Il rituale teatrale sul “Pubblico Bene” in Sardegna

foto di Amelia Nieddu
foto di Amelia Nieddu

La Stagione 2025 di Teatro Ridotto, per il sesto anno sotto la direzione di Lina della Rocca, accoglie 14 spettacoli firmati perlopiù da artiste/i e compagnie emergenti: da qui il titolo Pescatori di perle, per esprimere il «costante impegno di Teatro Ridotto – racconta Antonella De Francesco, che affianca della Rocca nella direzione artistica – nello scovare e accogliere con cura e amore le creatività che stanno “sottacqua” o nel “sottosuolo”, ancora dunque nascoste ma che cercano spazio e visibilità». Al calendario si aggiungono progetti speciali, tra scambio di pratiche, laboratori, mostre e molto altro. 

È proprio nel contesto di Pescatori di Perle che è in programma Pubblico Bene (2 febbraio, ore 20.00), pièce tra parole, musica e video, ideata e realizzata da Simone Azzu e Martino Corrias, già collaboratori per lo spettacolo Petter: prigioniero politico. Con quest’ultimo lavoro, prodotto da SHIP e Compagnia Meridiano Zero, portano in scena una riflessione sul bene pubblico a partire da una ricognizione storica, fra il post-guerra e l’oggi, sulla propria condizione di emigrati nel Nord Italia e la percezione del loro territorio d’origine: la Sardegna.

Come nasce Pubblico Bene e cosa rivela questo titolo del tema di questo lavoro? 

«Il Pubblico Bene – racconta Simone Azzu – analizza il concetto di bene pubblico a partire da un territorio specifico, ovvero la Sardegna, mia terra d’origine e di Martino Corrias, co-autore di questo progetto. Si tratta dunque di un lavoro molto personale, ma che al contempo contiene numerosi temi universali, che hanno a che fare con il colonialismo, la turistificazione, il capitalismo, la nostra percezione dei luoghi.

Siamo partiti da alcuni filmati di archivio per fare una sorta di viaggio nel tempo in quella che era la Sardegna nel post-guerra e valutare gli aspetti che l’hanno portata a essere quella attuale, ovvero una terra considerata, da chi non ci vive, esotica o giusta solo per delle vacanze. Il percorso è poi attraversato dalle mie riflessioni sul tornare a vivere in Sardegna o meno, dalle domande sul preferire la nostalgia o l’essere un cittadino attivo, sull’abbandonare questa terra o recuperare un rapporto con essa. C’è dunque tutto questo nella pièce, che è in continuo mutamento: per esempio, sono andato di recente a fare nuove riprese e ho capito delle cose nuove, tanto che quella al Teatro Ridotto sarà una versione nuova del lavoro, con alcune integrazioni». 

Prima per raccontare della Sardegna hai citato la parola “colonialismo”. Cosa intendi? 

«Nella pièce dico sempre che la Sardegna è stata una colonia: dei romani, dei savoia, degli aragonesi, degli italiani, degli americani. Inoltre, più del 60% delle basi militari italiane in questo momento si trovano proprio in Sardegna e ciò la rende un luogo di servitù militare ed energetica, avvistando terreni che poi diventano inservibili a qualsiasi altra attività. E queste modalità vengono fin dai tempi dell’antica Roma, che ha reso Sardegna e Sicilia il proprio granaio. Più avanti nei secoli arrivò il tempo della costruzione delle grandi ferrovie che collegavano l’asse Torino-Milano, costruite disboscando la Sardegna e prendendo gran parte delle possibilità di legname. Si è industrializzata rapidamente la zona piemontese-lombarda, ma il sud ha ancora oggi un sistema ferroviario inadeguato, dal momento che nel 2025 ci ritroviamo ancora a fare più di tre ore per percorrere la tratta Sassari-Cagliari».

foto di Davide Agostini

Come avete lavorato e a quali materiali avete fatto riferimento?

«Sul piano pratico, abbiamo visionato un centinaio di filmati dell’Archivio Storico della Regione Sardegna (ndr Sardegna Digital Library) e in particolare quelli del documentarista Fiorenzo Serra, fondamentale per la valenza storica delle sue immagini del post-guerra e figura di riferimento per il cinema sardo. Da qui, ci siamo messi in dialogo con tutti questi materiali, grazie il progetto video di Claudia Virdis e attraverso il suono, la musica, la parola. 

