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Una festa triste che sa di funerale, di fallimento, di fine dei giochi dell’estate, di ridimensionamento, un cercare forsennatamente la gioia passata e la gloria ormai trascorsa, un tramonto, dentro piccoli meccanismi per rievocare quello che è stato su un filo, costante e continuo, di spaesamento, instabilità, pigrizia dei sentimenti. Un Garden Party, del francese Alexandre Pavlata (visto al Teatro Metastasio di Prato; prod. Compagnie N°8), che è la parodia di un ricevimento senza neanche l’ombra di un giardino, è una bolla in potenza, una parentesi sghemba, un sogno marcio andato a male, un’illusione psichedelica visionaria e trasformista dove un manipolo di urlanti imbellettati figuri (mai completamente festanti, ovvero a loro agio con l’essere spumeggianti fulcro dell’eccezionalità e dell’epifania del festeggiamento e dei brindisi) mettono in atto cliché modaioli reiterati, stanchi e stancanti. E’ qui la festa? chiedeva Jovanotti. In questo caso la risposta, sotto la patina superficiale dei lazzi e dei frizzi, dei cotillon e coriandoli d’occasione e d’appartenenza, sarebbe stata certamente una negazione. La musica è finita, gli amici se ne vanno, faceva da contraltare Umberto Bindi.
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Questi otto, più il cameriere deus ex machina e grande burattinaio, vivono in loop la loro condanna, ripetere forsennatamente e forzatamente una festa, o la sua copia-remake, in questo Purgatorio dove devono scontare la leggerezza, il vuoto, l’inconsistenza di certe esistenze libere e pruriginose, facili, poco serie, senza tabù e quindi, di conseguenza, senza il brivido dell’eccitazione. Sono sguaiati ed eccessivi ma sui loro zigomi e sulle loro sopracciglia i sorrisi sono di maniera e d’ordinanza e un velo di tristezza è palpabile e trasmissibile, concreto al di là dei denti digrignati, degli eccessi alcolici, degli occhi a fessura per celebrare la grande menzogna del divertimento a tutti i costi. Bicchieri e brindisi riempiono il macigno dei silenzi della suspense, tensione dell’assenza di parole, e la gara è a chi riesce, con ricchi gramelot contorti e conturbanti che spaziano dallo pseudo giapponese al realistico animalesco, dall’Haka neozelandese al gesto iconico di Bolt, dalle mosse da rapper consumati del barrio, a colmare questo gap uditivo e sonoro con discorsi senza senso, sillabe al vento per aggiungere suoni per coprire il dolore, l’assenza, la mancanza, parlarsi addosso per silenziare l’abisso del nulla, il baratro di certe ricorrenze sociali, il precipizio dove è facile cadere e scivolare con un calice in mano, la voragine e la solitudine personale che si trasforma in depressione in mezzo ad altri che fingono la tua stessa menzogna.
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Le donne starnazzano di botulino, gli uomini duellano e rischiano a poker in un clima di false armonie ipocrite da Love Boat tra pose plastiche e urletti isterici, siringhe e smorfie instagrammabili. Le morti come gli svenimenti sono teatralmente smodati, il tutto è imbevuto, come la bustina del tè nell’acqua calda, in una formalità da Galateo ridondante e rancido di banalità trite dove il conformismo, e la comfort zone, sta proprio nel ripetersi gli stessi vani concetti nella stessa salsa-modalità non-sense. Una comicità di pancia nella quale ci è sembrato di intravedere chiaroscuri di Benny Hill, lampi dei Monty Python, più spesso del nostro nazionale Bagaglino: le corse, le lotte, l’energia spiccia, la caccia, la deriva degli ammiccamenti e i riferimenti sessuali espliciti, i trenini, le orge, le sculacciate, le fellatio, i movimenti pelvici alla Elvis, in un’atmosfera grottesca, irreale, forzata, spinta, smisurata e inutilmente sfrenata, alla ricerca di una medicina a quel male interiore, a quello spleen, a quel down che dentro bussa senza sosta e chiede risposte a domande sempre inevase o post-poste. Solo lo champagne, status symbol, ornamento e perno identificativo tra chi ce l’ha fatta e il resto del mondo, pare essere la panacea di tutti i mali, il corroborante, il balsamo che guarisce tutti i parossismi, lenisce i guai, allevia le ferite, soprattutto quelle dell’anima, carezza le sdrucite pieghe di questi cuori spiegazzati. Sembra di stare dentro la festa iniziale de La Grande Bellezza sorrentiniana appunto qui sottolineata da Raffaella Carrà, in versione disco-dance, con la sua A far l’amore comincia tu. Un caos di disimpegno allo stato gassoso, come le bollicine del vino d’Oltralpe che danno alla testa e riempiono lo stomaco di aria fritta, senza sostanza, senza carne. La punizione finale di questo Caronte, portavivande e calapranzi, è il loro supplizio (e non supplì) in loop, come novelli Prometeo, per farsi perdonare, per depurarsi, per paradossalmente ripulirsi da tutta quell’inerzia imbastita, organizzata, calendarizzata. E’ il castigo, la penitenza e la sanzione per chi non ha vissuto ma ha solamente fatto finta di farlo di facciata con gioia istrionica e scadentemente deprecabile.
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