In Italia c’è un solo Fringe degno di questo nome, ed è quello di Torino che ogni anno alza l’asticella del suo format, lo migliora, lo aggiusta, lo sposta fino a confezionare due settimane (siamo alla tredicesima edizione) con due spettacoli a sera contemporaneamente in scena su sette palchi cittadini dislocati su tutta l’area urbana: lo Spazio Kairos e l’OFF Topic, Casa Fools e l’Unione Culturale Franco Antonicelli, Tingel Tangel e Lombroso 16 fino al Cine Teatro Baretti per coinvolgere tutta la città, per penetrare in tutti i quartieri e rioni. Spettacoli e interpreti di qualità, monologhi, soprattutto, ma anche piéce più compiute, atmosfera fresca e giovane, aria frizzantina, certamente verve e brio. La vita è un varietà è il titolo-fil rouge di quest’anno. Non c’è un clima dimesso, nessuna rassegnazione da sconfitti del Sistema che solitamente si respira dentro le logiche del teatro indipendente, nessun discorso triste sul teatro contemporaneo italiano ma soltanto voglia di andare sul palco, confrontarsi con un pubblico, sempre numeroso e attento e partecipe e interessato, e fare, bene, il proprio mestiere: raccontare storie, darsi generosi. Anche quest’anno le scelte della direttrice artistica Cecilia Bozzolini (organizzazione capillare, precisa, puntuale, impeccabile) hanno valorizzato le qualità attoriali ed evidenziato nomi ed esperienze. Per quanto ci riguarda non abbiamo scoperto nessun Carneade che ci ha fatto battere il cuore ma abbiamo consolidato la nostra idea su tre campioni delle tavole del palcoscenico, che hanno confermato la nostra stima pluriennale: Flavio Albanese, Massimiliano Loizzi, Angelo Colosimo. Tre uomini, e pure di mezza età, con buona pace delle quote rosa e degli under 35.
Partiamo dal barese Flavio Albanese e la sua Compagnia del Sole, sempre diretto dall’ottima regia lucida e arguta di Marinella Anaclerio, già presenti qui lo scorso anno con uno spettacolo su Leonardo da Vinci, appena visti a Cascina con la novità-debutto su Albert Einstein, e in questa edizione hanno ridato fiato e respiro ad un loro cavallo di battaglia Le avventure di Pinocchio. Raccontate da lui medesimo nato ai tempi milanesi quando Albanese era all’interno della scuderia del Piccolo Teatro. C’è un Pinocchio adulto di fronte a noi, un ex burattino-mago con il panciotto da domatore e un pianista (Roberto Vacca) che lo imbecca, lo supporta, lo sottolinea come fossimo dentro un varietà, forse un programma televisivo, sicuramente una farsa dove, con il sorriso sulle labbra, ma velato di malinconia e amarezza, si passano in rassegna, come numeri della performance, i momenti salienti del suo romanzo di formazione, della sua crescita. Non c’è alcun narratore, è lo stesso Pinocchio che racconta in prima persona gli aneddoti con Mangiafoco e gli Assassini, dai Carabinieri al Grillo Parlante, dalla Fatina fino al Paese dei Balocchi e Geppetto. La vita è un’avventura dice questa marionetta ormai cresciuta e che forse altro non poteva fare se non rimanere nel mondo dello spettacolo portandosi in giro come cavallo di battaglia, come rimasuglio esotico e curioso, come imbonitore da fiera di paese. Flavio Albanese, che abbiamo apprezzato in svariate vesti in questi anni, sempre trasformista, stavolta ha il phisique du role che spazia da Cesare Ragazzi a Riccardo Cocciante passando per Nino D’Angelo e Diego Abatantuono e potremo spingerci fino a menzionare Mick Hucknall, il cantante dei Simply Red, a tratti giocoso come Benigni, dai vocalismi che sfiorano perfino Al Bano con slanci alla Mario Merola. Un bel melting pot attoriale che fa il paio con un Collodi rivisitato, pur nella fedele trasposizione progressiva degli eventi, che tocca Petrolini, Totò e Carmelo Bene, con inserti da Shakespeare e Moliere. E poi il Gatto che parla napoletano e la Volpe milanese, Trump che lo chiama al telefono mentre dalla Svezia lo contattano per digli che vogliono assegnargli il Premio Nobel: Lo abbiamo dato a Dario Fo, lo possiamo dare a te. Un Pinocchio ulissiano nel suo cammino semiserio di formazione, un Pinocchio che se l’è cavata rimanendo fedele a quel che era, ovvero alle sue contraddizioni, ai suoi giochi e al suo senso di colpa, alle sue meschinità e ai suoi propositi di buon cuore, praticamente uno di noi, un povero Cristo buttato nel mondo dove ha dovuto reinventarsi, trovare strade alternative, giustificare la sua esistenza misera con un finto cabaret per riempire di musichette e qualche lucina le ombre chiaro scure, opache e grigie del nostro vagabondare e girovagare cercando sempre un posto al sole.

