Il concerto che ha celebrato i vent’anni di attività del trio Del Barrio, tenutosi alla Rocca di Caterina a Forlì il 21 luglio nell’ambito dell’Emilia Romagna Festival – Summer, ha offerto un’occasione per riflettere, più che sulla durata, sulla natura stessa della musica come arte del tempo.
L’impermanenza che le è propria trova in una ricorrenza come questa una sorta di tensione formale: come commemorare qualcosa che, per definizione, non permane?
L’ensemble, formato da Hilario Baggini (voce e un’ampia varietà di strumenti a fiato, a corde e a percussione), Andrés Langer (pianoforte, fisarmonica, voce) e Marco Zanotti (batteria e percussioni etniche), ha costruito una drammaturgia musicale in cui la memoria si è inscritta non tanto nei repertori scelti quanto nella modalità dell’ascolto, nella qualità della presenza.
Il concerto ha avuto il tono di un attraversamento: una serie di quadri mobili, a volte risonanti tra loro, in cui il tempo non è stato rappresentato, ma agito.
Accanto al trio, la presenza dei musicisti ospiti ha ampliato l’orizzonte sonoro dell’ensemble: la voce di Niña del Monte, i molteplici registri del sublime sassofonista Massimo Valentini (baritono, contralto, soprano, oltre alla quena e alla voce), e il violoncello di Cecilia Biondini, hanno contribuito a costruire un impasto timbrico stratificato e aperto.
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Esistere e diventare
Un gruppo musicale non si limita, forse, a esistere per vent’anni; esso diventa per vent’anni.
Ogni performance, ogni prova, ogni composizione contribuisce e altera sottilmente la sua identità.
I “vent’anni” non sono una misura statica dell’esistenza, ma una testimonianza di un processo dinamico e sostenuto di auto-creazione e ricreazione artistica.
Ciò implica che l’identità del gruppo – come ogni identità estetica – sia mobile, contingente, dipendente dal contesto: è relazione, più che mera sostanza.
Per gli artisti, la vera longevità non consiste nel mantenere uno stile o un suono fisso, ma nell’abbracciare l’evoluzione e la reinterpretazione all’interno di una visione artistica coerente.
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Il repertorio e la questione del riconoscibile
Come spesso accade nei momenti di festa, non sono mancati episodi in cui il repertorio ha accarezzato l’immaginario popolare più condiviso.
L’introduzione del tema de La vita è bella, o l’omaggio a De André con Bocca di rosa, pur accolti con entusiasmo dal pubblico, aprono – con discrezione – una domanda più profonda: quale patto si stringe, oggi, tra l’artista e la platea, quando si evoca il patrimonio riconosciuto?
Non si tratta, certo, di giudicare.
Ma forse – proprio alla luce dell’impressionante perizia musicale e della peculiare identità geografica e poetica del progetto Del Barrio – si potrebbe sussurrare la questione: quanto è ancora fertile il terreno del già noto?
E come si concilia l’esigenza di tenere acceso il dialogo col pubblico con quella, altrettanto radicale, di spingersi oltre i confini del riconoscibile?
La risposta, se c’è, sta forse proprio nella tensione non risolta che questi brani introducono: nel loro essere fili di memoria collettiva che attraversano il tessuto più originale del concerto, creando una frizione, un contrasto, forse un’opportunità.
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Un Festival che moltiplica le direzioni dell’ascolto
Il concerto, inserito nella XXV edizione dell’Emilia Romagna Festival, si è così rivelato anche un affondo nel senso stesso della manifestazione: la capacità di moltiplicare le direzioni dell’ascolto, di accogliere nel medesimo programma il classico e il contemporaneo, l’etnico e il colto, la scrittura e l’improvvisazione.
In questo senso, Del Barrio ha incarnato lo spirito del Festival con rigore e duttilità.
La Rocca di Caterina, nella sua austera grazia, ha fatto da quinta ideale a questa serata di suoni migranti, leggeri e profondi.
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