Aprea: l’Apocalisse è qui ed ora

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Come un immergerci dentro i nostri peggiori incubi travestiti da contemporaneità, come tuffarci dentro le debolezze del nostro tempo, come fare un bagno, tra ironie suadenti ed urbane, dentro le nostre piccole esistenze. Dalla penna di Makkox, che evidentemente oltre a disegnare sa scrivere anche molto bene in maniera ficcante, precisa come un taglierino senza mai dimenticare la sagacia e una freschezza di spunti e un’inventiva lessicale pungente, e dalla presenza scenica di Valerio Aprea, con il suo stile stralunato (pare sempre capitato lì per caso), sempre in bilico tra il sospeso, il sorpreso e il cinico, nasce e germoglia questo ensemble di monologhi, LaPOCAlisse (visto al Teatrodante Carlo Monni di Campi Bisenzio; prod. Infinito e Fondazione Sipario Toscana), tutto incentrato sulla decadenza, la deriva, lo scivolamento, il down di questi nostri anni difficili ai quali non sappiamo porre rimedio se non fotografarli, affrescarli, al massimo riderne perché siamo piccole pedine di un gioco che, pur sforzandoci, non riusciamo a capire né comprendere fino in fondo. Aprea, vero mattatore, indomito imbonitore e domatore di folle, volto riconoscibile dalla serie Boris e sul piccolo schermo a Propaganda Live, interprete (secondo noi sottovalutato) per la gamma di atmosfere e colori che riesce a intonare e pennellare donando un’umanità dolorosa avvolta da una patina di sorriso, adesso, nei suoi resoconti, è fantozziano, altre si avvicina alla postura di Mastandrea, altre ancora è assimilabile ad Ascanio Celestini o ancora vi abbiamo trovato germi di nannimorettismo o infine portatore sano e depositario della poetica di Mattia Torre, con slanci riconducibili a Corrado Guzzanti, iperbolico, grottesco, chirurgico, lanciandoci perfino con un parallelismo che potrebbe apparire forzato con il grande Alberto Sordi.

Questa sua disamina è un’autopsia con un cadavere ancora in vita, la nostra società, senza anestesia ed è per questo che ne ridiamo grassamente quasi esorcizzando il dolore di stare dentro le sabbie mobili senza nessun appiglio per uscirne tranne trascorrere del tempo in attesa che qualcuno o qualcosa agiscano per nostro conto. Già il titolo è una matrioska, una scatola cinese dove caderci: è sia l’Apocalisse, quindi qualcosa di drammatico e definitivo, ma allo stesso tempo è anche Poca, quindi sì è grave ma in fondo non c’è troppo di cui preoccuparsi. E’ il nostro mondo dove preferiamo fare un meme sui social e l’ennesima freddura umoristica mentre il mondo va a rotoli e darci sonoramente di gomito sentendoci più intelligenti che cercare di prendere le contromisure, cosa più complicata e difficile, più faticosa e pesante. Perché siamo ignavi e svogliati e usiamo l’intelligenza per frivolezze e giochi di parole, per il battutismo che pervade ogni anfratto. I sei monologhi sono, con gusto raffinato e scelte azzeccate, intervallati da dipinti, musiche e fondali che cambiano cromaticamente creando un apprezzabile flusso che unisce parole spietate, quadri seicenteschi di Bruegel o quattrocenteschi di Memling, Jump dei Van Halen o Life on Mars? di David Bowie. Tra un monologo e l’altro (durata 1h45′, scorrevolissimo) l’attore, che seppur minuto, con padronanza della scena, grande vocabolario e destrezza dialettica, riempie con le sue parole e pause e silenzi e perifrasi il palco vuoto senza mai perdersi, ci conduce nel retrobottega, nell’artigianalità della scrittura, nel dietro le quinte della costruzione di un testo, la scelta di un termine, in quel flusso di coscienza che conduce ad una risata cerebrale, che è più duratura, più sentita, più vibrata.

