L’avventuriero, parola e spada

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Al Teatro Due di Parma è in scena fino a domenica 30 marzo uno spettacolo fiammeggiante, di parola e spada, che porta sul palco ben diciotto attori e attrici, ed è opera di un’incomparabile scrittrice di trecentocinquanta anni fa: L’avventuriero.

Prima di parlarne facciamo una premessa, sul testo e il contesto.

Il titolo originale di quest’opera, che ha debuttato a Londra nel 1677, è The Rover o The Banish’d Cavaliers. Anno e luogo ci dicono che stiamo parlando di teatro della restaurazione, termine che designa la produzione teatrale successiva al 1660, dopo la parentesi repubblicana e puritana dell’Inghilterra di Oliver Cromwell.

Questa produzione, che trova sfogo dopo diciotto anni di regime puritano e di chiusura dei teatri, tratta temi licenziosi con una certa amoralità e permette finalmente anche ad attrici donne di calcare le scene. Le due cose non sono collegate (o forse sì?).

In ogni caso, queste sono anche le caratteristiche di The rover, un frenetico intreccio di avventure romantico-sessuali nel contesto di una Napoli accesa dalle celebrazioni del carnevale.

La sua autrice, Aphra Behn, detta anche “l’incomparabile Astrea”, è comunemente considerata la prima scrittrice professionista della letteratura inglese. La Fondazione Teatro Due di Parma ha voluto riscoprirla e farla conoscere, dando il via a un programma a lei dedicato, con letture, convegni e la messa in scena de L’avventuriero.

La commedia racconta le vicende di tre cavalieri inglesi, quelli del titolo, e tre nobili dame spagnole. I tre uomini, il colonnello Belvile (Luca Cicolella), Fred (Luca Nucera) e Blunt (Massimiliano Aceti) appena arrivati a Napoli, si danno ai piaceri più sfrenati, nel tentativo di far dimenticare a Belvile l’amata Florinda, promessa sposa a un connazionale spagnolo.

Florinda (Francesca Tripaldi), si trova anche lei a Napoli e, assieme alla cugina Valeria (Cristina Cattellani) e alla sorella Elena (Lucia Lavia), destinata a diventare monaca, costituisce la controparte femminile dell’intreccio.

Le vite di tutti loro, così come i loro tentativi di cercarsi un partner, vengono sconvolti dall’arrivo dell’avventuriero squattrinato Willmore (Stefano Guerrieri). Un uomo che è tutto fuorché nobile, un dongiovanni sempre in cerca di avventure sessuali, caratterizzato da un fiuto proverbiale per la presenza femminile e dalla totale mancanza di decoro e di cervello.

Aphra Behn non fa giri di parole e non romanticizza i rapporti. Ci sono feste libertine e tentati stupri. Tutto ruota attorno al sesso. Anche le più dolci e poetiche parole d’amore, che sono quelle che Wilmore usa per sedurre la cortigiana Angelica (Valentina Banci), sono vuota menzogna, poco più dei latrati di un cane in calore. Wilmore ricorda proprio questo animale che usa più il naso che la ragione ed è sempre pronto a mostrare i denti.

L’avventuriero però trova qualcuno in grado di tenergli testa. Si tratta di Elena, smaliziata verginella, per nulla intenzionata a farsi suora, la quale arriva perfino a travestirsi da uomo per prendere Wilmore al guinzaglio e portarlo, infine, tra le coltri di un talamo nuziale.

Questo spettacolo è costruito dal regista Giacomo Giuntini in uno spazio scenico non convenzionale, in cui non ci sono palco e platea, e gli attori sfilano davanti e in mezzo alle gradinate degli spettatori, lungo le direzioni di una croce che, ad un capo, ha una struttura verticale in legno, una sorta di loggiato dal sapore antico.

Ogni direzione rappresenta una linea di entrate e uscite continue, con i personaggi che corrono da una parte all’altra ad un ritmo serrato. Colorati e sgargianti nei loro costumi secenteschi, sembrano uscire direttamente da un dipinto di Rembrandt e, nell’oscurità del teatro si accendono come fuochi nella notte. Non solo, ma si accendono anche d’ira, bruciano di passione, sono emotivamente fiammeggianti, sempre pronti a venire alle mani, a sguainare e trafiggere, a scopare e sposarsi, a parlare, mentire, accusare, costringere e sedurre.

Attorno ai personaggi non c’è niente. Gli oggetti di scena sono minimi e laddove compaiono rappresentano un’estensione stessa dei personaggi, entrando in scena con essi. È il caso della scialuppa, sopra a cui fanno il loro ingresso i tre cavalieri inglesi, in posa statuaria, quasi a sembrare il monumento Dos Descobrimentos sul molo di Lisbona. La stessa cosa avviene con Angelica, che si presenta dentro la sua tinozza da bagno, o con Lucetta (Irene Paloma Jona) e il suo lussurioso letto matrimoniale.

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Questa scelta rientra in un approccio comune alla scena teatrale, in cui l’oggetto evoca l’intero ambiente, una sineddoche scenografica alla quale lo spettatore è solitamente disposto a credere. Tuttavia, in questo caso, data l’interconnessione dello spazio scenico attoriale con quello spettatoriale, si genera un effetto come d’apparizione improvvisa, che non porta lo spettatore a completare con la sua immaginazione il quadro, ma semplicemente a godere di quel soggetto che gli si presenta in un contesto astratto. Il risultato è che l’attenzione è tutta sul personaggio, di cui si sottolinea l’azione in vece della situ-azione, in uno spettacolo che è tutto un agire, tra parate carnevalesche e parate di spada.

I numerosissimi duelli, coreografati da Renzo Musumeci Greco, seguono il ritmo quasi frenetico dello spettacolo. Sono rapidi ad accendersi e a concludersi. Quasi sempre doppi, tripli o corali, sono lì per fare da eco, con l’azione, alla passione dei personaggi, senza risolversi in semplice esibizione o parentesi coreografica.

Lo spettacolo offre, nel complesso delle sue due ore e quaranta delle quali non si sente il peso, un excursus efficace nel teatro di un’altra epoca, diretto e vitale come un colpo di stocco ben portato. Una visione utile per aprire una porta sul teatro di una volta, cornucopia di attori, personaggi e costumi, e fare la conoscenza di una penna importante ma non molto nota del teatro inglese.

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