Visto da noi: Panchatantra del Grande Teatro di Lido Adriano

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ph Nicola Baldazzi

A circa un anno di distanza torno a scrivere del Grande Teatro di Lido Adriano per parlare del loro spettacolo Panchatantra, andato in scena a inizio giugno, tra una pioggia e l’altra, con la direzione artistica di Luigi Dadina e Lanfranco Vicari.

Per chi non lo sapesse il Grande Teatro di Lido Adriano è un progetto performativo vivo e complesso, comprendente laboratori di teatro, musica, canto rap, che si identifica con uno specifico luogo: il CISIM, a Lido Adriano. Un luogo a metà tra casa del popolo e spazio culturale.

Qui si trovano persone di ogni età, lingua, cultura e religione, che vengono accolte e incluse in laboratori, incontri, momenti di relax, e che scoprono di poter intrecciare la propria storia a quella di altre persone. Ognuno a suo modo e nella sua libertà. L’unica regola del Grande Teatro: o si arriva tutti o non arriva nessuno.

È proprio di questa libertà che ho parlato nel precedente articolo sul Grande Teatro. Lo spettacolo dell’anno scorso, Mantiq At-Tayr Il verbo degli uccelli, per quanto corale, lasciava trasparire l’individualità di ciascuno dei partecipanti. E infatti si apriva, simbolicamente, con un direttore d’orchestra che, piedi a mollo, dirigeva le onde del mare, senza riuscire davvero a farsi obbedire.

Lo spettacolo di quest’anno, Panchatantra, si apre in modo simile. E rilancia.

 

ph Nicola Baldazzi

 

Il pubblico è in spiaggia davanti al mare, in attesa di qualcuno. Ed ecco che arriva il direttore d’orchestra, lo stesso dello scorso anno. Questa volta però è accompagnato da un co-direttore.

Il rituale è lo stesso. Spalle al pubblico, fronte al mare, braccia levate, bacchetta in mano. Dirigono le onde.

I due sono diversi e hanno movimenti diversi ma entrambi fanno la stessa cosa, o almeno ci provano, perché, per quanto lo dirigi, il mare si muove sempre come gli pare.

Due i direttori, come due i protagonisti della storia che verrà narrata. Il doppio diventa dall’inizio chiave di lettura di tutto quanto. Un doppio che è specchio ma che riflette in modo diverso, dove chi ci somiglia non ci somiglia mai del tutto. Ma anche un doppio che è sequel, quindi proseguimento di un percorso. Non si riparte mai da zero, ma si va avanti e questo è ben dimostrato nella crescita del Grande Teatro che quest’anno rilancia, aggiungendo improvvisazioni, danze, cori, al grande coro multiforme dello spettacolo, che stavolta si cimenta con un testo più impegnativo e dai significati sottili. Porta, infatti, in scena il pantano del potere, della politica, della società del successo, e vi scava dentro fino a trovare l’umanità nelle bestie che lo popolano.

Ma andiamo prima di tutto a vedere come procede lo spettacolo.

Dopo l’ormai abituale rito davanti al mare, Tahar Lamri, il drammaturgo che ha curato l’adattamento del testo, conduce il pubblico verso il CISIM, accompagnato per mano da due bambine, in silenzio.

Lungo il percorso si fanno tre pause, tre tappe in cui si ascolta un piccolo coro di tre ragazzi. Declamando all’unisono con fare enciclopedico, ritmo sostenuto, voce chiara e forte, il coro ripete parola per parola l’introduzione alla traduzione araba dell’VIII secolo del Panchatantra.

La prefazione fornisce date precise e informazioni sull’origine del testo, composto in sanscrito nel III secolo d.C, e ritenuto la più antica raccolta di favole dell’India. Nei secoli successivi si è diffuso dal sud al nord del continente indiano, e poi è stato tradotto in persiano, arabo, latino, spagnolo, tedesco, fino all’italiano nel XVI secolo. Insomma, il succo è che il testo, per centinaia di anni, è stato considerato prezioso e importante da letterati e sovrani, oltre che da uomini e donne del popolo. Ma oggi in occidente è quasi sconosciuto.

Rimarcando, tramite il coro, l’importanza che il testo aveva in passato, sembra che Luigi Dadina e Tahar Lamri, vogliano rimproverarci per aver perso questa conoscenza, fondata sulla consapevolezza di poter imparare dalle culture lontane e sul desiderio di accoglierle e conoscerle. Due valori che, invece, animano il Grande Teatro.

Arrivati al CISIM, il pubblico viene fatto entrare a piccoli gruppi.

Si attraversa il giardino, circondati da attori, quasi immobili, nei panni di abitanti selvatici, vegetali o animali, di un mondo esotico.

Ogni gruppo di spettatori è accolto da due attori, i due sciacalli protagonisti del primo racconto del Panchatantra, Kalila e Dimna. I due improvvisano un prologo che diventa dialogo e poi scontro di coscienze. Ci troviamo presso la corte del re Leone, Dimna vuole entrare a farne parte, ritagliarsi una fetta di potere, Kalila invece non è interessato e cerca di dissuaderlo.

Dopo questa introduzione il pubblico siede e si trova davanti ad un vero e proprio muro di persone, una scenografia vivente. In basso un coro di bambini e ragazzi, sopra di loro i musicisti e infine i personaggi della corte: leone, tigre, giraffa, poi verranno anche i cani, gli sciacalli e il toro.

