Visto da noi: Carmen di Georges Bizet

Il successo postumo della Carmen di Georges Bizet, terminata nel 1875 e qui riproposta dal Teatro Carlo Felice di Genova nell’allestimento romano per la regia di Emilio Sagi (ripresa da Nuria Castejòn), è stato talmente travolgente che ci siamo dimenticati la sua travagliata genesi e il suo iniziale rifiuto, concausa secondo molti della prematura e tragica morte dell’ancor giovane e già geniale compositore transalpino.

In un certo senso è anche questo un segno tra gli altri della sua paradossale ‘inattualità’ quasi metafisica (non a caso Friedrich Nietzsche fu uno dei suoi più grandi estimatori) e anche della sua ‘ironia’, in quanto opera capace come è stata e come è di portare dentro di sé una frizione, un attrito quasi irresolubile tra la fluidità della Storia, e delle narrazioni esistenziali che essa contiene, e l’irriducibilità del sentimento di sé, sempre meno disponibile e imprigionabile, che il femminile rappresenta e proclama.

.

.

Del resto, drammaturgicamente parlando, è quella l’epoca che ha man mano prodotto Ibsen e Strindberg, Wedekind e anche Rosso di San Secondo, l’epoca cioè della scissione sociale e psicologica del femminile tra la donna angelicata, madre e moglie fedele, custode di un focolare rassicurante ma anche sempre più ‘noioso’, e la donna-demone, strega e amante senza amato, libera di seguire l’istinto sessuale e non la ragione procreativa, una scissione denunciata dal Patriarcato quale ultima carta da giocare per salvaguardare le regole del ‘suo’ gioco.

Non a caso, e affinché tutto fosse più chiaro, i due librettisti, Henrì Meihlac e Ludovic Halévy, introdussero il personaggio di Micaela, assente nella novella di Prosper Merimée per farne il contraltare ‘buono’ di una tale scissione.

Un grande contenitore romantico dunque, condito dell’esotismo e del primitivismo di una Andalusia vista come ‘luogo’ (anche mentale) di sentimenti liberi e selvaggi ormai ‘impossibili’ nella modernità borghese, usato ‘ironicamente’ non per raccontare una storia di amore, magari con il suo corollario di morte, ma bensì per esprimere l’incompatibilità di una relazione che oggi definiremmo tossica tra una donna e un uomo talmente incapace di sopportarne la libera volontà fino ad ucciderla, anche uccidendo sé stesso. Storie di oggi si direbbe.

.

.

La grande armonia dell’opera di Bizet sta forse in questo, nel mettere le cose a  posto, nel mostrare i protagonisti per quello che sono, così da trasformare l’inattualità metafisica in attualità storica, quella dell’iniziale rifiuto ma anche quella del successo di poco successivo, già nella Vienna di fine 1875, e quella dell’oggi dove la consapevolezza progressivamente acquisita delle cause non ha attenuato, nei ripetuti femminicidi, il tragico ripetersi dei sintomi.

Così hanno in parte ragione quelli che indicano il vero protagonista non in Carmen, personaggio la cui limpidezza e coerenza si impone quasi oltre la scena, bensì in Don Josè, tormentato spettatore della propria incapacità di accettare la verità della realtà, dilaniato tra il suo ruolo e la sua primazia patriarcale e la spinta irrealizzabile di rinnegarli per sempre per fondersi nel sentimento e nel desiderio.

Eppure, pur essendo Carmen una delle drammaturgie in musica più articolate e complesse nei suoi sviluppi narrativi, Carmen è soprattutto musica indimenticabile, diventata ormai paradigmatica nella comune educazione al suono con le sue melodie immortali.

Anche questa, in fondo una vera e propria ‘ironia’, quasi che la musica di Bizet fosse riuscita ad anticipare nel flusso dei sentimenti profondi, singolari e collettivi, la capacità di comprensione di una parola che non aveva ancora raggiunto la piena consapevolezza.

Da qui lo sconcerto e il rifiuto all’esordio (fu significativamente definita un’opera ‘maleducata’) da parte di una Società messa in discussione nelle sue convinzioni, cui peraltro si accorgeva di credere sempre meno. Uno sconcerto anche formale poiché ribaltava molti fondamenti tradizionali della Opéra-comique sua committente.

