Nel cuore dell’Appennino modenese torna Trasparenze Festival

Foto di Chiara Ferri

A Gombola, un piccolo borgo sull’appennino modenese, da qualche anno accade di incontrare artisti, musicisti, danzatori e tecnici: sono i protagonisti di Trasparenze, il festival realizzato dalla compagnia Teatro dei Venti, giunto alla sua XIII edizione e diretto dal regista Stefano Tè. Un’occasione unica per immergersi nella bellezza della natura attraverso spettacoli di teatro, danza, musica e circo, in un contesto che invita a sintonizzarsi con un ritmo più lento, lontano dalla frenesia quotidiana e urbana. 

Il calendario si snoda dal 24 al 27 luglio, con gli appuntamenti nell’ambito di Trasparenze; e dall’1 al 3 agosto con gli spettacoli di Fuoripista, un’iniziativa di ATER Fondazione che porta nei comuni montani dell’Emilia-Romagna spettacoli di circo contemporaneo e musica per tutte le età.

«Trasparenze nasce dal desiderio di costruire un’occasione di incontro con gli artisti, con gli spettatori e con gli abitanti di Modena e di Gombola – racconta il regista e direttore artistico Stefano Tè – indossando vesti diverse da quella di attori e registi di uno spettacolo. Abbiamo quindi scelto di fare gli organizzatori, confermando così la nostra natura di soggetti che intendono accogliere e promuovere l’arte anche quando non siamo noi in scena. La forma del festival è nata spontaneamente dopo tanti confronti e baratti, anche con altre realtà; è stata insomma una normale evoluzione di precedenti occasioni di incontro con altri artisti. Noi perciò non siamo organizzatori, io ricopro il ruolo di direttore artistico di Trasparenze solo in quel frangente circoscritto in un determinato contesto e tempo, ma poi torno a indossare di nuovo i panni del regista. Questo festival per noi è dunque parte di un modo di essere»

Trasparenze è accolto nel piccolo borgo di Gombola, che non è mai solo uno sfondo ma parte integrante della drammaturgia del festival. Che tipo di lavoro portate avanti con il territorio e la comunità, e come si integra con le attività annuali di Teatro dei Venti?

«Per una predisposizione del gruppo, siamo sempre alla ricerca di luoghi e contesti marginali, capaci di toccare gli estremi di bello e brutto, di meraviglia e dolore. Gombola lo abbiamo sempre trattato come un luogo attivo, fatto di persone che si sono unite attorno al nostro progetto e che ci credono. Non sono presenti soltanto durante il festival, ma partecipano attivante ai percorsi di Teatro dei Venti durante tutto l’anno. A loro viene infatti affidata l’apertura di Trasparenze, che ogni anno inizia con uno spettacolo realizzato con cittadine e cittadini di Gombola e dintorni, ormai un vero e proprio rituale. La partecipazione però avviene anche in altri modi, come chi ci aiuta guidando il pulmino che porta al borgo. Trasparenze rende vivaci anche le realtà di Gombola come alberghi, b&b, ristoranti, o piccoli negozi. Tutto perciò, in quel contesto, specie le piccole cose, assume un grande valore».

Quali sono le principali sfide e quali gli ostacoli a cui Trasparenze è andato e va ancora incontro? 

«Innanzitutto è importate ricordare che le edizioni di Gombola riusciamo a portarle a compimento grazie a ATER Fondazione, che ha scelto di sostenere e credere in questo progetto investendo risorse insieme alla Regione Emilia Romagna. Siamo convinti che in questi luoghi ci debba essere un’offerta culturale di questo tipo e, viceversa, per il teatro uno spazio come Gombola, che consente di osservare e vivere un contesto a un ritmo diverso da quello urbano e quotidiano. Come Teatro dei Venti, in quanto compagnia teatrale, ci occupiamo di creare spettacoli, perciò ci troviamo a fare i conti anche con altre riflessioni. Noi lavoriano in contesti ben precisi, come il carcere, in cui è sempre più difficile essere una costante e un presidio. A un certo punto dunque un gruppo come il nostro deve decidere cosa fare, ancora di più in momenti difficili come quello che sta attraversando oggi il settore culturale in Italia. Noi non abbiamo una copertura economico-finanziaria garantita, viviamo del nostro lavoro e dei progetti che riusciamo a fare, ma è inevitabile che la situazione generale ci coinvolga a pieno: dobbiamo quindi porci delle domande e mettere in atto delle riflessioni di altro tipo, che comportano anche delle scelte. Gombola è parte di questa riflessione, perché al netto di tutto il coraggio di investire in un progetto così complesso, bisogna considerare l’enorme impegno economico e di energie e riflettere a fondo se possiamo ancora concederci questo lusso».

A proposito della complessa situazione in cui riversa oggi la cultura e in particolare il teatro in Italia, quali secondo te potrebbero essere le condizioni minime perché si possa non solo resistere, ma anche continuare a essere necessari? Come riuscire a proporre una contro-narrazione va alle logiche ministeriali e farla germogliare?

