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Non ero mai stato ad Atri. Lo ammetto, una grave perdita per i miei occhi. Atri è un antro della sibilla, apre ad altri sensi, è incastonata tra la maestosità del Gran Sasso e il dolce abbraccio dell’Adriatico, è uno dei tanti gioielli d’Abruzzo troppo spesso sconosciuti. Le sue mura pietrose antiche e i suoi vicoli sono senza tempo; se ti fermi un attimo a respirare si inalano secoli di Storia, con la maiuscola, e cultura. Uno di quei luoghi rimasti veri, autentici, dove è palese e percepibile come il passato glorioso si intrecci al presente: l’eleganza dei palazzi, la spiritualità delle chiese, la passione di una terra orgogliosa e rigogliosa, il tutto impastato e da vivere come un prezioso racconto. Nel cuore di Atri, ad appena pochi passi dalla maestosa cattedrale di Santa Maria Assunta, il motivo dei miei viaggi: il Teatro Piceno, le sue linee neoclassiche, con i suoi ordini dorico e ionico, il frontone grecizzato, e una storia che affonda nell’Ottocento. Il teatro è la tribuna del pensiero umano, scriveva Victor Hugo e questo pensiero, ad Atri, ha trovato nel suo teatro un palcoscenico eterno.
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Dall’esterno la sua facciata è sobria ed elegante ed è stato paragonato alla Scala di Milano, all’interno invece la magia si svela e ci avvolge. La terra è teatro, e noi siamo i suoi attori, scriveva Shakespeare. Ogni palchetto, ogni intarsio, ogni angolo racconta storie di umanità. La sala a ferro di cavallo, accoglie lo spettatore in un abbraccio di eleganza senza tempo. Tre ordini di palchi, un capolavoro di artigianato, decorazioni dipinte con dorature che catturano la luce. Ma il vero gioiello del Teatro di Atri è la sua volta. Alzando lo sguardo, lo spettatore si trova di fronte a un cielo turchino che sembra aprirsi sopra di lui. L’affresco raffigura una musa simbolo di armonia e melodia, trionfante su un cocchio trainato da cavalli alati: è un invito al sogno, a lasciarsi trasportare. Il teatro è il rifugio dell’anima libera, diceva Goldoni. Il teatro è poesia che esce da un libro per diventare umana, diceva García Lorca, e ad Atri questa poesia si respira ogni volta che il sipario si alza. Racconti, emozioni, sogni, come quelli che abbiamo provato sulla nostra pelle assistendo alle pièce I due Papi e November, scelti all’interno di un cartellone con grandi nomi, e che qui di seguito recensiamo.
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Iniziando dal primo. Anthony Hopkins, protagonista della versione cinematografica, scritto da Anthony McCarten, sfornatore di blockbuster tra Broadway e Hollywood, appena morì il Papa Emerito Ratzinger fu messo su Repubblica che scambiò l’attore che aveva impersonificato Hannibal Lecter con il Pontefice che si era dimesso. Negli ultimi anni il Papato ha attirato l’attenzione del cinema: ricordiamo The young Pope del Premio Oscar Paolo Sorrentino come Habemus Papam di Nanni Moretti dove si profetizzava quello che sarebbe poi accaduto. Siamo nel solco tra il documentato e la fiction, tra il realmente accaduto e il romanzato: Ratzinger, che si vuole dimettere da Pontefice, si incontra con Bergoglio, ancora non salito al soglio di Pietro, che si vuole dimettere da cardinale. In queste due contraddizioni si scontrano due visioni opposte di intendere la missione della Chiesa, da una parte lo studio, dall’altra i poveri.
In una struttura pesante, di porte scorrevoli a pannelli a scomparsa, che si tingono di porpora o si illuminano con le proiezioni della Cappella Sistina o ancora si imbiancano di luce divina, tra volute di incenso l’incontro-frizione tra i due diventa acido o confessione, guerriglia o abbraccio. La regia di Giancarlo Nicoletti (per la traduzione di Edoardo Erba) pone i due Papi in un’immaginaria agorà di riflessione dialettica senza esclusione di colpi, quasi un ring (alla fine le sciarpe delle rispettive nazionali sottolineerà l’ambito sportivo) dove si ricorderanno gli abusi sessuali taciuti o le connivenze con il regime argentino di Videla e la questione desaparecidos. Sul palco due campioni del nostro teatro, atleti veterani instancabili della scena, Giorgio Colangeli (Ratzinger) e Mariano Rigillo (Bergoglio) che mostrano feeling, carisma, affinità elettive, evidenziando la vicinanza interiore tra i personaggi, senza scadere nella soap, la solidarietà tra uomini prima che tra uomini di fede. Tocco di classe è la scena in cui Ratzinger guarda in televisione Rex, la fiction con protagonista un cane poliziotto, chiamandolo il pastore tedesco che fu la copertina del Manifesto all’insediamento del Papa tedesco. Si annusano, non si stimano, sono critici l’un l’altro, sono su posizioni antitetiche ma riusciranno a trovare una sintesi per capirsi, sostenersi da peccatori come entrambi si autodefiniscono, ballando un tango di riconciliazione, di perdono, di assoluzione.