Dal punto di vista ideativo, sia io che Martino siamo emigrati al Nord, abbiamo vissuto lontani dalla Sardegna per molti anni e ora siamo tornati a viverci. In una prima fase, quando ci trovavamo a Bologna, abbiamo lavorato con il Circolo Sardegna Bologna. Abbiamo quindi iniziato a ragionare sul tema dell’emigrazione e Pubblico Bene è diventato, di fatto, una problematizzazione e un’analisi della questione, senza con ciò avere la pretesa di dare risposte o soluzione. Per quanto mi riguarda, lavorare a questa pièce è stato catartico, perché ho capito che, se sentivo tutta questa urgenza di parlare della Sardegna, dovevo tornare a viverci: non aveva senso avere la presunzione dell’artista e intellettuale che si arroga il diritto di trattare certi contesti guardandoli da lontano. Ho sentito dunque l’esigenza di tornare a essere cittadino, di vivermi alcuni aspetti, di tornare a conoscere questa terra, di pagarci le tasse». 

foto di Carlo Sgarzi

La ricerca e le vostre riflessioni come prendono vita sul palco?

«Pubblico Bene ho difficoltà a definirlo “spettacolo”. È qualcosa di ibrido, un viaggio tra suoni, musica elettronica, video storici e contemporanei, voci. Noi non siamo in scena, ma stiamo in mezzo al pubblico, con diverse postazioni microfoniche, mentre al centro della sala c’è la nostra “astronave”, ovvero il banco di strumenti musicali, che ci serve per sonorizzare live il progetto video. Quest’ultimo si compone di alcuni filmati dall’Archivio della Regione Sardegna e altri di Fiorenzo Serra che riprendono alcuni specifici luoghi negli anni ‘50. Io mi sono spostato negli stessi spazi e ho eseguito le stesse inquadrature, per valutare come sono diventati adesso. Di fatto niente appare cambiato, a parte qualche insegna luminosa, ma dai video di Serra quei luoghi sembrano morti, mentre oggi paiono ancora vivibili e abitabili. Questo paragona ci aiuta a mettere in luce il tema della percezione dei luoghi: a Bologna mi capitava spesso di incontrare persone che mi chiedevano cosa facevamo noi sardi in inverno. Io ne rimanevo basito, la mia risposta istintuale sarebbe stata “viviamo!”. La Sardegna ha più di un milione e mezzo di abitanti: siamo lontani e dislocati, in un territorio che appare enorme. Si pensa dunque che in Sardegna, come negli altri territori periferici, il tempo si fermi e che quello spazio esista solo nel momento in cui ci stiamo. E invece quello che vogliamo dire è che i luoghi periferici continuano a esistere e resistere anche quando rientriamo nelle nostre metropoli».

Componete un ambiente sonoro complesso. A che sonorità fate riferimento e che tipo di esperienza si viene a creare?

«Il riferimento è alla tradizione sarda, io canto a volte a cappella, Martino invece fa un incredibile lavoro di rielaborazione elettronica, riprendendo sia il canto gutturale rimodellandolo su ritmi contemporanei, sia i suoni del mondo naturale, compreso il vento che fa suonare i campanacci. Nei filmati d’archivio si vedono inoltre balli e le danze sarde e noi le accompagniamo con dei suoni della tradizione e dell’elettronica, che desta una sensazione di fastidio, uno stridore. Questo va di pari passo con i temi complessi che affrontiamo e il modo in cui li trattiamo: non si tratta di questioni leggere e non vogliamo raccontarle in maniera accomodante, e così neanche la musica (curata anche dal sound engineering Stefano Daga), che può risultare a tratti violenta».

A quale pubblico vi rivolgete e che esperienza intendete proporre? 

«Il mio desiderio è quello di offrire qualcosa di immersivo, in cui le parole abbiano un effetto quasi liturgico, una denuncia religiosa. Il linguaggio però, sebbene sia tutto in rima, è molto duro, non volgare ma soltanto diretto: mi prendo il diritto di chiamare i turisti cinghiali, o di parlare male di chi ha costruito le industrie e non si è mai preoccupato di bonificare il terreno che poi ha lasciato… questo anche perché riflettere sul bene pubblico mi ha portato anche a fare una valutazione rispetto al pubblico teatrale, che è tendenzialmente benestante e che, ogni tanto, va preso a schiaffi. 

Gli spettatori all’inizio pensavo fossero i sardi, poi le persone vicino a noi, ma ho capito che non è così. Questo lavoro ci sta sorprendendo, ora andremo al Val Susa Film Festival in un Liceo Scientifico sulle Alpi perché sentono vicino il tema della turistificazione e sono curiosi di vedere un altro territorio che ne parla. Ci ha sorpreso come, pur parlando della Sardegna, alcuni si immedesimano rispecchiandosi in dinamiche simili. Penso per esempio a Venezia, un’altra realtà che vive uno scollamento fra i desideri degli abitanti e quelli che sono invece i desideri del capitalismo. Stiamo inoltre organizzando una tournée in Sud America, per provare a portare Pubblico Bene in luoghi dove effettivamente il colonialismo è particolarmente sentito.  Il desiderio, dunque, è andare incontro a un pubblico che non ci aspettiamo, metterlo in crisi e allo stesso tempo stare vicino a delle persone in cui si riconoscono».