Flamenco, Iran e cimitero

Se la Puglia è snodo teatrale, Lecce è il suo fulcro. Basti pensare ad Eugenio Barba come a Carmelo Bene.

Da quarant’anni a portare avanti la ricerca sul campo, le investigazioni sceniche, le analisi semantiche del reale a queste latitudini ci pensano i Cantieri Koreja, creazione di Salvatore Tramacere e luogo dove il contemporaneo diventa palcoscenico e dove le parole hanno un peso, non forma, ma sostanza, riflessione, pensiero. Ed il Teatro dei Luoghi, la loro rassegna estiva – festival (quest’anno accompagnata da un bellissimo e carico di significati sottotitolo Senza ferire il mondo) è sempre un tramite per conoscere spazi cittadini nascosti, emozionarsi di fronte alla bellezza del barocco, annusare e assaporare anfratti di una città che non è soltanto pasticciotti, friselle, lampascioni o tutta la retorica sul Salento lu sule, lu mare, lu jentu.

Gruppo flamenco Atalaya

Resistencia Arborea del Flamenco

All’interno del chiostro del Convitto Palmieri – al piano superiore sono conservati gli archivi di Bene e Barba ma anche dell’appena scomparso Goffredo Fofi, Nicola Savarese e il fondo Silvio D’Amico – abbiamo potuto assorbire la potenza sia del messaggio sia del gesto del gruppo flamenchista Atalaya di Siviglia che ci hanno portato dentro la loro Resistencia Arborea, inno ecologista e ambientalista semplice scevro da quella trita enfasi che ragiona e macina sui massimi sistemi. Cinque corpi femminili, una fisarmonica, un violino, una danzatrice contemporanea, una di flamenco e una cantante, tra i tronchi a terra da suonare e le pietre bianche, ci hanno condotto dentro un canto malinconico ma mai lamentevole o pessimista miscelando forza e armonia, trasmettendo passione e voglia di vivere e di, nel nostro piccolo, cambiare le cose e invertire la tendenza consumistica. Le cinque si trasformano in alberi, in fusti e i loro colpi, sui quadricipiti, con le mani, a terra o ritmando sul legno, impastati con i loro occhi neri infuocati: un’esperienza assistere alla maestria, a questa carne che si fa messaggio universale, a questo canto ancestrale gitano, suadente e viscerale, a questi movimenti che ci hanno ricordato le danze medievali e la Commedia dell’Arte. La vita è pura, ci dicono, sono gli uomini che la complicano, la sporcano, la insozzano. Impossibile non uscirne innamorati di questa potenza rara di ventagli e tacchi a rimbombare, a sondare le pieghe antiche dell’anima, quel battito primordiale che scandaglia ancora sotto le mille sovrastrutture che ci siamo obbligati a sedimentare. Ne usciamo follemente ottimisti. Senza un vero perché.

Nassim Soleimanpour

Il teatro partecipato dell’ iraniano Nassim Soleimanpour

Erano anni che sentivamo parlare di White Rabbit/Red Rabbit dell’autore iraniano Nassim Soleimanpour del quale invece abbiamo visto Blind Hamlet al Teatro dei Filodrammatici di Milano (neanche quello ci colpì). La particolarità, oltre al fatto che la drammaturgia è tutta una metafora sull’assenza di libertà in Iran, è che l’attore che leggerà il testo lo farà per la prima volta insieme agli spettatori e sarà una prima volta per tutti. Prima dell’inizio dello spettacolo viene letto un decalogo sulle cose che non si possono fare, sui divieti, di scrivere dello spettacolo ad esempio, ed è proprio un cortocircuito, un non-sense, una piece che esorcizza le proibizioni e i veti di un regime dittatoriale però al tempo stesso ne mette. E’ un teatro interattivo e partecipativo, che ci ha sempre poco affascinato (qui a fare da Cicerone all’interno del loro Ortale e condurre le danze dialettiche è il bravo Paolo Paticchio), ma come detto non potremo parlarvene. Se il drammaturgo, che adesso vive a Berlino, non fosse stato iraniano (che ne so, americano) avrebbe avuto questo successo? Siamo liberi di dubitarne. Comunque il tutto si svolge sul doppio binario del vero e del falso, della propaganda sistemica. Ne risulta un prodotto faticoso che si aggroviglia su se stesso, cerca soluzioni, diventa un saggio filosofico dove la tensione e il pathos salgono a dismisura ma dove, alla fine dei conti, manca quella patina di verità che avrebbe reso l’esperienza (lo hanno chiamato esperimento sociale) sincera e più permeabile. All’opposto abbiamo assistito ad un esercizio di eloquio dove la pericolosità del testo è ampiamente silenziata dalla forma. Ci si crede con fatica al posticcio, al giochino intellettuale.