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Ancora di potere si tratta, ma analizzato con tutt’altro piglio e sfumature, con lo scoppiettante November che, seppur scritto nel 2007 da David Mamet, ha dentro i germi precursori di quello che sarebbe stato e successo in questi ultimi quindici anni. Siamo alla Casa Bianca e il Presidente uscente, un Luca Barbareschi brillante, esplosivo, spumeggiante, frizzante, è un Trump ante litteram (sarebbe salito al Campidoglio dieci anni dopo, nel ’17) e iconograficamente lo ricorda con il completo blu d’ordinanza e la cravatta rossa. Ironia, autoironia, satira politica e analisi sociologiche si fondono in una girandola di entrate ed uscite intelligenti, un bombardamento da commedia degli equivoci e degli errori che scatena allo stesso tempo ilarità e riflessione, leggerezza e pensiero critico sui nostri tempi confusi e contraddittori. Un Presidente indebolito politicamente e al capolinea del suo mandato quadriennale con scarsi fondi per la nuova campagna elettorale che volge al termine e che lo vede già sconfitto. Nella sala ovale (c’è anche una velata battuta all’affaire Monica Lewinsky con Bill Clinton) l’adrenalina è palpabile, le giornate sono convulse e agitate, l’eccitazione si taglia a fette tra la moglie del politico che lo chiama insistentemente con richieste assurde alle quali l’uomo deve far fronte, il suo consigliere che tenta di riportarlo a più miti consigli, il rappresentante degli allevatori di tacchini venuto per far graziare un suo esemplare, come ogni anno avviene, nelle ore precedenti alla sentita festa del Giorno del Ringraziamento, la sua addetta stampa (dà colore e sostanza Chiara Noschese, anche regista della pièce) che si vuole sposare con la compagna (il puritanesimo U.S.A. lo vieta) e che ha appena adottato una bambina in Cina, Paese commercialmente nemico.
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I temi in ballo, trattati con lievità e sorrisi amarognoli e mai con superficialità, sono molteplici: dai famigerati dazi, con i quali stiamo lottando tutt’oggi, all’aviaria proveniente dalla Cina che ci ricorda il Covid del 2019, i rapporti tesi con l’Iran e l’appoggio ad Israele, le prigioni in Bulgaria al posto di quelle reali a Guantanamo, il quesito aleggiante, allarmante e precursore : C’è ancora l’ONU?, la citazione sulla atleta omosessuale, facendo riemergere la vicenda nel pugilato femminile alle ultime Olimpiadi. Barbareschi è brioso ed effervescente come champagne, con slanci sgarbiani, è un politico rabbioso e ironico, minaccia e si fa volentieri irretire ma, nelle pennellate pastello fumettistiche, ci rimane simpatico perché, come il tacchino, come l’uomo medio, cerca il perdono alle proprie nefandezze, tenta di ottenere un gesto salvifico alle proprie debolezze e negligenze, mancanze e fallimenti. Questo emulo trumpiano ci ha ricordato un Macbeth depotenziato, una Regina istupidita tagliatrice di teste di Alice nel Paese delle Meraviglie, l’Ubu Roi di Jarry istrionico e senza coscienza, che si muove senza calcolare le conseguenze delle proprie azioni. Tra ignoranza spacciata per libertà di pensiero e la creazione ad hoc di Fake news (anche qui il rimando all’attualità mette i brividi pensando a Twitter, No vax, Terrapiattisti, Negazionisti e Complottisti d’ogni genere e risma e infine a Musk), si nega l’Olocausto, si ingiuriano gli ebrei come i popoli arabi e i nativi d’America, i migranti e i clandestini in una miscellanea di razzismo e discriminazioni, in un impasto di bullismo e corruzione in qualche modo accettato e assolto dalla massa elettorale silente. Questi dialoghi sferzanti e cinici sono una sorta di Rumori fuori scena che ci mostra come agisce il Potere prima di stare davanti alle telecamere e far digerire alla popolazione le sue azioni, convincendo, spostando l’attenzione, usando psicologicamente parole e strumenti, ribaltando prospettive, nascondendo dettagli, omettendo particolari, confondendo le acque per il proprio tornaconto di poltrone e loschi traffici. Nella concitazione c’è spazio anche per un attentato al Presidente (come non ricordare l’attentato di luglio ’24 a Trump) e l’apparizione di un Capo Tribù nativo che ci ha riportato alla mente uno dei personaggi simbolo della rivolta di Capitol Hill del 6 gennaio ’21. Una drammaturgia altamente contemporanea, con echi da Fattoria degli animali orwelliana, dove noi, il popolo, sta sul gradino più basso della scala gerarchica con l’illusione di poter governare le scelte attraverso l’esercizio della democrazia rappresentativa. Si riflette con il sorriso. Ad Atri si respira quel genere di teatro che non è mai un esercizio celebrale passivo, che non è mai intrattenimento fine a se stesso ma stuzzica, smuove, sposta, provoca, seduce, pungola come il naso di Cirano. Quello che l’arte dovrebbe sempre fare.
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