La bella regia di Emilio Sagi, integrata dalle scene di Daniel Bianco, i costumi di Renata Schussheim  e le luci di Eduardo Bravo, ben coglie il nucleo narrativo in tutta la sua complessità, fatta anche dei dislivelli linguistici prima ancora che psicologici che caratterizzano i suoi protagonisti, soprattutto Carmen, donna anticipatrice di una volontà di indipendenza che si staglia con forza e precisione in ogni suo comportamento, e Don Josè, incerto interprete di un ordine borghese e patriarcale che non lo convince ma a cui non riesce a rinunciare, ben delineata e compatta la prima come fluido e incoerente è l’altro.

Del resto la stessa struttura compositiva suddivisa in quadri che presuppongono eventi che si svolgono fuori scena sembra suggerire che più che narrare una storia si volevano sottolineare maschere e gli exempla conseguenti, con un esito, chissà, anche imprevisto.

.

.

La bella concertazione del bravo Maestro Donato Renzetti sa rendere la trama della partitura talmente perspicua da farne apparire semplice la complessità quasi enciclopedica delle sue corrispondenze musicali, ciascuna manipolata con una capacità di innovazione rara e con il tempo riconosciuta.

Il cast è tutto eccellente, a partire dalla Carmen di Annalisa Stroppa dalla voce pastosa e potente e dalla recitazione, in mimica e prossemica, che la rendono coerente al personaggio come non sempre accade, poi da Don Josè  di Francesco Meli sempre all’altezza, e per finire alla bella voce baritonale del rivale e torero Escamillo nell’interpretazione di Luca Tittoto.

Ma drammaturgicamente e musicalmente c’è un altro grande protagonista, ed è il coro in un funzione straordinariamente scenografica, e il coro del Teatro Carlo Felice diretto da Claudio Marino Moretti risponde alla chiamata con grande efficacia, soprattutto nella componente delle voci bianche, dirette da Gino Tanasini, molto applaudite a scena aperta.

Meritano infine uno specifico encomio le coreografie di Nuria Castejón e dei suoi danzatori la cui presenza nell’intera narrazione non è mai accessoria, in quanto al contrario è capace di sottolineare con grande forza significativa alcuni dei passaggi essenziali, sia musicali che narrativi, dell’intera messa in scena.

Un altro grande successo della Fondazione Teatro Carlo Felice alla presenza del nuovo Sovraintende Michele Galli che ha recentemente sostituito Claudio Orazi. Come si diceva volentieri un tempo, pieno ogni strapuntino del grande teatro genovese. Applausi a scena aperta e lunghe ovazioni finali.

 .

Carmen. Opéra-comique in quattro atti di Georges Bizet, libretto di Henri Meilhac e Ludovic Halévy dalla novella di Prosper Mérimée. Allestimento della Fondazione Teatro dell’Opera di Roma. Personaggi e interpreti principali: Don Josè Francesco Meli, Escamillo Luca Tittoto, Le Dancaire Armando Gabba, Le Remendado Saverio Fiore, Morales Paolo Ingrasciotta, Zuniga. Luca Dall’Amico, Carmen Annalisa Stroppa, Micaela Giuliana Gianfaldoni, Frasquita Vittoriana De Amicis, Mercedes Alessandra Della Croce. Maestro concertatore e direttore Donato Renzetti, Regia Emilio Sagi ripresa da Nuria Castejón, Scene Daniel Bianco, Costumi Renata Schussheim, Coreografie Nuria Castejón, Luci Eduardo Bravo. Orchestra, Coro, Coro di voci bianche e Tecnici dell’Opera Carlo Felice Genova. Maestro del Coro Claudio Marino Moretti. Maestro del Coro di voci bianche Gino Tanasini.

 –

Previous articleSpazi Indecisi difende il romanticismo del “perdersi”
Next articlePortare la cultura italiana per le strade del mondo. Audio-conversazione con il Teatro Due Mondi
Ho conseguito la Laurea in Estetica al DAMS dell'Università di Bologna, con una tesi sul teatro di Edoardo Sanguineti, dando così concretezza e compimento alla mia passione per il teatro. A partire da quel traguardo ho cominciato ad esercitare la critica teatrale e da molti anni sono redattrice e vice-direttrice di Dramma.it, che insieme ad altri pubblica le mie recensioni. Come studiosa di storia del teatro ho insegnato per vari anni accademici all'Università di Torino, quale professore a contratto. Ho scritto volumi su drammaturghi del 900 e contemporanei, nonché numerosi saggi per riviste universitarie inerenti la storia della drammaturgia e ho partecipato e partecipo a conferenze e convegni. Insieme a Fausto Paravidino sono consulente per la cultura teatrale del Comune di Rocca Grimalda e sono stata chiamata a far parte della giuria del Premio Ipazia alla Nuova Drammaturgia nell'ambito del Festival Internazionale dell'eccellenza al femminile.