«Io ho la tendenza a essere autocritico, nei miei confronti e di quelli del teatro. Credo infatti siano stati compiuti dei grandi errori in passato e il settore non abbia saputo fare fronte comune, che per me significa essere uniti nel confronto con la politica. Il periodo Covid è stato esemplare in tal senso: ci siamo ritrovati nella difficoltà, ma poi ognuno ha pensato a salvarsi da solo. È normale e naturale, noi stessi lo abbiamo fatto, perché la sopravvivenza è la difficoltà principale a cui vanno incontro le piccole strutture come la nostra e che, inevitabilmente, porta all’isolamento. Oggi però c’è l’occasione di aprire un dibattito comune. Ci troviamo tuttavia di fronte a uno scollamento con la cittadinanza, le nostre istanze e le questioni culturali non sono un interesse pubblico e dobbiamo chiederci perché, che cosa abbiamo sbagliato e che cosa abbiamo fatto noi per creare questa distanza. Non si tratta di snaturarci, ma cercare di porci delle domande sul nostro operato, sui nostri linguaggi e trovare alternative. Le azioni ministeriali a cui stiamo assistendo credo siano da definirsi propriamente nei termini di vendetta politica e quel che possiamo fare ora è riflettere per riorganizzarci, manifestare, comunicare e riallacciare relazioni fuori dalla nostra bolla».

Sei ottimista riguardo a questa prospettiva?

«Non lo so, è un prenderci. Sono partite alcune azioni solitarie da parte di sindazi, assessori e alcuni senatori, però noi che facciamo questo mestiere dovremmo ora resistere alle “funghe solitarie” e aderire a movimenti che siano davvero inclusivi. Bisogna ora fare rete. Io negli ultimi anni ho perso un po’ di fiducia nei coordinamenti, nel networking, ma credo sia il tempo di tornare a crederci e di impegnarci a creare davvero questo fronte comune».

Foto di Chiara Ferri

Tornando al Trasparenze ed entrando nel vivo del programma, come si compone questa XIII edizione?

«Il festival si struttura in due fine settimana: il primo è Trasparenze, il secondo accoglie Fuoripista, una programmazione dedicata al circo contemporaneo. Si comincia dal pomeriggio e si arriva a tarda sera, con qualche piccola sorpresa nell’arco della giornata. Tra i principali appuntamenti, ricordo l’apertura con lo spettacolo realizzato insieme agli abitanti del territorio, Le donne al parlamento di Aristofane, una commedia ironica, ricca di provocazioni. Solitamente partiamo dalle biografie, ma questa volta abbiamo scelto di confrontarci con un testo e di presentarlo così com’è, con un intervento drammaturgico di Azzurra d’Agostino che crea un contatto tra l’opera classica e la contemporaneità. Presentiamo inoltre il debutto di Aspettando Godot di Teatro dei Venti realizzato con il Dipartimento di Salute Mentale; e l’anteprima di una nostra produzione, Non una grande storia, un monologo di Vittorio Continelli con la mia regia. Abbiamo poi tantissimi ospiti importanti, da Simona Bertozzi a Claudia Catarsi, da Teatro dell’Albero a Opera Bianco fino a Roberto Abbiati, e un calendario che include anche un’offerta musicale. 

Un programma dunque pensato su misura di Gombola…

«Esatto, quella di Trasparenze è una programmazione particolare, che probabilmente in un altro contesto potrebbe addirittura non funzionare. Gli appuntamenti sono sempre in pensati in relazione allo spazio e ai ritmi di questo luogo e il consiglio agli spettatori è di stare qui e predersi un tempo per viversi il contesto: ci si può allontanare, perdersi nel bosco, vedere uno spettacolo e saltarne un altro…».

Da qui infatti il progetto Spettatore Residente. In che modo questo modello trasforma l’idea di fruizione culturale?

«Stare qui per tre giorni, “prendendo residenza” è un invito a godersi un borgo e un ambiente poco conosciuti e frequentati. Trasparenze abita una zona ricca di spazi meravigliosi, con numerose passeggiate da fare, un mulino da poter visitare, una colazione da assaporare al bar di Gombola bassa accanto al fiume. Qui insomma c’è la possibilità di cambiare passo, di sperimentare un ritmo diverso».

Questa modalità di vivere l’ambiente si incontra e si scontra con l’attività turistica. Come affrontate il rischio che la valorizzazione dei luoghi attraverso l’arte si riversi nel suo contrario?

«Credo che questo rischio non lo corriamo perché chi viene qui aspettandosi un grande nome televisivo o il puro intrattenimento trova l’opposto. Quello che proponiamo potrebbe dunque far parte di un percorso verso un turismo “sano”, ovvero rispettoso dei luoghi e dei contesti, che invita a stare, non a consumare. Gli spettacoli in programma sono inoltre densi di sperimentazione e di ricerca, di relazione con il luogo. Abbiamo inoltre instaurato rapporti con il Comune di Polinago, con enti locali, siamo attivamente sostenuti da Mondo Barrio, realtà che si è presa carico di curare il borgo di Gombola e di costruire l’ostello quando ancora il festival non c’era. Si generano dunque in questo modo relazioni trasversali, capaci di un grande e positivo impatto. Per noi Gombola è una grande officina di sperimentazione in questo senso: vedremo dove andrà in futuro». 

A proposito di futuro, verso quale orizzonte guardate?

«Trasparenze viaggia, non ha una casa fissa: è nato a Modena nel quartiere dove abbiamo sede, lo abbiamo portato in carcere e adesso siamo a Gombola. Abbiamo il desiderio di tornare a Modena, per essere più presenti, anche se in parte lo stiamo già facendo con alcune attività parallele al festival in occasione del ventennale di Teatro dei Venti: il 13 settembre faremo una camminata notturna partecipata, un rituale di sei ore realizzato insiema a tanti registi, per attraversare insieme la città senza orologi e telefoni. L’orizzonte è dunque quello di tornare a presidiare il nostro quartiere e poi chissà… magari il mare!».