti luoghi comuni che fanno ridere una platea ideologizzata e pronta a sentirsi dire quello che sono venuti ad ascoltare ovvero la demonizzazione di ogni uomo in quanto tale, di ogni maschio, la derisione, la ghettizzazione degli uomini proprio da parte di coloro che chiedono inclusione e invece escludono la metà della popolazione colpevole, secondo loro, per nascita. Sei maschio quindi sei un porco, questa è l’equazione, se in aggiunta sei pure etero sei imperdonabile e troveremo il modo di condannarti. Il duo, uno parla salentino l’altro torinese (spesso entrambi incomprensibili, onomatopeici), ci deliziano con un’analisi sociologica approfondita che parte dal calcio (anche se il movimento del football femminile negli ultimi anni è in grandissima espansione a livello mondiale), con battute dirompenti sui falli, fino a frasi originali come guardiamoci nelle palle degli occhi. Credono di essere avanguardisti e provocatori: Attenzione vi potrebbe venire da vomitare, ci dicono presuntuosi. E per cosa? In canottiera, i due si nutrono come primitivi, schiacciano le mosche per poi ingurgitarle, producono suoni gutturali, si tirano avanzi di cibo, sputano, si offendono, si picchiano, si lanciano continuamente in movimenti pelvici: sono gli ultimi due maschi rinchiusi dentro una gabbia allo zoo (quello che vorrebbero fare, però questi seguaci in maniera contraddittoria aborriscono la violenza) che bestemmiano (realmente) dal palco, ovviamente sono razzisti, ignoranti, machisti e omofobi. Uno spettacolo facile, pieno di cliché e frasi fatte vecchissime, arrogante proprio perché pieno di assiomi e certezze inscalfibili, fallace drammaturgicamente, attorialmente fragile, registicamente debole, che cerca un consenso fluido modaiolo. Ogni uomo viene dipinto come un mostro da abbattere, come un nemico in un mondo che si avvia alla solitudine, alla sfiducia verso il prossimo, alla paura dell’altro, un mondo triste dove si vivrà di virtuale e i figli si faranno alla banca del seme. Nell’investigazione del maschio contemporaneo (come sono inutili e pericolose le generalizzazioni) erano e sono avanti, rispetto a questi nuovi tentativi, Abatantuono come AlbaneseI Soliti Idioti o Checco Zalone come Pio e Amedeo. Al sostantivo Porci preferiamo la declinazione della prima persona plurale riflessiva del verbo porre. La vita è una questione di accenti, di sfumature e non di pensiero unico.

 

 

Testo scritto nel 2019 ma attualissimo è invece L’uomo che sussurrava aiuto! del gruppo Onda Larsen, scritto dalla prolifica Lia Tomatis. Una trama complessa nella quale si intrecciano più personaggi e più argomenti, il tutto trattato con la leggerezza frizzante e brillante che li contraddistingue. Mario (Riccardo De Leo, vittima sacrificale), che ha deciso di abbandonare i social network, è un disegnatore che aspetta un figlio dalla propria compagna. Improvvisamente la sua vita viene stravolta dal suo migliore amico (Gianluca Guastella, vena pulsante di commedia) e dalla fidanzata influencer (la stessa Tomatis vestita di paillettes entra sulle note di Immigrant song dei Led Zeppelin) che gli ribaltano e rivoluzionano la vita tra fraintendimenti e incomprensioni dimostrandoci come il virtuale di internet possa generare mostri tangibili nel mondo reale. Le foto su Instagram e le storie su Facebook si inseguono, c’è di mezzo un film e varie bugie per promuoverlo. Poi un errore scatenerà l’inferno mediatico: Lascio tutto per fare il papa dimenticandosi l’accento finale. Qui si apre la parte più veloce e funambolica: la Chiesa, visto il grande numero di seguaci che in tutto il mondo sta chiedendo a gran voce la nomina di Mario al soglio pontificio, sta prendendo seriamente in considerazione l’evento. Un cardinale senza scrupoli (Pierpaolo Congiu che si muove come Lino Banfi in Vieni avanti cretino) e complottista, con l’amante come Borgia, vorrebbe diventare Pontefice. La folla nel mondo scende in piazza e si rischia la Terza Guerra Mondiale. Si ride ma di fondo dovremmo pensare che internet dovrebbe essere lo specchio della realtà e non fabbricarla. Ma siamo già arrivare al punto di non ritorno tra no vax, terrapiattisti, manipolatori della verità e sobillatori sovietici.

 

 

Spettacolo che ha oltre una decina d’anni Il codice del volo, concepito al Piccolo di Milano, ma che Flavio Albanese rigenera e rivitalizza ogni volta anche dopo aver toccato le 450 repliche. La regia di Marinella Anaclerio (prod. Compagnia del Sole di Bari) lo immerge tra una lavagna con l’autoritratto di Leonardo (disegno che proprio in queste settimane è in mostra ai Musei Reali torinesi), uno strumento musicale del quindicesimo secolo e due ali da putto. Di Albanese avevamo scritto che era la versione italiana di Russell Crowe, stavolta, quando si posa sulla testa un copricapo adamitico ci ha ricordato Franco Branciaroli e Jerry Calà. È il racconto in prima persona del tuttofare di Leonardo da Vinci, Tommaso Masini, aiutante, meccanico, amico, garzone, e attraverso di lui veniamo a conoscenza delle sterminate scoperte e invenzioni del genio fiorentino: lo studio sul volo appunto ma anche il progetto del cavallo in bronzo di otto metri mai realizzato, le regie teatrali di macchinerie senza attori, gli studi anatomici sui cadaveri, la deviazione dell’Arno, la taverna aperta con Sandro Botticelli e chiusa per intossicazione degli avventori, le ali che voleva mettere ad un vascello per farlo librare in aria, gli studi sulla centralità del Sole nella nostra galassia, fino ad arrivare all’Ultima Cena. Flavio Albanese (che qui ha slanci alla Dario Fo) è febbrile attore di razza, di mestiere, ha cuore, anima, è generoso, non si sottrae in questo che è il suo cavallo di battaglia, fiore all’occhiello del repertorio del gruppo barese, in questa narrazione che corre tra la magia dell’appassionato racconto e l’entusiasmo per la parola fuse con la meraviglia dell’ascolto. Una pièce che è anche un insegnamento per noi comuni mortali, la vita di un genio che è un’esistenza di sbagli e cadute e che però non fallisce l’esperienza, falliscono i giudizi.

