Dal 4 al 13 luglio 2025 torna Santarcangelo Festival, uno dei più longevi appuntamenti italiani dedicato alle arti performative contemporanee, giunto alla sua 55ª edizione. Riconosciuto a livello internazionale come spazio di sperimentazione radicale, dialogo politico e ricerca artistica, il festival continua a interrogare il presente attraverso pratiche performative che sfidano le narrazioni dominanti. Il claim dell’edizione 2025 è not yet (“non ancora”), un’affermazione che evoca attesa, possibilità e resistenza. Un’espressione che oggi sembra avere una eco ancora più forte, dopo il drastico taglio dei fondi ministeriali al festival e alle vicissitudini politiche che stanno colpendo pesantemente il settore culturale in Italia.
«Trovare un claim – racconta il direttore artistico Tomasz Kireńczuk – è da sempre una tradizione per il Festival di Santarcangelo Negli ultimi anni questo arriva a posteriori della definizione del programma, per trovare una cornice capace di racchiudere la totalità delle proposte del festival. Quando riusciamo a trovare il claim è sempre un momento bellissimo, perché si scoprono connessioni e linee comuni fra lavori spesso molto diversi fra loro. Questo mi suggerisce l’idea che c’è qualcosa nell’aria che gli artisti vedono, sentono e scelgono di cogliere e raccontare. Not yet arriva dunque dal riconoscimento del fatto che molti artisti presentano pièce sulla realtà di oggi e raccontano un mondo in trasformazione di fronte ad eventi grandi e drammatici come le guerre, la veloce marcia dei movimenti di destra esprema, i limiti della libertà delle donne, delle persone queer, eccetera. Sono tutte questioni che vediamo ogni giorno e ormai la percezione è che non si possa più andare avanti così. Da queste constatazioni riconosciamo di star vivendo in tempi pieni di incertezza, ogni possibile cambiamento comporta un esito sconosciuto. Se da una parte questo preoccupa e suscita paura, dall’altra le pratiche artistiche in questa insicurezza trovano uno spazio di speranza: se nulla è ancora deciso, allora c’è ancora la possibilità per l’intervento e la reazione. Not yet quindi racconta di una realtà non definita, è un modo per opporsi a certe derive e per rivendicare il fatto che non abbiamo accettato guerre, genocidi e limitazione ai diritti umani. Not yet è una chiamata all’azione, anche attraverso il performativo, che diventa uno strumento utile al cambiamento.
L’idea di star vivendo in un mondo incerto ti accompagna fin dall’inizio del tuo ruolo come direttore artistico del festival. Quali sono le linee di continuità e quali invece quelle di discontinuità nella direzione di Santarcangelo?
«È sempre difficile per me rispondere a questa domanda, perché quando si chiude un’edizione stiamo già pensando alla successiva, perciò le linee di continuità sono tante, sia sul piano teorico che pratico. Sicuramente in questi anni abbiamo mantenuto alta l’attenzione verso le pratiche multidisciplinari, per incoraggiare la ricerca di linguaggi sperimentali e, al contempo, accessibili. Dal punto di vista delle tematiche, da tempo portiamo avanti la prospettiva femminista e il discorso post-coloniale e anti-razzista, che negli ultimi anni si è intensificato, forse anche per il modo in cui leggiamo la realtà politica e sociale italiana e internazionale. Accogliamo inoltre gli studi sull’estetica queer, un aspetto che si pone in continuità con le direzioni precedenti del festival. Quando immaginiamo il programma però noi non lavoriamo a partire dalle tematiche, ma scegliamo chi vogliamo incontrare e quali artisti seguire, mettendoci in ascolto delle loro proposte. I temi, in altre parole, non vengono dalla direzione artistica ma dalle creatrici e dai creatori con cui il festival si interfaccia. Io personalmente vedo il Festival di Santarcangelo come un partecipante attivo nel dibattito pubblico e sociale, per cui le questioni politiche ci saranno sempre, perché fanno parte del DNA della rassegna.
Negli ultimi anni, numerosi sono i network e le progettualità che si sviluppano durante l’anno…
«Si, estendere l’attività del Festival anche durante l’anno è qualcosa su cui abbiamo puntato, in particolare attraverso progettualità che abbiamo immaginato e creato appositamente. Tra queste penso a FONDO che è diventato un importante strumento per il sostegno di artisti emergenti; oppure il nuovo network Bloom, che abbiamo fondato insieme a quattro altri partner italiani, dedicato a progetti one-on-one. C’è inoltre anche la nuova collaborazione con il Ministero degli affari esteri e con molti Istituti italiani di cultura nel mondo, che ci permette di sostenere gli artisti italiani con residenze all’estero».