Nella regia di Luigi Dadina ciascuno di questi personaggi viene moltiplicato fino a diventare un coro. Due le tigri, due le giraffe. Sei i leoni. Un intero gruppo per il toro. E uno solo l’asino. Numeri per nulla casuali.

Il leone e il toro sono più numerosi, perché hanno il potere, la forza, la solidità dalla loro. Ma c’è anche altro. Gli attori che interpretano il leone sono sei, di età diverse, dall’anzianità alla prima infanzia e veicolano, con i loro silenzi o le loro battute (alcune dette in romagnolo), aspetti diversi della personalità del leone. C’è chi è rassegnato, chi è spaventato, chi è arrabbiato, chi è affamato (la più giovane, la bambina, mangia per tutto il tempo dello spettacolo).

 

ph Nicola Baldazzi

 

Quando ho parlato del lavoro di scavo, che mette in luce l’umanità dei personaggi, facevo riferimento anche a questo particolare che è una vera e propria rappresentazione visiva dello spettro emozionale umano.

L’asino, invece, è uno. Dice sempre la verità, ma nessuno lo ascolta. È l’unico personaggio sicuro di sé, non diviso, ma nella sua unicità è solo.

Dietro tutti loro c’è la parete del CISIM, dove l’anno scorso Nicola Montalbini aveva dipinto le montagne del Verbo degli Uccelli, che si intravedono ancora, anche se coperte e ridipinte. Al posto loro Montalbini stavolta ha dipinto una città. Su facciate, architravi, tetti, guglie, colonne, compaiono facce di animali, baffi di felini, corna di toro.

Nel momento in cui gli spettatori ci sono tutti, la prefazione è stata letta, il prologo è terminato, comincia il racconto vero e proprio.

L’intera città è terrorizzata dalla voce profonda di un toro, proveniente dalla palude. I consiglieri del re non sono in grado di dare consigli. Allora Dimna, lo sciacallo, riesce a inserirsi a corte e si offre di fare da intermediario tra il leone e il toro. Scopre che il toro non è pericoloso ma solamente preoccupato, perché ha perduto il fratello nella palude. Così Dimna lo conduce a corte e nel regno torna la pace.

Ma in pace non si prospettano guadagni per Dimna, anzi, il toro rischia di prendere il suo posto come consigliere. Così lo sciacallo inizia un gioco di menzogne, come uno Iago shakespeariano. Fa credere al toro che il leone voglia farlo fuori e viceversa. I due iniziano ad essere vittime della paura, fino a che, nel momento del confronto, il leone salta al collo del toro e lo uccide. Solo dopo averlo fatto si rende conto di essere stato ingannato ed è divorato dal senso di colpa.

La storia è cupa. I personaggi sono deboli, sempre vinti dalle loro emozioni, paura, rabbia, orgoglio, bramosia. Quello che viene narrato è un omicidio e le sue conseguenze su chi ne è responsabile.

Sicuramente non è un testo facile.

Ma è prezioso e utile.

Mette in scena le dinamiche di un mondo interiore nel quale ognuno può trovare una traccia della propria storia. Usa il linguaggio universale della favola che, come dice Tahar Lamri, è l’alfabeto dell’umanità.

In più ritorna, come l’anno scorso, il tema della ricerca di sé (all’interno del mondo animale). Nel Verbo degli Uccelli la ricerca portava ad uno specchio nel quale guardare sé stessi, nel Panchatantra è una ricerca di sé nell’altro e arriva al culmine quando il leone, dopo aver ucciso il toro, si rende conto di non essere diverso da lui, di essere mosso dalle stesse paure, di provare le stesse emozioni.

Le sonorità musicali, i ritmi caldi e profondi, trascinano i corpi degli attori e li fanno vibrare in scene che ricordano quasi una macumba. In uno di questi momenti alla musica si sovrappone il grido all’unisono degli attori che urlano una sola, significativa, parola: bestie.

Le musiche, curate da Lanfranco Vicari, che spaziano tra il rap, il funk, il blues, richiamano sonorità esotiche, come la salmodia della preghiera islamica o le melodie dei griot, i cantori custodi della cultura nel mondo africano. La parte musicale in scena è guidata da Lanfranco stesso e dalla voce piena e luminosa di Jessica Doccioli e crea uno spazio sonoro sempre presente (anche quando non c’è musica, musicisti e cantanti sono in scena).

In questo spazio ogni movimento e gesto trova un eco e si carica di significato.

Musica, illustrazione, teatro, ma anche storia, cultura, lingua, dibattito sociale. Al CISIM sembra che ci possa stare di tutto. E infatti c’è spazio per tutti, utilizzando gli spazi stessi in maniera aperta e non convenzionale, con spettacoli itineranti che attraversano il quartiere, ti portano in spiaggia, ti fanno girare attorno ad una struttura e stare in giardino di fronte ad una parete. È un teatro che si fa mondo, per poter abbracciare tutto quanto e cambiarlo da dentro, ripercorrendolo e cementando intrecci di strade, luoghi, vite, persone. Un teatro grande, appunto, come dice il nome.

 

ph Nicola Baldazzi

 

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