 

 

Ne ha davvero per tutti, come un mitragliatore in una cristalleria, Massimiliano Loizzi, componente del collettivo Terzo Segreto di Satira, affabile, deliziosamente insolente, con il suo pungente, dissacrante, aggressivo, modo di stare sul palco, suo habitat naturale. Questo Storie per la fine del mondo (prod. Mercanti di storie) è apocalittico e caustico, cattivo, profondo e riflessivo, scoppiettante, ed è un piacere ascoltare appassionate arringhe ambientaliste, intervallate da bestemmie come da offese ad anziani in prima fila (definiti Beverly Inps) o ad un neonato che piange in fondo alla sala (invocando Erode). Con gli occhiali neri d’ordinanza è un capopopolo dalle battute sferzanti, a tratti denigratorie (il pugliese è il gradino più basso dell’evoluzione umana, afferma l’attore di origini pugliesi) come nella migliore tradizione della stand-up, che comunque attacca. Non si ride soltanto perché l’ossatura centrale è costituita da impegnate, ma non seriose, considerazioni e saggi ragionamenti su crisi climatica, riscaldamento globale, allevamenti intensivi, le rinnovabili, la presunta invasione degli stranieri nel nostro Paese. È acido, Non sono Beppe Grillo perché mio figlio è troppo piccolo per stuprare qualcuno, è politico, si scaglia contro il Pd, contro Fassino, contro la trap e Fabio Volo, contro Papa Bergoglio e la frociaggine evocata, ma poi non mancano bordate pure per SalviniMeloni Draghi. Spassosissimo l’elenco (largamente condivisibile) delle persone che detesta dove appaiono Red Ronnie, i no vax, chi ti saluta dicendo Buona vita, chi nudo alla fine della doccia spanna il vetro con il tergicristalli, chi dice resilienza, chi dice Il Pd è di sinistra, chi dice Voto Calenda perché è una brava persona, chi si lamenta di chi si lamenta. Vota Loizzi, Loizzi forever.

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Sono laureato in Scienze Politiche alla Cesare Alfieri di Firenze, sono iscritto all'Ordine dei Giornalisti dal 2004 e critico teatrale. Ho scritto, tra gli altri, per i giornali cartacei Il Corriere di Firenze, per il Portale Giovani del Comune di Firenze, per la rivista della Biennale Teatro di Venezia, 2011, 2012, per “Il Fatto Quotidiano” e sul ilfattoquotidiano, per i mensili “Ambasciata Teatrale”, “Lungarno”, per il sito “Words in Freedom”; per “Florence is You”, per la rivista trimestrale “Hystrio”. Parallelamente per i siti internet: succoacido.it, scanner.it, corrierenazionale.it, rumorscena.com, Erodoto 108, recensito.net. Sono nella giuria del Premio Ubu, giurato del Premio Hystrio, membro dell'A.N.C.T., membro di Rete Critica, membro dell'Associazione Teatro Europeo, oltre che giurato per svariati premi e concorsi teatrali italiani e internazionali. Ho pubblicato, con la casa editrice Titivillus, il volume “Mare, Marmo, Memoria” sull'attrice Elisabetta Salvatori. Ho vinto i seguenti premi di critica teatrale: il “Gran Premio Internazionale di critica teatrale Carlos Porto '17”, Festival de Almada, Lisbona, il Premio “Istrice d'Argento '18”, Dramma Popolare San Miniato, il “Premio Città di Montalcino per la Critica d'Arte '19”, il Premio “Chilometri Critici '20”, Teatro delle Sfide di Bientina, il “Premio Carlo Terron '20”, all'interno del “Premio Sipario”, “Festival fare Critica”, Lamezia Terme, il “Premio Scena Critica '20” a cura del sito www.scenacritica.it, il “Premio giornalistico internazionale Campania Terra Felix '20”, sezione “Premio Web Stampa Specializzata”, di Pozzuoli, il Premio Speciale della Giuria al “Premio Casentino '21” sezione “Teatro/Cinema/Critica Cinematografica e Teatrale”, di Poppi, il “Premio Carlos Porto 2020 – Imprensa especializada” a Lisbona. Nel corso di questi anni sono stato invitato in prestigiosi festival internazionali come “Open Look”, San Pietroburgo; “Festival de Almada”, Lisbona; Festival “GIFT”, Tbilisi, Georgia; “Fiams”, Saguenay, Quebec, Canada; “Summerworks”, Toronto, Canada; Teatro Qendra, Pristhina, Kosovo; “International Meetings in Cluj”, Romania; “Mladi Levi”, Lubiana, Slovenia; “Fit Festival”, Lugano, Svizzera; “Mot Festival”, Skopje, Macedonia; “Pierrot Festival”, Stara Zagora, Bulgaria; “Fujairah International Arts festival”, Emirati Arabi Uniti, “Festival Black & White”, Imatra, Finlandia.

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