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Chi in Pinocchio ha sempre visto soltanto un burattino di legno ne ha colto soltanto la sua patina superficiale: Pinocchio è il diverso, il differente, il dissimile, il difforme, il discordante, il disuguale dalla massa. In un mondo di bambini in carne ed ossa lui è fatto di pino, ha un naso che si allunga, è nato soltanto dal padre. Il regista napoletano, pedagogo sensibile e formatore Davide Iodice ancora una volta lavora in teatro portandoci dentro urgenze sociali, di collettività, di umanità, come nella pièce La Luna dove si faceva il parallelismo tra i rifiuti solidi urbani e le persone considerate scarti, avanzi superflui.
C’è una grande verità in questo Pinocchio (a cura della compagnia della Scuola Elementare del Teatro – Conservatorio popolare delle arti sceniche, prod. Interno 5, Teatro APS, Campania Teatro Festival, Forgat ODV, Teatro Trianon Viviani; visto al festival Narni Città Teatro) che esce ed erompe dal palco e tutti trascina per semplicità e potenza, vitalità e forza.
In scena un gruppo di ragazzi diversamente abili (affetti da Sindrome di Down, autismo, Williams, Asperger) accompagnati sulla scena da genitori o parenti o amici per raccontare un pezzo della loro biografia e delle loro giornate.
C’è il grillo parlante che è un povero Cristo che si porta la sua croce sulle spalle stanche: Mi hanno schiacciato sotto il peso delle paure, delle diagnosi, del disamore, dice curvo, ripiegato su se stesso. Pinocchio, come questi ragazzi, ha sempre sofferto del giudizio sociale, anzi del pregiudizio, dello sguardo ora compassionevole, adesso finto amorevole, ora consolatorio, con quella gentilezza di maniera che ti fa sentire lontano dalla normalità, qualsiasi cosa voglia dire questa parola, guardato con sospetto e a tratti anche con ribrezzo come un oggetto strano e raro, un qualcuno da compatire, e spesso allontanare, con sorrisi di circostanza.
Sono tanti Pinocchio con i loro nasi con l’elastico, che vorrebbero essere considerati come gli altri ragazzi: c’è Giorgio con la madre Patrizia, Chiara e la mamma Pina, Yuri e il padre Renato, Mauro il cugino di Stefano, Cinzia la mamma di Ariele, Tommaso e la mamma Paola, Gaetano e l’amica Serena, Alì l’amico di Federico.
In queste presentazioni pubbliche, sono gli adulti a dire bugie velate d’ironia acre ai loro figli: li rassicurano che la nostra società troverà loro uno spazio adeguato e rispettabile nel mondo, che riusciranno ad avere un compagno di vita e a formarsi una famiglia, che faranno figli e avranno un lavoro stabile e soddisfacente, che saranno accolti e non abbandonati. Siamo tutti uguali dicono con una lieve, sottile amarezza. Si sentono esclusi, emarginati, marginali, sempre in trincea a schivare i colpi. Si chiedono che cos’è una persona (che è anche il sottotitolo), che cos’è la normalità, che cos’è il futuro.
Impossibile non commuoversi di fronte alle dichiarazioni di questi genitori, stanchi ma orgogliosi dei passi avanti fatti dai loro cari (anche grazie al teatro e a persone come Iodice), che hanno accettato questo tempo dilatato con consapevolezza ma senza più rabbia sterile.
Se i genitori Geppetto e la Fata Turchina stanno diventando anziani, per loro il timore più grande è il dopo, quando non ci saranno più a proteggerli, sostenerli, tutelarli e la loro ansia è proprio quella legata al tempo che avanza e al lasciare soli, in un mondo ostile o quantomeno indifferente, i propri amati.
La fame di vita di questi ragazzi è insaziabile e vorace, chiedendo costantemente Che facciamo dopo? con i genitori che tentano di arginare le domande donandosi generosi, spendendosi anima e corpo fino all’ultima energia per cercare di alleviare sofferenze e dolori, di cercare soluzioni, tamponare emergenze.
Si aprono, si confrontano sui loro desideri, comuni ai coetanei, ma purtroppo irrealizzabili, chiedono più pazienza e ascolto. In un’altra occasione scenica assistemmo ad un nuovo binomio tra il burattino di Collodi e la disabilità con lo spettacolo dei Babilonia Teatri con persone, adesso invalide, uscite dal coma dopo aver subito importanti lesioni in gravi incidenti.
Fragilità esposte desiderose soltanto di essere guardate con occhi diversi, con il cuore e le orecchie aperte al dialogo, allo scambio paritetico. Senza pelle si mostrano, non hanno più paura del giudizio, cercano soltanto solidarietà, vicinanza, umanità. In fondo siamo tutti Pinocchio.
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