«Legge e media sono la stessa cosa. La nostra strategia legale è la nostra strategia di comunicazione». Una frase emblematica, che ritorna come un mantra lungo le pagine di All or Nothing. How Trump Recaptured America, ultimo (e forse definitivo) capitolo della trilogia trumpiana firmata da Michael Wolff. Ma è anche la sintesi estrema della fusione tra spettacolo, narrazione e potere che ha ridisegnato il panorama politico americano.
Wolff scrive come chi è stato lì, non come chi ha studiato da lontano. Ed è proprio da questa vicinanza – troppo intima – che nasce la forza (e il rischio) di questo libro: un reportage travestito da romanzo, un romanzo travestito da dichiarazione di guerra, o forse solo un atto di testimonianza nel tempo del post-fatto. Il tono è teso, sarcastico, a tratti febbrile. Ma l’argomento lo impone: All or Nothing non racconta solo una campagna elettorale, ma il punto estremo a cui è arrivata la politica americana, dove le regole sembrano non valere più e la realtà si piega allo spettacolo.
L’incipit è già un contrappunto tragico: un uomo sconfitto, due volte impeached, si aggira nel suo club in Florida continuando a farsi chiamare “Mr. President”. Non è follia, ma strategia. Perché in Trump ogni gesto è performance, e ogni performance è potere. La vera domanda, allora, diventa: cosa succede se una finzione viene trattata da tutti come realtà?
E qui sta uno degli elementi più sconcertanti (e affascinanti) della figura di Trump: per quanto controverso, divisivo, sopra le righe, è impossibile ignorarlo. La sua energia, il suo totale abbandono alla missione di riprendersi la Casa Bianca, lo rendono una creatura da tragedia classica: come una fenice, bruciata nella gogna mediatica post-6 gennaio, Trump risorge – più estremo, più feroce, più concentrato – fino a rientrare dalla porta principale, vincendo le elezioni. Il libro non lo celebra, ma lo racconta per quello che è: un uomo che dà tutto, se stesso incluso, pur di non perdere.
Ma Trump, qui, non è solo. All or Nothing dedica ampio spazio a chi lo circonda, e a chi gli si oppone. Figure dell’establishment politico e giudiziario americano — da consiglieri fedelissimi a magistrati determinati a fermarlo — si impongono nel racconto con ruoli fondamentali. Boris Epshteyn, Elon Musk, JD Vance, Natalie Harp: ognuno rappresenta un pezzo della macchina politica, un ingranaggio attivo o passivo in un sistema che sembra reggersi più sull’istinto che sulla strategia.
Uno dei passaggi più riusciti del libro è la descrizione del modo in cui i media trattano Trump. Anche quando lo ritengono pericoloso o fuori dagli schemi, finiscono per raccontarlo come se fosse un candidato come gli altri, con uno staff e un piano politico come tutti. È proprio questa normalizzazione, questo racconto rassicurante che Wolff mette bene in evidenza, a mostrare quanto sia difficile – oggi – distinguere tra informazione e spettacolo.
All or Nothing non si limita a documentare: è il referto di un’epoca dove la politica si è trasformata in spettacolo. Leggerlo oggi, a pochi mesi dal nuovo insediamento, significa osservare con attenzione il momento in cui racconto e realtà si sono confusi fino a diventare una cosa sola. E ci si chiede, semplicemente: siamo ancora in grado di riconoscere la differenza?
Michael Wolff, “All or Nothing. How Trump Recaptured America”, 2025, al momento disponibile solo in edizione inglese


