Teatro di sabbia e poesia. Brevi note su Ombrelloni

ph Martin Parr

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Ombrelloni è una creazione, nel senso etimologico della poesia.

Non solo parola che evoca, ma atto che genera immaginari.

È teatro di sabbia, dove tutto si costruisce per essere disfatto, e dove la leggerezza — se ben calibrata — può rivelare, nel suo scavare tra umori e memorie, qualcosa di profondamente nostro.

Noi lo abbiamo visto in anteprima sabato 10 maggio al Ridotto del Teatro Goldoni di Bagnacavallo.

Il debutto sarà a fine settembre nell’ambito di Colpi di Scena, la vetrina a cura di Accademia Perduta / Romagna Teatri, che produce questo spettacolo, insieme a Studio Doiz, scritto da Iacopo Gardelli e interpretato da Lorenzo Carpinelli.

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Non ridete

C’è un lettino da spiaggia al centro della scena, solitario.

Nessuna concessione al mimetismo scenografico: solo l’essenziale.

Lorenzo Carpinelli indossa una camicia aperta, un paio di shorts balneari e occhiali da sole: è una figura insieme familiare e straniante, sospesa tra caricatura e confessione.

Un bagnino, forse. Un narratore da spiaggia.

Meglio: un narratore di spiagge.

“Vi ho portato un reperto. Non ridete”: una fotografia incorniciata di sé bambino.

Qui e ora, qui e allora.

Un invito secco e semplice, che rompe la quarta parete con poesia e ironia.

È qui che all’istante si attiva il meccanismo relazionale: il pubblico è chiamato a riconoscere, più che a scoprire.

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Trasformare aneddoti in visioni

La risata nasce dall’eco, dalla risonanza interna, dalla condivisione implicita di un codice comune.

La comicità di Ombrelloni è una vertigine d’equilibrio.

Si muove sul filo della parodia centrata su un repertorio culturale condiviso.

L’effetto comico nasce dall’abbassamento calibratissimo del tono, da una scrittura che lavora con gli strumenti della poesia popolare e li ricompone in una filigrana di segni.

Gardelli scrive un testo che potremmo dire felliniano — non tanto per ambientazione, quanto per la modalità con cui trasforma l’aneddoto in visione.

La parola si fa immagine, e l’immagine diventa teatro.

Come nei film di Federico Fellini -e come nell’arte tutta, quando è tale- ciò che commuove non è il cosa, ma il come: l’eccentricità che si fa lingua, l’ovvietà che, nell’eccesso, rivela la propria natura immaginifica.

Nella bocca dell’attore risuonano i nomi degli stabilimenti balneari romagnoli come fossero invocazioni, totem di un’Italia estiva e buffa dove ogni ombrellone è davvero una storia.

Meglio: è davvero teatro, nel senso propriamente etimologico di luogo di sguardi e visioni.

La lingua si piega e si apre, si colora di dialettismi — sabbione, durmia, smanezzo — e scivola nel dialetto con naturalezza.

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Misurata sguaiatezza

Nel lavoro di Lorenzo Carpinelli tutto è misura.

Anche la sguaiatezza.

Anzi, soprattutto quella.

La sua interpretazione è una piccola ma solida lezione di magistero ritmico: nei crescendo, nei respiri trattenuti, nelle improvvise accensioni vocali e nelle pause improvvise.

Mai sopra le righe, ma sempre quasi.

Sempre in tensione, come chi cammina sul ciglio dell’iperbole sapendo esattamente dove fermarsi.

C’è, nella sua voce e nel suo corpo, quella che Ennio Flaiano chiamava “quella pacata, amara indifferenza dell’attore che conosce i polli della sua platea”: un’ironia senza disprezzo, un affetto disilluso che non cerca di stupire, ma di riconoscere.

Il pubblico non è spettatore, ma complice.

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Reperti e rivelazioni

Come nelle fotografie balneari di Martin Parr, la comicità nasce dall’eccesso minimo, dalla teatralizzazione involontaria della vita comune.

Ma a differenza dell’occhio ironico e straniante di Parr, qui tutto avviene dall’interno.

Lo sguardo è romagnolamente affettuoso.

Le risate sono un modo per non soccombere alla malinconia.

E come nelle immagini poetiche di Luigi Ghirri scattate a Marina di Ravenna, qui i luoghi non sono scenografie ma depositi affettivi, dove il tempo rallenta, e ogni presenza è insieme reale e allucinata.

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Guardare il mare

Nel finale, Carpinelli si siede.

Guarda in platea, ma è chiaro che sta sguardando altrove.

Il mare, forse.

Ma non quello reale: c’è lui bambino.

L’ultima immagine dello spettacolo è quasi speculare a quella del racconto miniatura e capolavoro Il viaggio di Tonino Guerra, quando Rico e Zaira, anziani, si siedono a guardare il mare, immerso nella nebbia, che mai avevano visto prima: entrambi, in fondo, viaggiatori nell’immaginazione.

Una chiusura che non chiude.

Non spiega.

Non dà rassicurazioni.

Lascia aperto il tempo, sospesa la risata: come una nuvola estiva che si è fermata a mezz’aria.

ph Luigi Ghirri

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