Promemoria. Sul teatro in furgone di Giulio Stasi

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«Ben arrivati. Avvicinatevi al portellone laterale. Quando lampeggeranno le quattro frecce potrete aprirlo. Entrate. Vedrete una piccola panca alla vostra sinistra. Chiudete il portellone e poi sedetevi. Emma può stare e muoversi come vuole»: questo il messaggio WhatsApp che Giulio Stasi mi ha mandato, il 25 giugno scorso, quando nel parcheggio sotto casa mia ha donato, a me e alla mia cagnolina, Un caffè sospeso, performance che realizza nel suo furgone da artista nomade e inclassificabile.

Un teatro molto stretto, il suo, figlio di una visione molto larga.

Promemoria, ho chiamato queste note, dal titolo di una raccolta di Andrea Bajani: rintraccio una fonda affinità tematica, stilistica e funzionale, tra quelle brevi, autobiografiche ed esortanti poesie e la creazione mobile di Giulio Stasi.

Un caffè sospeso andrebbe programmato in ogni Festival di teatro contemporaneo d’Italia, se i Festival fossero ancora affaccio sul nuovo, al di là dei soliti nomi à la page che tutti chiamano per nome come parte di una grande Famiglia (maiuscola non casuale).

Dovrebbe arrivare in ogni Festival di teatro contemporaneo d’Italia, questo furgone stracolmo di arte-in-vita, se le creazioni fuori formato, se ciò che difficilmente è incasellabile, se chi è difficilmente incasellabile, se la miniatura e il sussurro avessero ancora spazio e sostegno.

E invece: il mondo, anche quello strambo delle scene contemporanee, si sa, va da tutt’altra parte.

In tale desolante paesaggio Un caffè sospeso, costola di un progetto analogo ma più imponente, Morandi, funziona da promemoria per almeno tre motivi.

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LESS IS MORE

Quindici minuti circa, giusto il tempo di entrare, abituare gli occhi al semibuio, ascoltare la calma e appassionata voce (registrata) di Giulio Stasi, guardarlo alzarsi dal letto, entrare in doccia, prepararci e offrirci un caffè.

Ed ecco che la performance è già finita.

Less is more, ci hanno insegnato.

A saperlo fare, altrimenti less è niente.

Qui, invece: pochi segni chiari e significanti, evidenza di chi conosce il mestiere di comunicare.

E un affaccio vertiginoso su un un’altra vita, fragile e determinata, evidenza di chi usa l’arte come strumento di conoscenza.

Compresenza ed equilibrio di elementi complementari: esercizio di vastità attraverso il poco poco.

Bisogna saperlo fare.

Bisogna volerlo fare.

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RISERVATEZZA ED ESTROFLESSIONE

«Questo è un luogo intimo per me. Raramente lascio entrare qualcuno»: sono le prime parole che si ascoltano, in questa complice intrusione.

Il delicato riserbo chiama altrettanto.

La micro-comunità temporanea che Giulio Stasi istituisce mediante il suo offrirsi mi e ci ricorda il prerequisito del patto teatrale: l’incontro tra umani.

A proposito di offrirsi: il titolo Un caffè sospeso richiama l’ormai dimenticata pratica del dono. In un modo in cui ogni cosa è mercanteggiata, è un fatto ancor più prezioso. Meglio: è un fatto.

«Getta il tuo pane nell’acqua, perché in molti giorni lo ritroverai», è scritto nell’Ecclesiaste.

Forme diverse, quella e questa, di perseguire il sacro.

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CANTO ALLA DURATA

Il tempo, si sa, è elemento costitutivo dell’arte performativa.

Allargando: di ogni vita. Di ogni attraversamento del mondo.

La commovente miniatura di Giulio Stasi ha la forma, la forza, l’andamento di un canto.

Più commovente, nel senso letterale del far muovere insieme, di molte mastodontiche, inutili produzioni che ci è dato vedere (e pagare con le nostre tasse, sarebbe sempre bene ricordarselo).

Un caffè sospeso è «un piccolo pieno in mezzo a un grande vuoto», per dirla con Samuel Beckett.

Un accadimento per cui molto, molto, ringraziare.

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Esercizio: trattare la felicità come
un organo qualsiasi. Dire tre volte
trentatré respirare a bocca aperta.
Se fa molto male farsi massaggiare.
Se si infetta d’infelicità disinfettare.
Camminare senza fretta. Riposare.

[ Andrea Bajani, Promemoria, Giulio Einaudi Editore, 2017, p. 26 ]

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