Attraverso i racconti esagerati e caricaturali ci porta dentro la costruzione delle fake news politiche con l’escamotage del Fantacitorio (vocabolo e neologismi da loro coniato realmente entrato nella Treccani), il sogno dei treni per collegare Roma e l’Abruzzo, un banale incidente che diventa specchio divergente tra le opposte fazioni di coloro che si fidano della scienza e chi si affida alla scaramanzia, un mondo distopico governato da un algoritmo che trasforma il reale, la ricerca della chiave del garage caduta in una grata, la cronaca dei difetti e guasti di casa. Quasi un corpo a corpo con la platea, molto sollecitata in un play continuamente interattivo e partecipativo LaPOCAlisse è un felice esperimento a metà strada tra l’affabulazione e la stand up comedy, è una sorta di prontuario per tentare di salvarsi, di cercare una boa, una ciambella di salvataggio in mezzo a tutta questa confusione di input e segnali che ci travolgono, affliggono, invadono continuamente. Una scrittura panoramica, intelligente e profonda, che non perde il gusto per l’acume, la grazia e il pensiero vivace, che ci ha regalato anche qualche perla di saggezza e qualche consiglio di vita senza ergersi a Guru: che dovremmo parlare soltanto dell’unica materia che padroneggiamo con autorevolezza mentre nel resto dei casi dovremmo solamente tacere ed ascoltare, e la spiegazione psicologica sul perché, nella grande maggioranza dei casi, non aggiustiamo i piccoli guai all’interno delle nostre abitazioni, proprio perché ci siamo abituati al peggio e non per banale pigrizia ma perché ci siamo adattati, provando piacere ogni volta che riusciamo a sopperire alla rottura, alla mancanza, all’inconveniente casalingo, con nuovi espedienti astuti e stratagemmi che rinforzano la nostra autostima e rinsaldano in noi stessi l’idea che effettivamente siamo geniali, brillanti e intuitivi. Purtroppo o ci stiamo autoingannando o non ci siamo accorti, o non ci siamo voluti accorgere, che l’apocalisse è già in atto: come l’orchestra del Titanic noi ridiamo mentre tutto va a fondo.

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Sono laureato in Scienze Politiche alla Cesare Alfieri di Firenze, sono iscritto all'Ordine dei Giornalisti dal 2004 e critico teatrale. Ho scritto, tra gli altri, per i giornali cartacei Il Corriere di Firenze, per il Portale Giovani del Comune di Firenze, per la rivista della Biennale Teatro di Venezia, 2011, 2012, per “Il Fatto Quotidiano” e sul ilfattoquotidiano, per i mensili “Ambasciata Teatrale”, “Lungarno”, per il sito “Words in Freedom”; per “Florence is You”, per la rivista trimestrale “Hystrio”. Parallelamente per i siti internet: succoacido.it, scanner.it, corrierenazionale.it, rumorscena.com, Erodoto 108, recensito.net. Sono nella giuria del Premio Ubu, giurato del Premio Hystrio, membro dell'A.N.C.T., membro di Rete Critica, membro dell'Associazione Teatro Europeo, oltre che giurato per svariati premi e concorsi teatrali italiani e internazionali. Ho pubblicato, con la casa editrice Titivillus, il volume “Mare, Marmo, Memoria” sull'attrice Elisabetta Salvatori. Ho vinto i seguenti premi di critica teatrale: il “Gran Premio Internazionale di critica teatrale Carlos Porto '17”, Festival de Almada, Lisbona, il Premio “Istrice d'Argento '18”, Dramma Popolare San Miniato, il “Premio Città di Montalcino per la Critica d'Arte '19”, il Premio “Chilometri Critici '20”, Teatro delle Sfide di Bientina, il “Premio Carlo Terron '20”, all'interno del “Premio Sipario”, “Festival fare Critica”, Lamezia Terme, il “Premio Scena Critica '20” a cura del sito www.scenacritica.it, il “Premio giornalistico internazionale Campania Terra Felix '20”, sezione “Premio Web Stampa Specializzata”, di Pozzuoli, il Premio Speciale della Giuria al “Premio Casentino '21” sezione “Teatro/Cinema/Critica Cinematografica e Teatrale”, di Poppi, il “Premio Carlos Porto 2020 – Imprensa especializada” a Lisbona. Nel corso di questi anni sono stato invitato in prestigiosi festival internazionali come “Open Look”, San Pietroburgo; “Festival de Almada”, Lisbona; Festival “GIFT”, Tbilisi, Georgia; “Fiams”, Saguenay, Quebec, Canada; “Summerworks”, Toronto, Canada; Teatro Qendra, Pristhina, Kosovo; “International Meetings in Cluj”, Romania; “Mladi Levi”, Lubiana, Slovenia; “Fit Festival”, Lugano, Svizzera; “Mot Festival”, Skopje, Macedonia; “Pierrot Festival”, Stara Zagora, Bulgaria; “Fujairah International Arts festival”, Emirati Arabi Uniti, “Festival Black & White”, Imatra, Finlandia.