Passiamo al pugliese, ma da molti anni milanese, Massimiliano Loizzi, apprezzato anche lo scorso anno a queste latitudini, vero animale da palcoscenico che si autoalimenta con i minuti che macina sulle assi, sudato, sempre molto intelligente e profondo nelle proprie analisi sociologiche e politiche. La sua impostazione e recitazione richiama molto Paolo Rossi. Stavolta la sua indagine vira verso Brecht e la sua Opera da Tre soldi che qui diventa L’Opera da quattro soldi ovvero come l’avrebbe strutturata se qualcuno gli avesse prodotto una versione del testo del drammaturgo tedesco. Ben presto una comicità pungente e acida lascia il posto ad una rabbia sociale che esonda tra critiche al capitalismo, la crisi climatica, il patriarcato, la schwa fino a Gaza in un vortice di animosità difficilmente frenabile, una valanga di astio che ci soverchia. Come se fosse un’analisi a tavolino sull’opera brechtiana, gli anni ’20 a Berlino, i gemiti del Nazismo, ci lasciamo trasportare, ormai in mezzo alle onde, tra frecciate di indignazione durissime e bordate rock alla società borghese, alle banche, passando a colpire la Meloni, Salvini e imitando forzatamente il ministro Giuli. Non possiamo affermare che questo super Loizzi non abbia una grande retorica e non sia un maestoso affabulatore ma spesso sfora in una presunzione da piedistallo, da guru che vuole insegnare o imporre la retta via anzi in un Maestro di vita che ti accusa indicando i tuoi comportamenti sbagliati mettendosi sempre dalla parte del giusto e della ragione. E’ certamente punk il suo frullato dai tanti gusti variegati dove si può trovare anche Cucchi e Carlo Giuliani come i suicidi nelle carceri italiane, il movimento plastic free fino alla crisi del teatro arrivando ai femmicidi per una miscellanea al sapore di rivolta che a volte fa sembrare il tutto leggermente pesante e perennemente ostile, contro tutto e contro tutti, una continua protesta senza possibilità di pacificazione. E’ appassionato e vigoroso, energico e pulsante, a tratti commovente e stremato, guerrigliero pasionario ma il motto less is more è sempre un valido consiglio evergreen.

E infine arriviamo al calabrese Angelo Colosimo con la sua Armata Spaccamattoni racconto di una missione on the road in tempo di Covid dove si parla dell’Italia, della provincia, del Sud con tutte le sue storture, la carenza di lavoro e la mancanza di scolarizzazione, l’ignoranza diffusa e le credenze arcaiche. E’ un affresco che si trasforma in un’epopea sulle gesta di un manipolo di disgraziati da Banda del Buco, un esilarante drappello di scalcagnati e disperati da commedia all’italiana degli anni ’60, anzi da b-movie anni ’80. Colosimo, anche autore, ci porta dentro la Calabria più ostica e nascosta dove si vive di reddito di cittadinanza, voto di scambio e di pensioni d’invalidità false, immersa nella scaramanzia ritualistica e nelle superstizioni ancestrali. Una scorribanda che ci ha portato dentro le atmosfere di Pennac o dei libri sudamericani di Pino Cacucci (l’autore di Puerto Escondido o di San Isidro Futbol) ma anche tra le pieghe dell’Armata Brancaleone, una scrittura che carezza gli ultimi, abbraccia gli umili, consola gli sconfitti. Ma anche tutte le penne che ci hanno condotto in luoghi magici e misteriosi, polverosi ed esotici come Galeano o Soriano e potremmo spingerci, con un volo pindarico, fin verso Cent’anni di solitudine di Garcia Marquez. Tra tanta immigrazione dal Sud verso il Nord Italia o verso l’estero c’è un paesino che risulta resiliente ovvero dal quale nessuno se ne vuole andare pur nelle difficoltà e nelle ristrettezze economiche e lavorative. Da questo pugno di case sono emigrati pochi ambiziosi che non si sono fatti bastare di vivere sulle spalle dello Stato e le conseguenze sono sempre state nefaste portandosi dietro eventi catastrofici: nel 1908 qualcuno è andato a vivere a Messina ed è arrivato il terremoto, nel 1912 qualche famiglia si è imbarcata per New York ed erano sopra al Titanic, e così ogni quattro anni come i Mondiali partenze e tragedie. Adesso, siamo nel 2020 una madre con due figli si sono spostati a Lodi perché uno dei due ragazzi, i fratelli Bruzzano, ha trovato un impiego come navigator, parola che fortunatamente avevamo rimosso, una delle tante belle trovate del Governo Conte e del Movimento Cinque Stelle come il reddito di cittadinanza e il 110 per cento per l’edilizia del quale pagheremo le conseguenze per i prossimi decenni. Appena i tre sono partiti per la Lombardia scoppia il Covid; il piano, messo a punto dal protagonista, il vicesindaco molto checcozalonico e sgrammaticato, consiste nell’andare a riprenderli, con un rapimento in grande stile, in una sorta di gita e incarico divino per far finalmente finire la pandemia. Insieme al prete devoto alla bottiglia, Don Panacea, Tony Là e Abberto (con due b) e appunto il vicesindaco-Ulisse truccano un furgone facendolo diventare un’ambulanza-cavallo di Troia per poter viaggiare indisturbati in un’Italia deserta, silenziosa e vuota. Esilarante la scena dell’Autogrill in questo viaggio verso la notte che diventa anche consapevolezza e autoaffermazione da parte di questi quattro derelitti che non erano mai usciti dal perimetro del loro minuscolo paesino, un’avventura per restituire una minima dignità alle loro vite non vissute. In qualche modo c’è anche una dolorosa parte autobiografica dello stesso Colosimo e un colpo di scena finale tutto da assaporare. E’ una cronaca che scivola via come grasso su un’autostrada nella calura e nella canicola agostana tra sogni infranti, impossibilità, delusioni, insoddisfazioni, umiliazioni: una piccola rivoluzione, un colpo di coda, qualcosa da ricordare, un atto di follia dentro vite piatte, un attimo di genio maldestro in mezzo alla fatica di arrangiarsi alla ricerca degli espedienti per una pigra sopravvivenza e una sonnolenta sussistenza, un atto d’amore. Consigliatissimo.
Visti a Torino, al Fringe Festival 13 maggio – 1 giugno 2025