Un momento dello spettacolo “Nephesh”

Nephesh del Teatro delle Albe, l’autopsia di una morte

Eccoci invece allo spettacolo che più ci ha colpito, segnato, toccato, forse anche spostato e cambiato. All’interno dell’immenso Cimitero Monumentale di Lecce (se siete in zona è doveroso farci un giro) si è aperto l’itinerante Nephesh (prod. Teatro delle Albe, Ravenna Teatro) un vero e proprio viaggio nel solco del rapporto tra la vita consumistica che agiamo quotidianamente e quell’Aldilà che ci fa paura perché lo consideriamo come perdita e non come possibilità, come fine e non come un nuovo possibile inizio. Il titolo significa in ebraico anima, fiato, respiro, per una trentina di spettatori alla volta, in religioso e rispettoso silenzio quale il luogo impone, tutti con le cuffie seguiamo il nostro Caronte (Alessandro Renda, che lo ha ideato e scritto) che ci conduce, in maniera illuminante, in vari step ad indagare vari aspetti della morte e il nostro rapporto con essa. Già qualche anno fa, in occasione di un’edizione del Festival Trasparenze a Modena assistemmo, all’interno del camposanto cittadino, allo spettacolo Un.habitans a cura di Caterina Moroni. Percorriamo un grande viale con gli immancabili cipressi proprio quando il luogo sacro è appena stato chiuso al pubblico (due repliche al giorno, una all’alba, quando ancora non è aperto, e quella serale al tramonto) ed entriamo in questa bolla, in questa parentesi tra il mondo dei vivi e quello dei morti, in questa sospensione eterea, in questo chiaroscuro che custodisce, protegge, interroga. In audio, saranno una costante i dettami da soddisfare ed assolvere, ci dicono di prendere un fiore e lasciarlo durante il tragitto sulla tomba che più ci aggrada. Siamo come queste facce che ci guardano, che fino a pochi anni fa vivevano e camminavano e sorridevano come noi adesso. Il limite è labile, la frontiera sottilissima tra quello che siamo e ciò che saremo tra non molto tempo. E questo ci fa immensamente timore: la paura del vuoto è stata silenziata dai rumori, dagli appuntamenti, da questa vita che pare infinita piena di cose da fare, di progetti ed obbiettivi da portare a termine. In questa società del fare per non pensare abbiamo nascosto il momento della morte, abbiamo eliminato il concetto dalla vita quotidiana emarginandola soltanto nell’ultimo atto. Ed il silenzio ci fa pensare, ci imbarazza, ci rende inquieti, incerti perché ci porta a contatto con l’immateriale, con l’insondabile, con l’estremo che non possiamo controllare. Non è un semplice Spoon river questo Nephesh. Attorno colonie feline si aggirano inconsapevoli del luogo dove hanno deciso di abitare. O forse no, lo sanno perfettamente i gatti, esseri così magnetici e spirituali e speciali. Passiamo attraverso le cappelle di famiglia in mezzo a questa città silente, una memoria sedimentata nell’ossimoro tra corpi di polvere ed edifici e mausolei e monumenti che sfidano il cielo. Fondamentale in questo percorso il sound designer Francesco Tedde. E arrivano le domande che ti mettono con le spalle al muro: Hai mai immaginato il tuo funerale? Per cosa sacrificheresti la tua vita? Quale immagine metteresti sulla tua tomba? Ti ricordi qualcosa delle tue vite precedenti? Quanto tempo ci rimane? Adesso una voce in cuffia ci dice di annusare una boccetta di incenso poi riprendiamo a vagare. Ora ci fermiamo di fronte al sacrario bellico per capire ancora una volta in più la stupidità della guerra. Ora da una scatola cade una moltitudine di dadi, adesso ci consegnano dei biglietti dove vi sono narrate morti strane o quantomeno inusuali. Di fronte a queste lapidi ci sentiamo impotenti, schiacciati, piccolissimi di fronte all’abisso imperscrutabile dell’esistenza. Toccante e intenso quando, dopo essere passati in una stanza di loculi a muro con i lumini tremolanti, ci fanno fermare ognuno davanti ad un volto in una fotografia, una faccia che mentre stavano scattando quell’istantanea apparteneva ad un vivo, proprio come noi in quel momento. Non pensare alla morte è un esorcismo che applichiamo alle nostre esistenze per vivere più leggeri, senza questo fardello insopportabile dell’eternità sconosciuta. La sensazione è di ansia e claustrofobia ma anche di pace serena mista ad un’inquietudine lancinante inspiegabile, è dolore soffuso e diffuso mentre manca il respiro. Nephesh è l’autopsia di una morte. Quella di tutti. La nostra. La mia.