Entrando nel vivo della programmazione, quali linguaggi e nodi tematici incontreremo?
«Ci saranno formati diversi e insoliti, che ci interessano perché danno la possibilità al pubblico di entrare in una relazione diversa con la performance, come nel caso del lavoro di Ewa Czernowska, un durational di tre ore, sulla cura, la lentezza e la relazione tra due corpi femminili; oppure Cinema Impero di Muna Mussi, sostenuto dal festival, è un one-on-one, mentre Tasse Bodensis di Flavio Zaganelli è pensato per soli 13 spettatori a replica; o ancora, Josefina Serda, artista cilena, riflette sulla sessualizzazione del corpo femminile in uno spettacolo per cento spettatori in un appartamento abbandonato. Il festival vuole inoltre essere accessibile, aperto a pubblici diversi: per noi è fondamentale che anche chi non frequenta l’arte performativa durante l’anno possa vivere qualcosa di potente. Torniamo ad ad abitare Piazza Ganganelli con progetti sperimentali per certi versi rischiosi e tecnicamente impegnativi, come Slamink di Elcenia Kogilaki, sul mondo rave; un progetto di Tyran Willem con American Bombo Nikisi sulle culture africane; e La Chachi, artista spagnola che rilegge il flamenco da una prospettiva femminista».

Da anni è inoltre fondamentale il progetto “dopo-festival” Imbosco. Come si struttura quest’anno?
«Imbosco è uno spazio che negli anni ha acquisito sempre più importanza all’interno del festival. All’inizio sembrava solo un luogo di festa, ma nel tempo abbiamo capito quanto sia cruciale per coinvolgere pubblici diversi, anche chi non partecipa agli spettacoli ma vive comunque un’esperienza del festival. Quest’anno, grazie a un progetto europeo con partner di Riga e Ljubljana, abbiamo deciso di sperimentare un nuovo modello di programmazione: tre collettivi – Industria Indipendente, Parini Secondo e un collettivo queer KEM tra Varsavia e Berlino – cureranno le serate. Imbosco diventa così uno spazio dove festa e performance si intrecciano, con DJ set ma anche interventi artistici e politici, rendendo la proposta notturna sempre più coerente con la visione del festival».
Per concludere: qual è il tuo punto di vista sulle recenti vicende ministeriali e sul dibattito aperto in merito a trasparenza ed equità nelle politiche culturali? In che modo un festival come Santarcangelo, che promuove ricerca e complessità, può reagire a un contesto politico che sembra andare nella direzione opposta?
«Grazie per la domanda, la trovo cruciale. Io vengo da un altro paese, la Polonia, dove ho vissuto da vicino cosa significa un intervento politico forte nel campo culturale. Con il governo PiS (Diritto e Giustizia), il ministro della cultura dichiarò apertamente di voler fermare il “teatro di sinistra” per dare spazio a un “teatro di destra”, che però non è mai realmente nato, nonostante fondi e sostegno. Il risultato è stato un enorme impoverimento culturale, l’esodo di molti artisti e la paralisi di processi creativi. Per questo, i segnali che arrivano oggi dall’Italia mi preoccupano. Il cambiamento non può avvenire per decreto o per imposizione dall’alto: deve nascere dal dialogo tra artisti e istituzioni. Puntare solo sulla quantità, sull’intrattenimento o sulla redditività, significa sacrificare la parte più viva e innovativa della cultura. Il sostegno pubblico serve proprio a tutelare la sperimentazione, i rischi, la complessità – non ciò che è già sicuro o commerciale. Il governo non dovrebbe fare curatela, ma garantire un sistema trasparente e pluralista. Trovo inoltre molto grave che nei nuovi criteri ministeriali sia stata eliminata la valorizzazione del “rischio culturale”. È una scelta che rivela una visione riduttiva del ruolo delle istituzioni artistiche: se non siamo noi a prenderci quei rischi, a sperimentare, a proporre nuove strade, chi lo farà? La cultura non può essere solo intrattenimento o numeri, è anche uno spazio di ricerca, di senso, di possibilità. Serve una risposta collettiva e strutturata. La solidarietà tra realtà culturali è essenziale».