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Sono laureato in Scienze Politiche alla Cesare Alfieri di Firenze, sono iscritto all'Ordine dei Giornalisti dal 2004 e critico teatrale. Ho scritto, tra gli altri, per i giornali cartacei Il Corriere di Firenze, per il Portale Giovani del Comune di Firenze, per la rivista della Biennale Teatro di Venezia, 2011, 2012, per “Il Fatto Quotidiano” e sul ilfattoquotidiano, per i mensili “Ambasciata Teatrale”, “Lungarno”, per il sito “Words in Freedom”; per “Florence is You”, per la rivista trimestrale “Hystrio”. Parallelamente per i siti internet: succoacido.it, scanner.it, corrierenazionale.it, rumorscena.com, Erodoto 108, recensito.net. Sono nella giuria del Premio Ubu, giurato del Premio Hystrio, membro dell'A.N.C.T., membro di Rete Critica, membro dell'Associazione Teatro Europeo, oltre che giurato per svariati premi e concorsi teatrali italiani e internazionali. Ho pubblicato, con la casa editrice Titivillus, il volume “Mare, Marmo, Memoria” sull'attrice Elisabetta Salvatori. Ho vinto i seguenti premi di critica teatrale: il “Gran Premio Internazionale di critica teatrale Carlos Porto '17”, Festival de Almada, Lisbona, il Premio “Istrice d'Argento '18”, Dramma Popolare San Miniato, il “Premio Città di Montalcino per la Critica d'Arte '19”, il Premio “Chilometri Critici '20”, Teatro delle Sfide di Bientina, il “Premio Carlo Terron '20”, all'interno del “Premio Sipario”, “Festival fare Critica”, Lamezia Terme, il “Premio Scena Critica '20” a cura del sito www.scenacritica.it, il “Premio giornalistico internazionale Campania Terra Felix '20”, sezione “Premio Web Stampa Specializzata”, di Pozzuoli, il Premio Speciale della Giuria al “Premio Casentino '21” sezione “Teatro/Cinema/Critica Cinematografica e Teatrale”, di Poppi, il “Premio Carlos Porto 2020 – Imprensa especializada” a Lisbona. Nel corso di questi anni sono stato invitato in prestigiosi festival internazionali come “Open Look”, San Pietroburgo; “Festival de Almada”, Lisbona; Festival “GIFT”, Tbilisi, Georgia; “Fiams”, Saguenay, Quebec, Canada; “Summerworks”, Toronto, Canada; Teatro Qendra, Pristhina, Kosovo; “International Meetings in Cluj”, Romania; “Mladi Levi”, Lubiana, Slovenia; “Fit Festival”, Lugano, Svizzera; “Mot Festival”, Skopje, Macedonia; “Pierrot Festival”, Stara Zagora, Bulgaria; “Fujairah International Arts festival”, Emirati Arabi Uniti, “Festival Black & White”, Imatra, Finlandia.